Usa pacificamente le mani: ti spiego perché. Di Irene Bertoglio

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    Rispetto a cinquant’anni fa, uno dei più ragguardevoli cambiamenti avvenuti nella nostra società riguarda il minor utilizzo delle mani. I giochi di una volta si svolgevano all’aria aperta, permettendo ai piccoli di sviluppare tutti i sensi; erano per lo più manuali e coinvolgevano tutto il corpo: una palla, una bici, una fionda, una corda… Ora i giochi sono soprattutto tecnologici; quando i ragazzi si trovano insieme condividono spesso del tempo di fronte a un monitor.

    Tuttavia, è un dato di fatto che l’incontro e una vera relazione passano attraverso il corpo. La sensorialità è la prima forma di conoscenza della realtà nel bambino; il tatto è sostanziale soprattutto nell’infanzia perché incide fortemente sulla formazione della personalità.

    In una società apparentemente attenta al corpo, le esperienze che noi facciamo con i sensi molte volte sono “mediate”: con internet abbiamo la possibilità di connetterci ovunque mantenendo immobile il nostro corpo. Oltre ad incidere sulla capacità relazionale, una privazione dovuta alla sostituzione dei giochi tecnologici rispetto a quelli di società tradizionali è legata alla destrezza manuale. Mancando il contatto fisico sono aumentati lo scoordinamento e la disorganizzazione corporea. È fondamentale che si ritorni ad una cultura tattile che valorizzi l’aspetto motorio; la moderna neuropsicologia ha confermato che, se non permettiamo alle mani di muoversi, non stimoliamo sufficientemente le strutture sottocorticali encefaliche.

    (nella foto sopra la dott.ssa Susanna Primavera grafologa)

    Conseguentemente, la privazione di stimoli a livello delle strutture sottocorticali inibisce una piena crescita delle strutture cerebrali stesse, non permettendo che vangano utilizzate appieno le potenzialità del cervello. Sembra dunque imporsi doverosa e urgente una riflessione su come il pensiero umano stia cambiando proprio a causa dell’uso smisurato della digitalizzazione a scapito della manualità, ma certamente è già possibile osservare segnali poco incoraggianti di questa drastica diminuzione del rapporto tra attività mentale e motoria, soprattutto nei giovani: difficoltà nel mantenimento della soglia di attenzione, incapacità di tenere alta la concentrazione, bisogno di ricevere stimoli in continuazione e aumento dei livelli di stress. A livello patologico, tutti questi stati si manifestano nell’insorgenza e nell’aumento esponenziale dei disturbi di iperattività, dislessia, disgrafia e discalculia, oltre che delle varie forme depressive.

    San Benedetto, con il suo motto “Ora et labora”, ci ha insegnato che l’aspetto motorio non va messo in secondo piano rispetto all’apprendimento intellettuale; invito storico a parte, sappiamo che nella corteccia motoria, la bocca e varie parti del viso, ma soprattutto la mano, occupano uno spazio molto grande rispetto al resto del corpo e ciò è dovuto al sofisticato sviluppo che si è avuto nel corso dell’evoluzione della specie umana. Se non vogliamo perdere in umanità, dobbiamo dunque riprendere a utilizzare con consapevolezza le nostre mani.

    Irene Bertoglio

     

    Irene Bertoglio è scrittrice, grafologa, rieducatrice della scrittura e perito grafico-giudiziario. Per anni ha gestito una struttura nell’ambito formativo ed educativo. Ha tenuto e tiene numerosi corsi di aggiornamento e innovativi progetti sperimentali nelle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, soprattutto di prevenzione della disgrafia e di orientamento scolastico e professionale. È autrice di diversi libri, tra cui, con lo psicoterapeuta Giuseppe Rescaldina: “Il corsivo encefalogramma dell’anima” (Ed. “La Memoria del Mondo”). È direttrice dell’Accademia di Scienze Psicografologiche con sede nel centro di Magenta, che organizza corsi e incontri di psicologia, grafologia, calligrafia e non solo (www.psicografologia.wordpress.com). L’autrice è contattabile all’indirizzo psicologiadellascrittura@gmail.com.

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