Una notte senza stelle. Di Giulia Accardo

    60

    ‘Sono andata a letto e le stelle non c’erano piú. Ho pulito bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite’.  Niente illuminava la triste serata, tutto era spento e buio. Un brivido di paura mi percosse la schiena e subito dopo un sorrisetto mi si dipinse sul viso; in me si accese il “lume dell’avventura” che mi fece precipitosamente alzare dal letto capovolgendo tutte le calde coperte che mi avvolgevano come un piccolo involtino fumante. Piano piano, passo dopo passo, scesi le scale di legno facendo scricchiolare, in modo quasi spettrale, ogni singolo gradino e raggiunsi l’armadio dove era contenuta la torcia, la presi. Cosí con passetti veloci entrai nella stanza di mio fratello, lo svegliai in modo alquanto brusco che quasi gli feci prendere un colpo;  ero troppo impaziente di mostragli il mio progetto per quella serata.

    Pensavo a quanto sarebbe stato divertente e avventuroso percorrere le stradine del mio desolato paesino di notte, e per di piú senza la guida sicura delle stelle, ma soprattutto volevo scoprire dove si fossero cacciati quei maledetti buchi lucenti del cielo. Rivelai il piano a mio fratello che in un batter d’occhio era giá pronto ad uscire; insieme sgattaiolammo svelti fuori dalla casa passando dalla porta sul retro per non farci scoprire dai nostri genitori che ancora dormivano indisturbati come ghiri. Perció in poco tempo riuscimmo a inoltrarci per le stradine della città deserta, o forse cosí era come credevamo; per il vicolo si aggirava con aria disinvolta e contenta un signorotto, un bel tipetto sui 60 anni, con un viso paffutello, degli occhi piccoli e vispi, due bei baffi arricciati e un fare da vero galantuomo degli anni passati; quest’uomo ci incuriosi’    assai,  decidemmo per questo motivo di scambiare due parole con lui.

    Buonasera!” disse lui precedendoci nell’inizio del discorso.

    “Buonasera!”  rispondemmo noi imitando quasi la sua voce da lussuoso signore “Cosa fa da queste parti, a quest’ora?” dissi allora io.

    “No, cosa ci fate voi nel cuore della notte a gironzolare da soli per le strade del paese? Ribatté lui. “Io faccio il mio lavoro.” “Ehm… Noi stavamo solo, mmm, solo…” borbottó mio fratello quasi sul punto di piangere sentendosi rimproverato. “Ma dai, è forse vietato fare una passeggiata notturna!?” conclusi io, ironicamente.

    “No di certo! Be’ allora arrivederci!” disse lui.

    “No, no, aspetti un attimo…” e diedi una gomitata a mio fratello il quale subito mi rilanció un occhiataccia che peró mostrava di aver capito tutto “Non nota niente di strano nel cielo di stanotte?”

    “Niente di rilevante” rispose lui molto serio.

    “Ma come? Non si è accorto che non ci sono le stelle! Sono sparite! Ce le hanno rubate! Le sembra irrilevante!?” contrattaccai io, immedesimandomi nel personaggio di Sherlok Holmes.

    “Ah giá, le stelle! Le ho prese io.” Fece tranquillo.

    “Le ha prese lei??” chiedemmo noi all’unisono, entrambi sconvolti e sconcertati. “Allora è questo il suo lavoro? Rubare le stelle non è un mestiere, a meno che lei non sia un ladro!”

    “Ma no, ragazzuoli! Cosa avete capito!? Ricominciamo da capo, piacere, io sono il signor Sogno! Io dono ai bambini, ai ragazzi e a quelli che voi chiamate grandi dei sogni, uno per ognuno. Stanotte ho sentito un bambino desiderare tanto arrivare a toccare le stelle e, dopo aver udito una tale richiesta, non ho visto come non potevo non regalargliele, così ho pensato di prenderle dal cielo reale dato che nel cielo dei sogni non esistono.”

    Increduli troncammo il discorso del cosidetto signor Sogno, com’era possibile prendere le stelle! Loro stanno nel cielo. “Scusi come è riuscito a rubarle?” chiedemmo noi.

    “Oh dai basta con questo termine… Io non le ho rubate, le ho prese in prestito e se volete sapere come ho fatto, seguitemi!”

    Io e mio fratello ci guardammo, eravamo d’accordo, la curiositá prevalse su di noi. “ Certo, noi siamo pronti”

    Poi non so piú cosa successe, so solo che quando aprii gli occhi non ero piú nel vicolo dove avevo incontrato lo strambo signorotto dai baffi arricciati. Mi trovavo non so bene dove, tutto aveva un carattere estremamente scherzoso, felice e spensierato. Con me non c’era piú mio fratello, lo trovai con il signor Sogno, seduto su una piccola panchina tutto intento ad acchiappare un farfalla col retino del suo compagno. Li raggiunsi.

    “Dormigliona, alla buon’ora!” mi dissero sorridendo.

    “Ma…Dove siamo?” chiesi io ancora un po’ frastornata.

    “Nel mio mondo” disse tutto soddisfatto il signor Sogno, “Benvenuta nel mondo dei Sogni: lí, alla vostra destra, vedete il pozzo dei desideri con accanto il campo dei sogni, alla vostra sinistra invece si trova l’interminabile prato delle opportunitá , al centro ecco la cascata dei pensieri. Io sono, come dire, l’amministratore di tutto ció. Invece al di lá delle montagne degli obbiettivi si trova il regno della perenne tristezza e dell’infelicitá mortale perché “ triste é chi sogni non ha”: questo é il motto di queste parti.”

    “Che bello, qua è tutto cosí, cosí perfetto e…magico!” esclamai.

    “Giá. Ora vi devo una spiegazione, non è vero? Io sono fatto di pura immaginazione, solo i bambini piú curiosi e fantasiosi mi possono vedere, il mio mondo é quello di cui io mi servo per rendere felice la gente ma come vedete qua è sempre giorno, e perció le stelle non esistono; il mio compito é quello di rendere contenti e soddisfatti, per questo ho preso le stelle, per creare un sorriso sul volto di quel bambino di cui vi parlavo.”

    “E noi come facciamo senza stelle… tutto sará scuro di notte…cosa dará d’ora in poi ispirazione ai poeti, agli scrittori, ai musicisti e alle persone ambiziose che puntano a grandi o piccoli obbiettivi?”

    “Ragazzi ovvio che vi ridaró le stelle. Altrimenti faccio felice un bambino e scontento il mondo!” ci rassicuró lui ridendo. “Cambiando discorso… Ora sapete il segreto della felicitá”

    “Davvero?” lo interrompemmo increduli.

    “Si, siate sempre curiosi, ambiziosi, coltivate i vostri sogni e alzate i punti di arrivo dei vostri obbiettivi. Vi faccio anche un regalo, vi dono un fiore del mio campo dei sogni”

    “Un fiore?”

    “Si un fiore vale un sogno: piantatelo per bene in un vaso, crescetelo, coltivatelo, proteggetelo  e amatelo; sará il segno che vi ricorderá di avere un sogno e di curarlo come farete con il fiore. Addio! E’ stato bello conoscervi! Spero che mi penserete quando guarderete le stelle e quando osserverete crescere il vostro fiore!  Ora che ne dite, vi riporto a casa?I vostri genitori saranno in pensiero per voi!”.

     

    Articolo precedenteParabiago: chiusura parziale del traffico su viale Lombardia per lavori rotatoria di via Fermi
    Articolo successivo“Non di solo Pane” intitolato a Monsignor Giuseppe Locatelli