UrbanaMente Giovani: Hackers o Cyber – Vandali?

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Una serie di eventi simili che hanno toccato anche la nostra città. La riflessione di Pietro Tunesi studente del Liceo ‘Salvatore Quasimodo’

RICEVIAMO & PUBBLICHIAMO MAGENTA –  Nelle ultime settimane stiamo assistendo ad un nuovo e spiacevole fenomeno legato al crescente utilizzo di piattaforme di teleconferenza come Zoom, Meet e Teams. Numerose testate giornalistiche hanno riportato incresciosi episodi avvenuti in tutta Italia durante gli open day online di questi giorni. Con insulti, bestemmie, disegni di cattivo gusto e filmati hard, dei misteriosi intrusi, impropriamente chiamati “hackers”, hanno sabotato gli incontri online di diverse scuole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Magenta, episodi simili hanno avuto (virtualmente) luogo il giorno 10 dicembre tra le 18:00 e le 18:30, durante la presentazione del corso di scienze umane del Liceo Quasimodo che io frequento. Urla ed ingiurie da parte degli infiltrati hanno costretto i docenti ad interrompere la videoconferenza. Un altro evento di questo genere risale al 23 Novembre, quando, verso le 22:00, due utenti anonimi hanno disturbato la conferenza tenuta su Zoom, organizzata dall’associazione culturale “UrbanaMente”, condividendo disegni raffiguranti svastiche ed urlando volgarità. Tale associazione aveva già subito una simile interferenza il giorno 12 Novembre.

Le domande sorgono spontanee: chi sono questi “hackers”? In che modo hanno accesso alle riunioni? Per quale motivo compiono queste oscenità? In seguito all’attacco subito dalla mia scuola durante l’open day ho deciso di fare qualche ricerca (chiamarla indagine sarebbe troppo pretenzioso) ed ora scrivo questo breve articolo per soddisfare le domande sopra riportate e per spiegare, al meglio delle mie capacità, questo nuovo fenomeno.

Prima di esporre i risultati voglio descrivere brevemente il percorso che ho seguito. Supponendo che un mio coetaneo non compia gesti rischiosi (e tremendamente stupidi) solo per un divertimento personale, è logico dedurre che il suo desiderio di ricevere attenzioni lo porti a rendere pubbliche quelle che per lui sono “imprese”, in modo da testimoniare ad altri le sue “eroiche gesta”. Quindi, se avessi cercato su qualche social dei video pubblicati da questi giovani cyber-molestatori come trofeo, sarei riuscito a comprendere l’origine di questo fenomeno. Il risultato di tale ipotesi è sorprendentemente scontato. Vari ritrovamenti su Youtube e Instagram mi hanno portato al capolinea della mia ricerca: su Telegram, un’applicazione di messaggistica molto simile a Whatsapp, ma che permette di scrivere con altri utenti senza avere il loro numero di telefono, ho trovato diversi gruppi, composti da 400 fino a 2000 ragazzi, che passano le giornate condividendosi link relativi alle proprie scuole o cercando in rete conferenze pubbliche da disturbare. Registrano poi i loro attacchi e infine li condividono sul gruppo e sui loro social.

 

Non esiste nessun hacker o guru dell’informatica. I misteriosi distruttori di videoconferenze non sono altro che ragazzini, spesso di età inferiore ai 16 anni, con deliri di onnipotenza. “Stiamo facendo un pezzo di storia! scrivono in preda alla frenesia, compiaciuti dalla miriade di articoli che li definiscono “hackers”. Dalle otto del mattino fino alle undici di sera si scambiano migliaia di messaggi nei quali, oltre a rifornirsi continuamente di codici per videolezioni, si autocelebrano. I comportamenti di questi irrequieti fanciulli sono alimentati dall’abuso di termini impropri da parte dei grandi giornali, dal rinforzo dovuto alle dinamiche di gruppo, dallo scudo dell’anonimato e da una evidente assenza o debolezza di una figura genitoriale che li sorvegli.

Giunti a questo punto possiamo definitivamente eliminare dall’ambito in questione il termine “hackeraggio” e sostituirlo con un più appropriato “cyber-vandalismo”: come un giovane frustrato si sfoga danneggiando i beni del proprio paese, allo stesso modo, in questa “epoca COVID”, egli manifesta il suo disagio disturbando conferenze altrui.

Se posso dare una personale interpretazione, questo fenomeno è frutto di due principali fattori: il modo in cui il lungo periodo di lockdown è stato percepito dai giovani e il significativo divario generazionale. Nel primo caso, ciò che ho potuto notare nei mesi precedenti è che, a differenza degli adulti e degli anziani, molti giovani non erano motivati a restare in casa: l’età media dei decessi è ancora oggi di circa ottant’anni e la loro opinione negativa nei confronti dei “più grandi” alleggerisce la percezione della gravità della situazione in relazione al numero dei morti. Anche la rappresentazione che loro hanno della gioventù, età da vivere come opportunità fugace e irripetibile, porta a considerare la necessaria quarantena come un sacrificio dei propri “anni d’oro” a beneficio di chi invece ha già avuto modo di viverli. Il secondo aspetto è strettamente collegato al primo. Ciò che suppongo è che la nuova era digitale abbia segnato uno stacco generazionale molto più evidente rispetto al passato. Nuovi valori, nuove conoscenze ed una nuova visione del mondo porta i più piccoli a rifiutare l’analogia tra il proprio futuro e il presente degli attuali adulti, forse con anche una certa superbia. Tale approccio è perfettamente riscontrabile nel cyber-vandalismo: ciò che diverte i ragazzini in questione è l’imbarazzo degli adulti, impotenti poiché meno abili nell’ambito virtuale rispetto ai nativi digitali. Il frequente utilizzo di svastiche risulta essere il loro cavallo di battaglia non per effettive tendenze filonaziste, ma perché il simbolo è un tabù per adulti e anziani, mentre per le nuove generazioni è un disegno lontano, astratto, che non ha effetto sulla loro morale e che quindi diventa per loro un’arma vincente.

I giovani vandali digitali sono segnati da un’ottica meramente cinica e utilitarista – perché siamo chiusi in casa? Muoiono solo vecchi, non è una gran perdita! e una continua ricerca dell’immoralità, non per adorarla in quanto tale, ma come antitesi del mondo adulto e dei suoi valori.

Pietro Tunesi, classe VB Liceo delle Scienze Umane Quasimodo

 

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