Una scuola al di là del Q.I. : quando il prof tiene anche all’anima. Di Irene Bertoglio

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    È recentemente uscito il nuovo libro del professor Marcello Riccioni, docente impegnato in prima linea per la valorizzazione dei giovani. Il testo si intitola “Non solo Q.I. L’intelligenza emotiva e quella dell’anima al tempo della didattica a distanza”.
    Messaggio forte e chiaro del tuo libro è che desideri una scuola come luogo di scoperta dei talenti dei ragazzi e non solo come macchina fruitrice di informazioni. Scrivi infatti che la funzione della famiglia e della scuola dovrebbe essere quella di «favorire la scoperta delle capacità, sogni, desideri, attitudini, vocazioni e passioni. Per far ciò diventa determinante l’ascolto, un ascolto profondo, mai giudicante». Puoi raccontarci come cerchi di concretizzare questa condivisibilissima convinzione nella tua esperienza personale di professore?
    «Entrare in ascolto profondo non è semplice perché noi adulti crediamo di avere sempre le risposte adeguate, mentre spesso accade che loro, gli adolescenti, non cercano risposte, ma desiderano solo essere ascoltati. Oggi c’è molta confusione nella loro testa; per questo, anche se non sembra, cercano sempre dei riferimenti nel mondo adulto. Diventare quel riferimento significa effettuare un atto di responsabilità. Chi oggi è insegnante non può sottrarsi a questo dovere! Personalmente cerco di trasformare la lezione didattica frontale in un momento nel quale “ciò che so”, rispetto a “ciò che senti” e a come stai, diventa un tutt’uno. Lo chiamano, nella direzione dell’apprendere, il “da dentro a dentro”. Io, con la mia esperienza, divento la guida della tua crescita che è già in essere, che è già in divenire, e non un semplice passaggio freddo di informazioni che l’alunno memorizza per poi dimenticare. Il sapere deve tracciare le memorie, per far questo indispensabile sono le emozioni.»
    Da grafologa mi è molto piaciuto leggere, a tal proposito, questo tuo passo: «I banchi, a differenza di tre generazioni fa, non sono più nemmeno incisi da forbici, temperini, punte di compassi e quant’altro. Questo fa pensare che la creatività stia lasciando il posto all’apatia, per questo quando incontro un alunno che durante una spiegazione disegna, lo lascio fare. Il modo in cui attua la sua forma di distrazione mi aiuta a catturare la sua attenzione. Nel momento in cui autorizzi un tuo studente a distrarsi disegnando, scopri che dopo un po’ altri compagni ne seguiranno l’esempio. Allora mi chiedo quanta energia consumino gli studenti per trattenere i propri slanci, al fine di evitare giudizi e umiliazioni, perché è ovvio che all’origine della loro frustrazione vi è l’idea che qualcuno indichi sempre la direzione». Quanto e in che modo, a tuo parere, il giudizio degli adulti pesa sulla crescita e sulla formazione della personalità dei ragazzi, soprattutto in pre-adolescenza?
    «Da mattina fino a sera tardi. Almeno fin quando tutto torna a tacere e si rintanano nelle loro stanze, perdendosi in mondi virtuali dai quali traggono nutrimento per la loro autostima. È sempre l’ascolto, come dicevamo, la componente essenziale. Quando sono nel loro mondo riescono a dialogare, a relazionare, a sentirsi adeguati e accettati, anche da chi non li conosce. La loro community è immensa, non è il semplice gruppo di amici che trovi per strada. Giudicare quel mondo senza conoscerlo induce il giovane ad allontanarsi e a smettere di ascoltare. Il clic è quasi immediato. Abbassare il peso del giudizio equivale ad abbassare la diga delle paure che l‘adulto prova quando interpreta il ruolo di educatore. Educare, da insegnante o genitore, ci impone di entrare in quel mondo in punta di piedi. Credo in questo: sono loro a metterci nella condizione di diventare educatori. Le regole e i patti educativi dovranno tornare alla ribalta presto, patti e regole condivise, discusse, approvate da entrambe le parti.»
    Sempre in merito al tema del rapporto tra giovani e adulti, scrivi: «Quando uno studente arriva a casa, vorrebbe togliersi la divisa da studente per indossare quella di figlio, per questa ragione un genitore potrebbe evitare di chiedere “com’è andata a scuola?” […] Se un genitore provasse a entrare in camera del figlio per augurargli la buonanotte, o per dirgli che, nonostante la verifica sbagliata, sente un amore enorme per lui, ecco che si produrrebbe un’emozione così potente da cancellare tutte le precedenti incomprensioni». Secondo te, quanto incide per un ragazzo avere una salda sicurezza in un riferimento emotivo solido da parte dell’adulto-genitore? Scrivi infatti che quello del giovane «non è un percorso facile, se manca la fiducia che deriva da un amore incondizionato».
    «Incide tutto. Mi chiedi quanto incide che un adolescente abbia una sana sicurezza nella famiglia? Nel ruolo di un padre o una madre? Incide in ogni luogo, in ogni parola, ma soprattutto in ogni decisione che poi loro andranno a prendere. Incide eccome. Questo legame lo sento molto tra i banchi di scuola. Quando tratti argomenti legati al ruolo della famiglia, ascolto poi i commenti dei miei alunni. Oggi in una classe abbiamo almeno il 50% di divorzi, un 5% di abbandoni da parte di padre o di madre. Questa statistica personalmente mi fa paura perché alimenta un senso di solitudine assoluto e depressivo. Per un ragazzo in crescita è indispensabile poter contare su punti stabili, su guide fisicamente presenti, su figure di riferimento alle quali possano rivolgersi ogni qualvolta ne sentano l’esigenza. Loro le cercano, le cercano, le cercano ogni giorno. Al costo di trovare quelle sbagliate, ma non smettono di cercare dei riferimenti.»
    Nel tuo testo scrivi: «Purtroppo, dai tre ai nove anni, sta venendo a mancare la magia della fiaba raccontata; per questo credo sia scorretto che i grandi disapprovino i giovani per la mancanza di desideri e aspirazioni.». Perché questi due temi – l’aspetto ludico e quello dell’orientamento scolastico – sono così connessi tra loro?
    «È a scuola che un adolescente ha imparato a stare insieme agli altri, a socializzare e a relazionarsi. Per un buon tempo questo sperimentarsi nel quotidiano avviene tramite il gioco. Credo che in fase elementare sia indispensabile il confronto serrato. Il bambino immagina di essere un astronauta, si misura con le sue fragilità e costruisce mondi nei quali a volte vince e a volte perde. Sente le frustrazioni ma anche le emozioni legate ai suoi successi immaginari. Diventa un mini-super eroe, insomma. Cosa accade se viene a mancare questo supporto, irrecuperabile negli anni a seguire? La prima cosa che avviene è la perdita di identità e di autostima. Allora accade che per decidere a piccoli passi del proprio futuro sia indispensabile vivere in tutte le sue parti il presente. Ogni tassello al suo posto, quando per tassello intendiamo proprio i rapporti con gli altri, con la famiglia, con gli insegnanti. L’orientamento, che non significa saper per certo cosa fare della propria vita, non si trasformerà mai in disorientamento, come oggi invece avviene. Troppi adolescenti non sono connessi al mondo emotivo, e troppi adolescenti oggi non scelgono per ciò che sentono, ma solo per quello che gli viene suggerito di fare.»
    È molto interessante anche il passo in cui accenni al fatto che «ci sono famiglie in cui i risultati scolastici sono presi come base meritocratica per premi o punizioni» e ti chiedi: «Davvero vogliamo che il cellulare diventi il peso della bilancia, nel momento in cui dobbiamo trattare un risultato scolastico?». Come far passare in modo più funzionale che è importante apprendere bene a scuola, al di là di una possibile ricompensa? Perché è insano, dal punto di vista pedagogico, utilizzare i ricatti per ottenere un risultato ambito?
    «Due sono le emozioni che oggi condizionano in modo profondo la vita scolastica di ogni adolescente. La prima è la vergogna, la seconda è il senso di colpa. Sono due emozioni che incidono in maniera preponderante, che non fanno stare bene nel momento in cui la scuola richiede di saper ragionare e non solo di saper ripetere! Ogni volta che un adolescente deve mettere in moto il proprio sé si scontra con queste emozioni che definirei bloccanti. Interessante allora diventa come gli educatori si approccino a questo mondo adolescenziale attraverso il vecchio sistema del “ti do per ricevere”.

     

    Nascono così i piccoli ricatti, pressioni e costrizioni, come se non ci fossero altre vie per dare importanza al lavoro di ogni studente. Un passaggio importante, a mio avviso, è quello del senso del dovere. Trasformare il peso del dovere in piacere, modificando anche il programma scolastico, potrebbe diventare un passaggio di crescita nuova. Non significa “fai solo ciò che ti piace”, indica invece che tutto ciò che stai portando dentro di te come crescita, tu lo senti come tale. E qui la grande differenza la fa ancora l’adulto educatore!»
    Colpisce, ed è meritevole di stima, il tuo metterti in discussione come adulto, genitore ed insegnante. Come valuti il rapporto con i tuoi tre figli ad oggi? Che padre cerchi di essere?
    «È una risposta che non ho. Posso solo dire che cerco. Quella è forse la parola più azzeccata. Posso solo cercare giorno dopo giorno di non perdere la direzione, di non trascurare certe radici valoriali, di non dimenticarmi di chi sono stato e di trasmetterlo serenamente ai miei figli. Mi dico sempre che mi piacerebbe avere anche solo il 10% del successo che ho a scuola con i miei studenti. Intendo il successo nella relazione, nella complicità che piano piano riesco a stabilire con loro. Invece vedo che è tutta un’altra storia. Una storia che però affascina perché in ogni loro dove, vedo che c’è qualcosa di me da risolvere. Mi fanno da specchio, uno specchio nel quale piano piano riconosco parti di me che facevo fatica a vedere.»
    Marcello Riccioni è storico e critico d’arte, insegna nella Scuola Secondaria. Il suo nuovo libro, “Non solo Q.I. L’intelligenza emotiva e quella dell’anima al tempo della didattica a distanza” (Massetti Rodella Editori) è ordinabile su http://www.pesciolinorosso.org/it-it/marcello-riccioni.aspx

    Irene Bertoglio è scrittrice, grafologa, rieducatrice della scrittura e perito grafico-giudiziario. Per anni ha gestito una struttura nell’ambito formativo ed educativo. Ha tenuto e tiene numerosi corsi di aggiornamento e innovativi progetti sperimentali nelle Scuole dell’Infanzia, Primaria e Secondaria, soprattutto di prevenzione della disgrafia e di orientamento scolastico e professionale. È autrice di diversi libri, tra cui, con lo psicoterapeuta Giuseppe Rescaldina: “Il corsivo encefalogramma dell’anima”. Dirige la collana editoriale Scripta Manent della casa editrice “La Memoria del Mondo”, di cui è responsabile a livello di ideazione, progettazione e revisione di tutti i testi relativi. L’autrice è contattabile all’indirizzo psicologiadellascrittura@gmail.com. Il suo sito professionale è www.irenebertoglio.it.

     

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