ZZ Top – “ZZ Top’s First Album” (1971) by Trex Roads

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Oggi prendiamo la macchina del tempo per andare sulla Trex Road.

Alzi la mano chi, amante del rock americano e del blues, non conosce le due barbe più famose del Texas? Cioè quella di William Frederick Gibbons, al secolo Billy F Gibbons, leader e fondatore degli ZZ Top e quella del compianto Dusty Hill, bassista leggendario, che ci ha purtroppo lasciati il 28 luglio 2021.

 

Una band che negli anni, soprattutto dopo il loro terzo disco, Tres Hombres (1973), raggiunse un successo notevole negli Stati Uniti e con l’avvento dei video, negli anni ’80, divenne una stelle luminosa nell’Olimpo del rock, lasciando però, per anni, i lidi che li avevano resi celebri e amati.

Una deviazione che li portò a mischiare la loro musica fatta di grezzo blues mischiato alla psichedelia, con un meltin pot di pop-rock commerciale infarcito di elettronica, che ha lasciato l’amaro in bocca a numerosi fans.

Torniamo agli inizi di questo trio, che oggi conoscono tutti. Torniamo alla fine degli anni ’60 quando il dotatissimo chitarrista Billy Gibbons cominciò a farsi un nome a Houston e dintorni, nei circuiti live, cercando di fondere la musica che, fino a quel momento, andava per la maggiore e cioè il rock di stampo psichedelico (era amico del grande Roky Erickson dei 13th Floor Elevators) al

blues elettrico della tradizione del Delta (era un grande fan di BB King).

Fondò varie band ma fu quando, assieme a Lanier Gray e Dan Mitchell, creò i Moving Sidewalks che la sua carriera cambiò. Come spesso accade, però, non immediatamente.

La band cominciò a suonare spesso come apertura per i 13th Floor Elevators e finalmente nel 1969 registrò il primo disco Flash.

 

Il disco ebbe una bella eco di pubblico fra le strade del Texas e questo portò alla band la fortuna di aprire i concerti dell’astro nascente della musica mondiale e cioè Jimi Hendrix e la sua Experience. L’amicizia e la complicità che si creò con il mancino di Seattle permise ai due di scambiarsi suggerimenti e tecniche innovative, si dice che Gibbons introdusse Jimi alla tecnica dello slide. Leggende metropolitane non dimostrabili a parte, quel che è certo è che Hendrix durante una famosissima trasmissione tv definì la band come il prossimo crack della musica americana e non ci andò lontano. Anzi probabilmente le sue parole, unite all’insuccesso commerciale del disco, spinsero Billy Gibbons a cercare nuove strade, così decise di sostituire i membri della band e attinse ad un’altra formazione attiva nella zona di Houston e cioè gli American Blues.

La band era devota al blues elettrico e il bassista Dusty Hill e il batterista Frank Beard erano proprio quello che stava cercando per dare vita alla sezione ritmica della sua nuova creatura. Un trio, come si usava in Inghilterra in quegli anni dove impazzavano oltre alla Jimi Hendrix Experience anche i Cream e i Taste. Sull’origine del nome non c’è assoluta certezza, anzi la band ci ha marciato parecchio e lasciare il mistero è sempre una buona scelta commerciale, crea interesse anche involontario (chiedere per conferma ad un’altra vecchia band del Texas, i Whiskey Myers). Si dice che fu una specie di tributo all’amore per il blues di BB King e  ZZ Hill, alcuni dicono (e questo pare veramente difficile da credere) che fu una specie di mossa geniale di marketing ante litteram e cioè la scelta di essere alla fine dell’ordine alfabetico nei negozi di dischi per essere sempre facilmente acquistabili.

Fatto sta che venne scelto il nome ZZ Top e il loro primo disco registrato ai Robin Hood Studios di Tyler, Texas fece la sua comparsa sugli scaffali il 16 gennaio 1971 sotto l’etichetta London Records.

 

L’album, composto da 10 pezzi, fu una dichiarazione di intenti, ma anche un accantonamento quasi totale dell’ispirazione psichedelica. D’altronde l’Estate dell’Amore era alle spalle e ormai solo un puntino negli specchietti retrovisori: il sound era sporco, grezzo e molto orientato al blues elettrico. Non fu un successo strepitoso, per quello come detto bisognerà attendere il terzo lavoro, ma li mise sulla mappa e li fece apprezzare. Il passaparola era cominciato e le barbe stavano cominciando a crescere.

Basta premere play e ci si accorge sin dal primo pezzo, (Somebody Else Been) Shaking Your Tree, che quello che farà la differenza sarà il suono della chitarra di Gibbons e la ritmica che non farà prigionieri del duo Hill-Beard. Un treno in corsa che trascina e coinvolge. Il testo è un classico del blues di amori e tradimenti, il graffiante incedere della sei corde ci avvolge come una ragnatela per arrivare ad un assolo entusiasmante.

Le voci di Gibbons e Hill, che spesso si scambiano il microfono, ben si adattano alle tonalità blues cupe e roche, ma non sono loro l’attrazione e lo si capisce ancora meglio alla seconda traccia, Brown Sugar.

Un pezzo che si regge inizialmente sullo sporco sound texano della chitarra, ma piano piano esplode in un blues rock dal groove irresistibile. Il marchio di fabbrica è già ben definito, una fortuna che sia arrivato a noi nonostante una pericolosa deviazione dovuta al passaggio nei terribili anni ’80. La chitarra diverrà ispirazione per le generazione a venire, veloce, sporca e mai banale, il suo grattugiare l’aria con fendenti ripetuti, quell’essere un tutt’uno con la sezione ritmica. Era nato lo ZZ Top Sound che, assieme alle future lunghe barbe dei due leader, diventerà il loro manifesto.

Si prosegue con Squank e il canovaccio si fa ancora più intenso con svisate quasi funk, si alternano le due voci anche quella di Hill è predominante nel pezzo e la protagonista però è sempre lei: la sei corde di Gibbons. I riffs non sono mai banali ed entusiasmeranno frotte di giovani chitarristi che penderanno dalle dita di questo ragazzo texano.

Goin’ Down To Mexico è forse la canzone che illustra meglio il sound dei ragazzi di Houston, un pezzo di blues elettrico dal groove indemoniato, che pare già strizzare l’occhio a qualcosa di più ruvido, di più roccioso. Per chi vi scrive uno dei primi pezzi di un genere che negli anni diverrà un vero e proprio movimento: il southern rock. Riff di roccia polverosa, quella polvere del deserto che pare sfregiare le corde vocali dei cantanti, che pare graffiare le dita del chitarrista, che pare sollevarsi ad ogni colpo di batteria.

E che anticipazione di southern sarebbe senza una ballata? Ecco arrivare Old Man. Un blues lento con la chitarra slide protagonista con un suono paradisiaco, forse la voce non è adatta a queste sonorità, ma la chitarra dipinge un suono che probabilmente ispirò altri grandi (chi ha detto Lynyrd Skynyrd?).

Il trittico successivo composto da Nieghbor Neighbor, Certified Blues e Bedroom Thang sono lì a dimostrare che il loro suono non aveva bisogno di ulteriore maturazione, era già definito, sporco, grezzo, polveroso blues elettrico. Una sorta di blues del Delta dopo una bella gita in un deserto del Texas. Il fatto che i 3 pezzi non devino da questo sound è la conferma che non si cercava altro e forse è stato un po’ il limite di questo disco o forse il suo pregio vista poi l’inopinata contaminazione elettronica degli anni di MTV.

Le liriche oggi avrebbero di certo scatenato le ire di benpensanti e censori vari, ma la loro forza è sempre state quella: immediatezza, amore per le donne, feste e alcol. Niente ricercatezza, niente ispirazioni, niente filosofia, solo blues rock e divertimento.

 

L’unica piccola deviazione dalla strada tracciata dai 3 pezzi precedenti la si ha con Just Got Back From Baby’s. E’ sempre un bel blues con un groove intenso, ma il pezzo ha un fascino particolare: quasi che le jam session con l’amico Jimi avessero lasciato qualche idea nella mente di Gibbons. Il suono della chitarra lascia stupefatti, ora polveroso, ora cristallino e che dire delle linee magiche del basso di Hill? Un pezzo che stacca dal resto per qualità, non ci sono capolavori nei 10 pezzi ma forse questo e Goin’ Down To Mexico sono da annoverare fra i due più fulgidi esempi di maturità musicale precoce.

Il disco si chiude con il blues quasi tendente all’hard rock di Backdoor Love Affair. La chitarra fa roteare le note in maniera magistrale sorretta al solito da una ritmica martellante e il testo…beh il testo rimane sulla medesima linea, niente di intellettuale, ma quando si ha questa suono celestiale di chitarra, chi nota davvero le parole mentre sta ballando sulle assi di un vecchio saloon polveroso?

Un lavoro che fu un bello scossone al mondo musicale, forse più a posteriori che quando uscì. Un successo ridotto rispetto a quello che verrà, però venne rivalutato dagli appassionati anni dopo, quando la band perse un po’ di vista la direzione e si fece guidare dall’impresario Bill Ham che ne curò l’immagine (l’idea delle lunghe barbe) e gli spettacoli con concerti che portavano bizzarre carovane di cowboy, serpenti a sonagli e atmosfere da saloon texani.

Se volete scoprire dove è nata la leggenda delle barbe più famose del rock americano e scoprire dove nacque il sound graffiante del leggendario Billy F Gibbons , dovete assolutamente fare vostro questo piccolo gioiello di blues rock texano, oppure, se lo conoscete, non potrete fare a meno di notare come alcune band di oggi non sarebbero mai nate senza una piccola vecchia band dal Texas : ZZ Top.

Il mio articolo è anche un piccolo tributo al grandissimo Dusty Hill, uno dei più grandi bassisti della musica americana, forse mai abbastanza celebrato, che merita di stare nell’Olimpo per aver contribuito a creare una maniera di fare musica che non verrà mai dimenticata.

Grazie Dusty.

Buon ascolto,

Claudio Trezzani by Trex Roads  www.trexroads.altervista.org

(nel blog trovate la versione inglese di questo articolo a questo link: https://trexroads.altervista.org/zz-tops-first-album-zz-top-1971-english/

 

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