UrbanaMente Giovani/1: e se Leopardi fosse vissuto al tempo della pandemia?

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     “Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate patimento”.

    È così che Giacomo Leopardi descrive, nello Zibaldone (4175), un giardino all’apparenza sereno e armonioso, ma che in realtà nasconde crudeltà e sofferenze indicibili, facendosi emblema della vita dell’uomo e dell’universo.

    Oggi più che mai, questa frase risulta incisiva. Siamo ingaggiati in una lotta contro un nemico identificato e, al tempo stesso, portatore di una terrificante indefinitezza. Siamo stati catapultati in una situazione inaspettata e per molti inimmaginabile, scenario percepito più come cinematografico che reale. Eppure, eccoci, chiusi nelle nostre case, privati di quotidianità, sogni e desideri, immersi in uno stato di reclusione conducente quasi all’alienazione. Accompagnati da una moltitudine di interrogativi e ben poche certezze, il terreno trema sotto i nostri piedi e i pensieri culminano in un vortice di domande esistenziali. “Ed io che sono?”, “ove tende questo vagar mio breve?” (Canti, XXIII). Siamo invasi da un senso di smarrimento a cui la morte sembra essere l’unica via di fuga, ma il cuore non cessa di provare quel desiderio di infinito e il richiamo all’amore diventa più importante, come ci insegna Leopardi.

    La sofferenza cosmica, connotante l’esistenza dell’intero universo secondo l’autore, si manifesta nella contingenza storica. Ritrovandosi nella situazione attuale, sarebbe curioso sapere cosa direbbe lo stesso Leopardi che, come spiegato dallo scrittore Alessandro D’Avenia nell’articolo “In difesa dell’infinito”, tanto ha incoraggiato l’uomo a non sentirsi condannato dalla sua condizione ma anzi, accettarla al fine di colmarne l’incompiutezza, incontrando nell’anima quell’infinito verso cui il nostro cuore anela.

    Mantenere tale slancio risulta piuttosto ostico in un momento in cui ci si sente privati del futuro, di quel “vago avvenir” (“A Silvia”, Canti, XXI) tanto spaventoso quanto desiderato. Si è parzialmente persa la fiducia per la vita nel fronteggiare un nemico che chissà per quale motivo ci siamo meritati. Leopardi probabilmente si lancerebbe in un attacco contro la natura ingannatrice, con un astio persino intensificato rispetto a quanto mostrato nella sua produzione letteraria a partire dalle “Operette morali”. La natura, infatti, si rivela ai nostri occhi come un meccanismo cieco e crudele il cui unico scopo è la conservazione dell’esistenza, secondo un ciclo incessante di nascita e morte, mostrando indifferenza verso l’individuo, come la donna bellissima, ma incurante del tormento del poeta ne “La sera del dì di festa” (Canti, XIII). Anzi, non solo non si cura delle proprie creature, ma addirittura gli causa tormento, spargendo “pene a larga mano” (Canti, XXIV). Di fatto, oltre alla persistente infelicità derivante dall’irraggiungibilità dell’infinito verso cui il cuore umano tende, siamo anche assoggettati ad un tormento materiale, dovuto a calamità naturali, così come malattie e morte. La natura, ostile, ci volta le spalle condannandoci, privandoci di quel senso di onnipotenza che pensavamo di avere acquisito, ricordandoci del vuoto e della miseria dell’esistenza umana. Intanto, noi cerchiamo invano di fuggire come scoiattoli impauriti da un serpente a sonagli, rappresentante la natura predatrice (Operette morali, XII).

     

    Ma Leopardi è il poeta del desiderio che, anche quando appare condannato alla disperazione, non si arrende. Egli più che emettere sentenze o giudizi, pone interrogativi, ed è proprio attraverso quest’ultimi che emerge la reazione dell’autore alla condizione umana. Egli, infatti, ci invita a fronteggiare con coraggio l’infelicità, lo struggimento, perché “chi può conoscere i limiti della possibilità?” (Zibaldone, 4174) e in questo senso ci “rilancia verso la cima”, come suggerito da Valerio Capasa nell’articolo “Perché non la si racconta giusta su Leopardi”. Di conseguenza, ci mostra un eroismo nella fragilità, quell’attitudine, opposta all’arrendevolezza, che dovremmo tener salda. Perché la vita va avanti, vince sempre, come insegnatoci da “La Ginestra” (Canti, XXXIV). Quel fiore che, nonostante le condizioni avverse, continua a crescere e ad espandere il suo profumo che consola il deserto. Essa è consapevole del pericolo che il Vesuvio, “formidabil monte sterminator” rappresenta, ma nonostante ciò reagisce, non si arrende alla natura “matrigna” e “inimica”. Noi siamo proprio come quel fiore, la cui fragilità è esposta alla sofferenza e al pericolo distruttore. Tuttavia, la consapevolezza della propria debolezza dovrebbe farci intraprendere una battaglia comune, invitandoci al sostegno reciproco, perché è unendo le forze che ne usciremo vincitori.

    Dunque, in questo modo Leopardi ci incita alla resilienza, a batterci anche di fronte ai continui attacchi della vita e, prima o poi, la quiete dopo la tempesta arriverà.

     

     

     

     

                                                                     

                                                                                                  *Nicole Magistroni 5A Liceo Linguistico Quasimodo

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