Vagabondo. Di Emanuele Torreggiani

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    Nella bituminosa canicola meridiana dove i catrami incollano i tacchi e trasudano oltre il cordolo del marciapiedi l’uomo, assediato da un nugolo di mosche ronzanti, lunghissimi il fagotto dei capelli oltre la cinta e la barba ancora rossiccia già all’ombelico, si apre la camicia dall’indecifrabile colore, scucita lungo la manica che pencola a braccio monco, purtuttavia di innegabile fattura e stoffa, lino e seta e bottoni di madreperla, e lì, nei suoi calzoni grigi di lana cotta sorretti in vita da una cintura di pelle con fibbia d’argento a forma di testa d’aquila, poggia al suolo la gonfia sacca verdognola che l’accompagna a dimora, al centro del marciapiedi, dove le ragazze vanno e vengono immerse in silenti conversazioni elettroniche e lo scansano all’istante mostrando oltre lo spavento il visibile disgusto, egli prende a esaminarsi il candido petto villoso e, con l’attenzione del suo occhio chiaro, schiaccia, tra l’unghia di pollice e indice, possibili pidocchi, poi si netta le dita sulla stoffa lasciandone un opaco deposito sanguigno. Raccoglie la sacca e riprende il suo passo cadenzato da scarponi di montagna dalla suola liscia, assediato dal nugolo di mosche per le quali mostra sovrana indifferenza. Ancora lo si scorge traversare il viale indifferente delle rade auto e dei colpi di clacson, ed eccolo laggiù lungo il viale di platani dove alza il braccio indicando il punto verso ovest, esattamente dove scenderà il sole tra qualche ora, infine si perde ad ogni vista. Milano, ore 16, Via della Moscova.

    Emanuele Torreggiani

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