Una donna, la fabbrica e l’Umanesimo: vita di Lucia Bruno Parola, che diede forma alla materia. E lavoro, quindi pane – di Emanuele Torreggiani

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Si coglie appieno la grandezza del ‘mito’ nella colata della fonderia dove la materia acquista forma. Nel 1921, ancora cocente il lutto della Grande Guerra elaborato per l’ovunque nella gloria del bronzo, due autentici pionieri, Riccardo Parola e Santino Luraghi, intrapresero, in una Magenta contadina che s’intravvede ancora nei portoni delle vecchie corti riattate, la fornace per il getto della ghisa ad uso acquedotto.

La rete idrica andava componendosi in misura vascolare per la lunga e la larga del territorio, irrorando le abitazioni di acque potabili e sostituendo i pozzi ‘a tromba’ che campeggiavano al centro di quei cortili, per quelle genti, per quelle seti e per quelle ogni necessità. Certo, per compiervi l’opera tutta ci vollero decenni, e ancora. In una via Lomeni, allora sterrata come buona parte dello stradario cittadino, i due uomini diedero l’abbrivio alla nuova impresa, iscrivendo così a pieno titolo il loro nome, il loro coraggio e l’azzardo commisurato, in ‘quell’umanesimo del lavoro’ capace di compiere la metamorfosi dei puri elementi: terra aria acqua fuoco. Mentre si scrivono queste righe, per i labirinti della memoria, sovviene del Professore Del Bianco, che in quella terza media delle Baracca educava alle Applicazioni Tecniche, anno 1968/69, una felice espressione: “dentro una fonderia, nel crogiolo che sversa, guardate i minatori che nel ventre della terra estraggono la terra ferrosa e il carbone”.

Per quanto Marcinelle, quei duecentosessantadue morti dentro la miniera di carbone belga fosse retrodatata di dieci anni, allora, in quel fluire del tempo lento, i dieci anni parevano, all’oggi, appena l’ieri mattina. Ed il nostro Professore ne parlava indicando che se noi si volesse davvero vedere il lavoro nella sua ‘fucina’ compiuta, si sarebbe dovuto visitare una fonderia e indicava la fortuna di averne una in città e chiedeva se mai alcun genitore ivi vi lavorasse. Si levò la mano d’un ragazzo entrato in terza classe ormai avviata, un lucano da poco in città non appena il padre, assunto alla Parola&Luraghi, aveva avuto la certezza della ‘mesata’. Il professore Del Bianco annuì e lo invitò a parlarne ma questi, schernendosi, il suo italiano esiguo, alluse al grembiule di cuoio pesante e le scarpe con la suola a chiodi, e le mani nere d’inchiostro e soprattutto, che ora in famiglia, si mangiava la carne. ‘L’umanesimo del lavoro’. Ed a centinaia ne sono passati e passano per quel portone. L’azienda, in quell’allora, dal 1921, era ben avviata e solida, ed oggi, scavallando il secolo di vita, risulta la più longeva del territorio. E di questo primato aziendale, non certo solo magentino ma nazionale, una parte del merito va ascritta ad una donna.

Lucia Bruno in Parola, classe 1928. Ieri deceduta. Donna, moglie, madre, vedova. “Mia zia era bellissima”, mi dice sua nipote omonima Lucia Bruno, ch’è altrettanto bella e mantiene il carattere ch’è deve essere forgia del ceppo di famiglia. Quel carattere che l’ha sostenuta nel ‘fare impresa’ dopo che un giorno crudele del 1969 le strappò il marito, Mario Parola, sposato a ventidue anni. Due figli, ancora giovanissimi. S’intravvede un letto vuoto che congela nei decenni la passione del corpo. Il soliloquio di ogni notte. La solitudine dell’alba in un silenzio incondiviso. Il dolore che accompagna con la costanza dell’ombra. L’anestesia dentro il lavoro. Il fermo adoperarsi di tenere insieme la famiglia. Rembrandt Van Rijn ha dipinto la vedovanza. Un’immagine profonda e vera. È un vecchio che abbraccia il figlio, il prodigo, e gli si vede, nell’abbraccio, una mano con fattezza maschile ed una femminile.

L’immagine è palindroma, vale per l’uomo quanto per la donna. Magenta, 9 agosto 2022. Squarcio di una lunga vita nella quale il lavoro è stato madre.

Emanuele Torreggiani

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