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Vladimir Nabokov, o dell’innocenza – di Emanuele Torreggiani

 

Così, per offrire esempio, nella concretezza materica che è la cifra stilistica dell’autore: la sua parola, la sua traduzione del reale nella vita della letteratura, ricopio, ah quante volte lo faccio ancora oggi a mano su quaderni a righe con la diligenza dell’antico scolaro rimproverandomi uno sbaffo, un passo di quell’inesausto impasto testuale sintesi di memoria, invenzione, saggio, musica, intitolato: “Parla, Ricordo” per mano di Vadimir Nabokov, il russo autore di “Lolita”, con quell’attacco indimenticabile, suonerebbe più incisivo qui il tono tedesco nel suo unvergesslich la cui desinenza finale richiama il suono di una scudisciata prussiana, “Lo-Li-Ta”, Lo-li-ta, Lolita mia, tre volte batte la lingua sul palato…” e, in un mezzo rigo, s’imprime la geniale impronta di un autore, dal rango sovrano, del Novecento; ma, rientrando dalla digressione, desidero ricopiare, scrivevo, testualmente un breve passo da “Parla, Ricordo”: “Nelle buie sere di pioggia caricavo il fanale della bicicletta con magici pezzetti di carburo di calcio, schermavo dalle raffiche di vento un fiammifero e dopo aver imprigionato una bianca fiammella nel vetro, pedalavo guardingo nell’oscurità”. Come dire, nella precisa scelta dei sostantivi collocati in cronologica esecuzione s’intravvede il nuovo universo: l’innocenza.

Nabokov parte da un’immagine definita come Andrej Rublëv per approdare a Vasilij Kandinskij, da una partitura alla Pëtr Čaikovskij per orchestrare alla Igor Stravinskij e costruire così una profondità inaudita, nel significato proprio di mai sentita prima. Eccolo qui Vladimir Nabokov. Entomologo, poeta, scrittore pietroburghese più ancora che russo, poliglotta, scrive in francese e inglese e tedesco; grandissimo lettore, giocatore di scacchi e di tennis. Scampò la rivoluzione e, nel 1917, approdò in Gran Bretagna e da lì negli Stati Uniti. In “Parla, Ricordo”, scritto in inglese nel 1967, egli ricostruisce, partendo da un dettaglio: “I dettagli sono sempre benvenuti”, dichiara come sua poetica, un affresco caleidoscopico della Russia, o meglio le Russie, leggendarie, ormai perdute per sempre nel sistema omologante di ogni totalitarismo o globalizzazione come più piaccia definire. Ripercorrendo queste pagine colme di vita, anche la morte rientra appieno nella vita, ci s’incanta nel passeggiare tra le centinaia di personaggi inchiostrati da Anton Cechov nei “Racconti”, oggi unica miniera cristallizzata di un universo definitivamente trafugato e non, al contrario, trasformato. Ma ormai, rivoluzione d’Ottobre o meno, anch’essa con i suoi eroi e meschini figlia del suo tempo, tutta l’Europa si dava alle fiamme. Fiamme che erano state ben illustrate già nel 1912 da Thomas Mann nella “Morte a Venezia”, romanzo breve imprescindibile per comprendere il dolore del Novecento. Leggendolo in retrospettiva, la nicchia mortifera nella quale si accoccola l’austero professor Gustav Aschenbach, (nome parlante dal significato di ‘ruscello di cenere’) la sdraio del Lido, in un tramonto di sangue carminio prodromo dei futuri incendi, segna la fine della grande cultura latino germanica, e per Nabokov slava bizantina, ma pur sempre di ascendenza latina e di quella Bisanzio selgiuchide i cui caravanserragli saranno le grandi cattedrali, che costruisce progetti e genera prospettive in una direttiva tesa alla trascendenza. Con la fine di questa grande cultura si dichiara l’avvento dell’immanenza. Di quell’hic et nunc che, in cattiva traduzione, altro non assume che il significato di adesso che la politica traduce in marketing statistico, nel sondaggio. Ecco “Parla, Ricordo”, leggendolo riecheggia, e con lo sguardo la si va a cercare, la voce di Sherazade, la fanciulla delle “Mille e una notte”, la voce, nella sua casta nudità, dell’innocenza.

Emanuele Torreggiani

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