Urbanamente, Marco Invernizzi e il cinema: una riflessione del prof. Silvano Brugnerotto

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    Sulla recente video di conferenza di Urbanamente con Marco Invernizzi, ecco un interessante contributo del professor Silvano Brugnerotto

    Anche quest’anno l’Associazione culturale Urbanamente di Magenta ha organizzato l’ormai classica e benemerita serie degli “incontri filosofici”. Il titolo della rassegna 2020/21 è “AutHomo”, neologismo che sintetizza il rapporto fra la tecnologia e l’umano. E non poteva esserci tema migliore, nel periodo in cui la tecnologia sta tenendo insieme i pezzi di una socialità a rischio di frammentazione. Dallo smartworking alla scuola, dai progetti a distanza alle comunicazioni interpersonali: nell’epoca della pandemia globalizzata è la tentacolare rete telematica a garantire contatti e rapporti, vicinanze e supporti morali.

    Abbiamo assistito, fino al punto della rassegna in cui scrivo, ad interventi di diverso spessore, da quelli che hanno aperto nuovi spazi alla nostra idea di mondo (Floridi e Sini, tanto per citarne due) ad altri posizionati sul medio livello. Segno, questo, che la scelta di puntare sempre e comunque su relatori provenienti dal mondo universitario non garantisce immancabilmente risultati eccelsi.

    Martedi 16 febbraio è stata la volta di Marco Invernizzi, che ha proposto un incontro dal titolo “Le immagini addosso. Conoscenza senza sapere”. Conosciamo bene il grande interesse dell’autore per il cinema. Anch’esso, ci viene ricordato, è ammantato di tecnologia: il tipo di luce usata nel girato, l’assenza di luce in una sala cinematografica (condizione ormai innaturale nell’era della sovraesposizione ottica e perciò estraniante e meravigliosa), il sorround che avvolge lo spettatore, gli effetti speciali sempre più realistici. Ma la tecnologia, ammonisce Invernizzi, non è e non può diventare un fine: è invece un mezzo attraverso il quale le nostre esperienze quotidiane (il nostro sapere) incontrano la mediazione dell’occhio del regista, e cioè la conoscenza derivata dall’arte. Ed ecco che la nostra vita frenetica, la perenne tensione che ci spinge a finalizzare “concretamente” ogni nostra azione e ogni nostro pensiero (il lavoro, il mutuo, la macchina, la carriera, ecc.) incrocia finalmente la dimensione della meditazione e dell’approfondimento. É in questa “verticalità” dell’esperienza, non finalizzata a null’altro che non sia l’incontro con noi stessi, che rintracciamo la nostra parte più autentica, più umana. Come l’esperienza dell’amore o della poesia crea un vuoto fra le parole che è importante quanto il pieno della parola, la magia del cinema genera una pausa nella frenesia della vita “concreta” e “finalizzata”, un vuoto che ci spinge a mettere in discussione il “migliore dei mondi possibili”. Una buona alternativa, sottolinea Invernizzi, al consumo sempre più rilevante di psicofarmaci: anziché cercare supporti chimici per sostenere il ritmo accelerato del mondo, dovremmo provare a cambiarlo. E il cinema e l’arte, in quanto prefigurazione di mondi alternativi, possono suggerire le rotte di questo cambiamento.

    L’esperienza di visione di un film, muovendo da condizioni alternative alla vita ordinaria (il grande schermo, il silenzio in sala, il buio, la percezione della presenza di altri spettatori che, al pari di noi, hanno scelto di vedere quello stesso film) offre l’occasione di un ripensamento del mondo. Ma immaginare un mondo alternativo è un’esperienza collettiva, e l’esperienza collettiva presuppone legami empatici. Ebbene, in un libro del 2015 intitolato “Lo schermo empatico”, il neuro-scienziato Antonio Gallese e l’esperto di cinema Michele Guerra applicano proprio al cinema la loro teoria della “simulazione incarnata”: l’esperienza collettiva di fruizione di un film, attivando i Neuroni Specchio, riverbera la partecipazione emozionale del singolo nelle menti di tutti gli spettatori in sala. L’immedesimazione nella vicenda di una storia proiettata sullo schermo genera la perfetta condivisione delle emozioni (cosa che accade anche in teatro ma che il cinema, per esempio con l’uso del primo piano, amplifica fino all’attivazione congruente dei muscoli facciali). Da questa condivisione mentale e fisica offerta dal cinema è forse possibile immaginare un’unità di intenti, un’ipotesi di pensiero alternativo, un nuovo modello politico.

    E la tecnologia, in tutto questo, gioca solo ruoli positivi? Invernizzi ci ricorda che essa, oltre alle magie che rendono insostituibile la visione di un film in sala, ha anche prodotto le piattaforme streaming, che consentono di selezionare un film e di guardarlo comodamente a casa senza fare lo sforzo di uscire, magari, durante una serata di pioggia. Ma quelle “immagini addosso”, quelle che ci arrivano dal televisore o dal computer, sono sovrapposte ad altre, confuse, sollecitazioni: la luce nella stanza, i rumori degli elettrodomestici, le voci dei familiari, la tentazione dello zapping, i suoni degli smartphone… Quella che in tal modo si genera non è un’esperienza empatica, ma piuttosto una condivisione antipatica della distrazione, che ci limita alla condizione orizzontale della frenesia. L’esatto contrario della creazione del vuoto, della pausa. E dunque anche il tipo di tecnologia a cui dar credito rientra in una scelta: nella nostra personale decisione, per esempio, di recarci al cinema nonostante una serata piovosa. É qui, forse, che l’umano supera la macchina: noi possiamo scegliere, la tecnologia può solo essere scelta.

    Ed è il concetto di “scelta”, infine, che l’incontro con Marco Invernizzi ci offre come spunto. E’ preferibile, tornando a bomba, assistere ad una lectio magistralis sul cinema di un super esperto universitario o ad una manifestazione di autentica passone per il cinema? Forse la narrazione offerta da Invernizzi non contempla profondissime analisi metafisiche ed ermeneutiche del medium, ma l’amore viscerale dimostrato da ogni sua reminiscenza e da ogni sua idea sul cinema è ordito da fili più preziosi di quelli di una conferenza cattedratica. Perché se quest’ultima ci consente di acquisire conoscenza, il personalissimo sapere di Invernizzi ci consente di percepire, empaticamente, il fascino di quella conoscenza.

    Silvano Brugnerotto

    Docente di Storia dell’Arte presso il Liceo Bachelet di Abbiategrasso

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