Us Open, atto finale. Ruud numero uno al mondo? Speriamo di no.. di Teo Parini

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Si tirano le somme

Mi perdonerà il Principe Kyrgios, come lo chiama il Direttore Fabrizio Provera, ma questa edizione degli US Open sta andando secondo copione. In finale, infatti, ci sono Ruud e Alcaraz con in palio, oltre al titolo, anche la prima posizione mondiale.

Tutto ok, quindi? Mica tanto.

Una vittoria di Nick, che con la sconfitta prematura dei resti di Nadal era diventata eventualità tutt’altro che remota, avrebbe cambiato le generalità al gioco, tributando finalmente la dittatura della estemporaneità sulla programmazione. Ma forse questo tennis non è ancora pronto e un Khachanov qualsiasi ha fatto macerie di Nick in una di quelle giornate in cui lo vedresti bene a tirare la lima in fabbrica. Russo a sua volta macellato dal finalista Ruud, uno che ricorda un pochino Hewitt ma con un rovescio zoppicante e la mano sensibile come carta vetrata.
Casper in vetta al ranking non sarebbe una buona notizia. Non essendo qui a vendere un prodotto (scadente) possiamo permetterci di essere crudi il gusto. Nulla di personale ma, a memoria, per trovarne uno di altrettanto – diciamo così – fuori posto bisogna fare una certa fatica. Ferrero, forse, che per un affascinante ricorso storico oggi è sagace allenatore di Alcaraz a cui questa sera è assegnato un compito importante: dare lustro all’albo d’oro dello Slam newyorkese.
Alcaraz, diciannove anni di esuberanza a tutto tondo, è potenzialmente tennista che segna l’epoca che attraversa. Il dubbio non sta certo in ciò che Carlos sa già fare, quindi più di tutti i colleghi in attività, ma per quanto tempo avrà voglia di farlo e con quale dedizione. In altri termini se avrà voglia di tradurre una forma abbacinante di talento in palmares. Eventualità che, oltre a non essere scontata, non gliela si augura nemmeno troppo, considerato quanto sia bella la vita dei vent’anni senza il carcere dell’agonismo sfrenato.
Lo scontro finale è pertanto interessante perché, nella intrinseca dicotomia che esibisce, può rinsaldare la regola per la quale – in questo tennis omologato nel gioco e nelle superfici – sia più funzionale l’essere sparagnino con due frecce di numero nella faretra ma ben scoccate oppure se sia ancora possibile sfoderare un ventaglio inesausto di opzioni tecnico-tattiche e risultare anche vincente.
Un po’ ciò che è successo tra le ragazze dove Swiatek, inarrestabile capofila di un circus lasciato dissanguato dal prematuro ritiro della meravigliosa Barty, ha imposto la sua legge del corri-e-tira a scapito del caleidoscopico tennis di Ons Jabeur che dopo Wimbledon ha finito per disputare un’altra prestazione tremebonda a un passo dal successo, lasciando così alla noiosa collega la luce dei riflettori.
Morale. Per chi è allergico alla conta dei punti ma ammaliato dalla qualità di questi ultimi, dunque indispettito dalla disfatta della coppia Champagne Ons & Nick, l’ultimo treno buono per mandare degnamente in soffitta questo 2022 senza più Federer è guidato da Alcaraz. Al quale si augura di non restare senza corrente sul più bello a causa dei dieci set disputati a voltaggio massimo contro Sinner, prima, e Tiafoe, poi. Perché Ruud avrà evidenti difetti ma non è stato programmato per fare sconti e non ne farà.
Teo Parini
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