Un secolo fa, ‘Uccidete lo Zar Nicola II, la moglie e i figli!’

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Uccidete lo Zar!” Questo fu l’ordine ricevuto da una dozzina di soldati lettoni dai loro superiori bolscevichi. Una volta che la sparatoria ebbe inizio, non ci volle molto tempo per portare la dinastia dei Romanov, vecchia di tre secoli, al suo termine. Caricarono i corpi dell’ultimo Zar, Nicola II, sua moglie, cinque bambini e i suoi ultimi fedeli servitori su di un autocarro. Lo scaricare i loro resti sfigurati e smembrati in una buca scavata nella foresta, a circa 25 chilometri da Ekaterinburg, si dimostrò un compito difficile per quegli uomini. Ma per i nuovi governanti bolscevichi, la notte del 17-18 luglio 1918 avrebbe dovuto significare davvero la fine di quella storia. E non solo di Nicola II e della dinastia dei Romanov, ma pure dell’intero, bonario e patriarcale, sistema sociale russo, con gli Zar, i preti e i contadini. Certamente la risposta del popolo russo non preoccupò i bolscevichi. Non gli fece mai temere che i loro nemici sarebbero risorti dalle tombe per perseguitarli. A Pietrogrado (come si chiamava nel 1918), Vladimir Kokovtsov, che aveva servito Nicola II e la Russia per oltre un decennio, come Ministro delle Finanze e come Presidente del Consiglio dei Ministri, ricordava una corsa fatta su di un tram nella vecchia capitale, il giorno successivo alla diffusione della notizia dell’esecuzione di Nicola II (all’inizio negarono che anche l’imperatrice e i figli fossero stati uccisi).
“Non si vedeva segno di lutto o dolore fra il popolo” raccontò. “La notizia della morte dello Zar fu letta ad alta voce con sorrisi, derisione e commenti volgari”.
I giovani, in particolare, giubilarono, mentre i vecchi tendevano a starsene in silenzio. In privato, una piccola parte degli aristocratici già alleggeriti delle loro sostanze compianse l’assassinio dello Zar e alcuni temevano il peggio per le proprie famiglie. In Siberia, fu riportato che i contadini giubilarono per le strade. Il ‘Secolo Rosso’ per la Russia poteva cominciare con il sacrificio della famiglia imperiale. Furono loro le prime vittime, seguite da altri milioni negli anni successivi, immolati sull’altare dell’utopia marxista-leninista. Per usare le parole di Trotzki: “La Nazione ha così radicalmente vomitato la monarchia che, giammai, questa potrà strisciare nuovamente giù per la gola del popolo”.
Nell’estate del 1918 Kokovtsov si trovò rinchiuso, come altri membri del governo zarista e della classe dominante, in una prigione bolscevica. Trascinato davanti al capo della Cheka di Pietrogrado, fu interrogato circa la propria partecipazione a un complotto anti-bolscevico, che si credeva imminente. Dopo che i suoi carcerieri si furono convinti della sua estraneità, il chekista che aveva potere di vita e di morte su di lui, gli rivolse una domanda straordinaria.
“Conoscevate bene lo Zar?” gli chiese “Pensate che egli avesse coscienza del male che stava arrecando alla Patria?” Kokovtsov rispose che non capiva il significato di quella domanda.
“Chiunque capisce che cosa significa” il chekista rispose “la sua persecuzione di tutto ciò che era equo, di ogni anelito verso la libertà, […] gli esili, la persecuzione contro ogni parola che gli fosse contraria e infine, questa terribile guerra. Ma che senso ha parlare di questo? Voi state facendo finta di non capire che cosa voglio dire”.
La risposta di Kokovtsov fu chiara ed enfatica: “Sono stato l’assistente dello Zar per dieci anni; conosco bene la sua natura, e vi dico in verità che egli non fece del male a creatura vivente con l’intento di ferirla. Per quanto riguarda il suo Paese e la sua gente, egli s’augurava solo la loro grandezza, felicità, pace e prosperità. Come ogni altro uomo fece i suoi errori […] ma durante i miei dieci anni di servizio […] non riesco a ricordare una sola occasione durante la quale non rispose con sincerità a tutto ciò che gli pareva equo e buono. Credeva nella Russia, nel popolo russo e nella lealtà dei sudditi nei suoi riguardi, e sempre espresse questa sua fede con la più profonda convinzione. Sono certo che non ci fu sacrificio al quale non si sarebbe assoggettato per il bene del suo Paese, a patto che avesse saputo che tal sacrificio fosse necessario.”
In un certo modo, da allora, Nicola II è stato a lungo sul banco degli imputati, non solo in Russia ma anche in Occidente. Etichettato come ‘tiranno’ da Lenin nel suo ‘Dittatura del Proletariato’ Nicola II e la sua famiglia furono dichiarati ‘nemici del popolo’. Per sette decadi l’ultimo monarca russo unto con l’olio sacro fu oggetto d’una brutale e spietata damnatio memoriae e il suo nome fu sfregiato con l’obbligatoria aggiunta dell’epiteto ‘sanguinario’. Poi, con lo scorrere degli anni e lo svanire delle memorie umane, il suo nome fu crudamente cancellato.
“Lentamente ma inesorabilmente” ricorda una donna cresciuta nell’Unione Sovietica, la memoria dei Romanov fu eliminata dalla psiche collettiva dei russi. Al tempo in cui crescevo nell’Unione Sovietica e studiavo storia a scuola, nei primi anni 80, i libri di testo di rado menzionavano il loro nome, preferendo termini impersonali come ‘zarismo’, ‘tirannia’ e ‘autocrazia’. A cento anni dalla rivoluzione russa e dalla nascita dello Stato sovietico, perlomeno nel suo Paese natale, Nicola II è stato riabilitato, glorificato con la moglie e i figli come Santi e ‘Portatori di Passione’ dalla Chiesa Ortodossa Russa. Laddove le immagini di Nicola II e della sua famiglia furono fortemente soppresse dai governanti comunisti, oggi invece, in chiese, santuari e cappelle, dal Baltico al Pacifico, esse guardano benignamente giù verso i fedeli. Ogni anno decine di migliaia di pellegrini viaggiano a Ekaterinburg per rendere omaggio e offrire le proprie preghiere allo ‘Zar-Martire’.
Non così è in Occidente. Considerato insicuro, debole, succube della moglie, ignorante del mondo moderno, Nicola II resta per la gran parte della storiografia occidentale un’epitome della inettitudine spesso mostrata dai governanti non eletti democraticamente. Pare un uomo che fu preda delle proprie fantasie circa l’unità fra il popolo e lo Zar. E il fatto che i discendenti dei suoi antichi sudditi, oggi, elevino tale disastroso sovrano agli altari, suscita un sentimento d’incredulità. Per molti versi, comunque, tale credenza riflette il fallimento di comprendere i cambiamenti che hanno avuto luogo in Russia dal tempo della caduta dell’Unione Sovietica. I discorsi ricorrenti di una nuova ‘Guerra Fredda’ hanno generato fiumi di analogie, con arditi paragoni fra la Russia di Putin con l’Unione Sovietica di Stalin e di Breznev. Eppure, la riabilitazione dei Romanov è un simbolo della risurrezione dell’antica visione della Russia Ortodossa, la ‘Santa Russia’ seppellita per settant’anni dall’ateismo comunista. La liturgia ufficiale scritta per onorare Nicola II e la sua famiglia descrive il bolscevismo come ‘autorità senza Dio’ che oppresse la Russia dopo che ‘molti iniqui… leader vollero sollevarsi contro la Fede, lo Zar e la Patria’.
Certamente qui l’accento è patriottico e conservatore, ma nonostante ciò non ci deve sfuggire il suo radicalismo. L’ideale del Principe santo e martire pervadeva la cultura della Russia medievale e il culto del XXI secolo dei ‘Reali portatori di Passione’ lo fa rivivere. Come martire e Zar, Nicola II offre al popolo russo l’immagine d’un monarca “umile e mansueto […] nella sofferenza in cui, volontariamente, abbandona i suoi poteri terreni, la gloria e gli onori, nel suo desiderio d’evitare un fratricidio alla Caino”. Non troviamo forse qui esattamente il modello dell ‘Anti-Stalin’ di cui la società russa viene così universalmente reputata bisognosa? Nel narrare la storia del contadino Ivan Susanis, il quale nel 1612 sacrificò la propria vita per salvare quella del primo Zar dei Romanov, durante l’occupazione dei polacchi, la famosa opera patriottica di Glinka ‘Una Vita per lo Zar’ fu un elemento essenziale per ogni festività nazionale negli ultimi giorni della Russia imperiale. Nicola II e Alexandra devono averla vista decine, se non centinaia, di volte. Elevando l’imperatore ucciso e la sua famiglia al livello dei Santi, la Chiesa russa ha comunque potuto accettare e anche invertire questa logica. Per i credenti la Russia cristiana sembra dirci – in maniera sovversiva – che il vero sacrificio non è richiesto solo dal governato per il governante, ma anche dal governante per il governato. La prova della grandezza del governante non consiste, come per Ivan il Terribile o Stalin, nel livello di terrore che essi incutono nei propri sudditi, o nella completezza della loro abilità nel dominarli. Piuttosto, la grandezza del governante consiste nella profondità del suo amore per il popolo e nella sua capacità d’immolarsi, al punto da rinunziare al proprio potere e alla propria vita. Infatti, se un’opera fosse scritta oggi per esprimere il significato del sacrificio di Nicola II e Alexandra, come ‘Portatori di Passione’ la si dovrebbe intitolare “Una vita dello Zar per il suo popolo”. I cinici diranno che l’idealizzazione contemporanea dell’autocrazia dei Romanov è solo un’apologia per favorire la reazione politica, una scusa per propiziare futuri giri di vite in Russia. Forse lo è, e sarebbe errato non prestare attenzione a questa possibilità. Ma ciò che è importante, per noi osservatori occidentali della Russia, è un’ampia visione della loro società e delle loro politiche, per poter valutare delle alternative. Questo non lo potremmo fare se continuassimo a dire che la ‘autorità senza Dio’ del totalitarismo sovietico è l’unica stella polare seguita dalla Russia moderna. Al contrario, dobbiamo pensare che la radicale idea russa di una divina unione tra uomo e Dio, assai più che il sogno di un ritorno di Stalin, passa per la riscoperta del glorioso passato imperiale della nazione.

Presentazione di Matthew Dal Santo per il libro di Luciano Garibaldi “Uccidete lo Zar!” edito da Gingko Edizioni.
(traduzione dall’inglese di Angelo Paratico)

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