Viaggio al centro del mondo

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    Lasciando alle spalle il paesaggio siderale di San Martino, Trecate, dove la raffineria gasa l’aria del caldo odore di benzina, già la terra si apre alle risaie, il gran mare di pianura, mentre l’auto se ne scende a nave pirata dentro la provincia che s’infitta in un tramonto sublime che vira il colore dal rosso al giallo al violetto. Deserte già alle venti ogni strada, via, tratturo dei paesi che si trapassano nel limitare delle risaie, tra isole di pioppi e giuncaglie smeraldine. Al passo, il suono delle stoviglie sparecchiate e la luce azzurrognola di televisioni, il pianto amaro di un bimbo al sonno incombente. E avanti. Avanti per viadotti in trincea che salgono e scendono scaracollando ferrovie secondarie, un fiume e affluenti, canali di acque ferme, trapassando provincie, sempre sul filo della velocità a misura. Ed ecco, svoltando alla rotonda laggiù, lungo la via maestra lastricata di porfido, la chiesa madre del paese, mattone a rustico, portale di quercia, tre gradini di pietra. E per l’ovunque silenzio. Un silenzio nel quale il riso, tutt’intorno, chiama al taglio. L’aria dolciastra della pannocchia dorata, matura al taglio imminente. Prima delle grandi piogge del settembre. Si lascia il mezzo lungo la via, sotto un lampione illuminato a cornice che restituisce al borgo, nel chiaroscuro a candela, la dignità del proprio millennio. Imposte chiuse in un virginale candore di lume. Qua e là il riflesso d’un ombra in movimento tra le commessure delle persiane, una voce ed un gorgoglio di lavello.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ed ecco, nello sfondato del portico, l’insegna che solo un occhio attento al consueto coglie. Si entra col passo rigido degli estranei alla terra che vide la luce per volontà espressa. Il bancone di zinco traslucido, tavoli dal piano di formica, laminato plastico, Punt e Mes, Vermouth, Cinzano. Si sale, diciotto gradini intermezzati da un pianerottolo a giro, al salone d’onore. Un quadrilatero a castrum venti per venti. Una tavola lo taglia per altezza. Tredici i commensali accomodati con agio. Contadini d’ogni età. Buonasera, rispondono in coro squadrando gli abiti cittadini. Con un gesto largo l’ospite ci condona ogni scelta di seduta consegnando un foglio scritto a penna in uno stampatello elementare. L’aria fredda della notte che si predispone all’inverno prossimo con il comodo della stagione, il cielo nero di là dalla zanzariera. In un dialetto, a tratti oscuro, ragionano dell’imminente mietitura che prenderà mano già all’indomani e del vecchio Angelo che proprio stamattina se n’è andato e solo ieri aveva rifornito di gasolio i mezzi. Alzano un brindisi a vino nero. E s’abbandonano alle sette portate dell’antipasto, al riso con le rane, alle rane in umido con polenta, alle rane fritte. Masticare è un lavoro. Gli anziani, sorreggendo i ginocchi, slacciano le stringhe mescendo ciascuno la propria bottiglia. In una luna arancio che va e viene nera la notte. Al ratafià, dulcamara nettare con un profondo di mistica rosa, ci si leva per una sigaretta, il toscano, la pipa, poggiando le braccia a sorreggere il nuovo peso sulla balaustra di ferro lucidata dalle maniche dei capi. Appena le prime boccate placano lo spasmo del piacere e il fumo sale in alto dentro il vaporio della pioggia incombente il più vecchio levando il cannello e fissando nella notte un pensiero che solo lui intende domanda al ragazzo che gli sta accanto, ragazzo nella misura degli anni patriarcali, quando mai si è fatto l’ultima chiavata. Ed il ragazzo, lanciando con gesto consueto il mozzicone a cometa dentro il buio, gli risponde il pomeriggio stesso, che avevano portato la figlioletta all’oratorio e lui e la moglie ci avevano dato dentro per un paio d’ore col gusto della gioventù. Il vecchio annuendo succhia il cannello e sbuffando dice che lui quindici anni ad oggi, ed era d’estate come adesso. Però ogni tanto la va ad ammirare, dice, pago una troia e me ne sto lì, in adorazione, per un quarto d’ora. Spenge il fornello col pollice. Dai, andiamo a far fuori il ratafià che domattina, pioggia o non pioggia, iniziamo il taglio. Poi fra una settimana magari vado a fare un giro, per l’adorazione. Su, avanti ragazzi, brindiamo all’Angelo che ci ha dato dentro sino all’ultimo minuto. Grazie Signore per questa serata ch’è ormai notte. Quando incontri gli uomini s’incontra Dio.

    Emanuele Torreggiani

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