U come Umore (depresso). Torna il dizionario psicologico di Floriana Irtelli e Fabio Gabrielli

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La depressione è classificata come un disturbo dell’umore.  Può essere descritto come sentimenti di tristezza, perdita o rabbia che interferiscono con le attività quotidiane di una persona. Si tratta di una situazione abbastanza comune, possiamo quindi chiederci quanto incide sui fenomeni depressivi l’attuale contesto antropologico e sociale?

 

 

Alain Ehrenberg, in un saggio piuttosto noto, La fatica di essere se stessi. Depressione e società, ha rimarcato come nell’attuale età della tecnica l’identità, continuamente esposta ad ossessive richieste di efficienza e adeguatezza alle diverse situazioni esistenziali e professionali che si presentano, rischia sempre più di implodere nella depressione.

Nell’età della tecnica, infatti, la depressione ha assunto nuove forme: non è più caratterizzata dal conflitto nevrotico tra norma e trasgressione, ma da un vivo sentimento di inadeguatezza, per cui dalla società della colpa, secondo Ehrenberg, siamo passati a quella della responsabilità e dell’iniziativa.

 

Se l’iniziativa è il metro di valutazione della nostra società, se la strutturale contingenza del reale è vissuta solo come angosciante precarietà e frenesia del godimento, chi non è all’altezza perde valore come persona: da qui la fatica di vivere, di essere sempre all’altezza della situazione, con il conseguente senso di fallimento e naufragio esistenziale.

La depressione diviene, allora, patologia del tempo, patologia della motivazione: vita senza progetti, inibizione. 

Salvatore Natoli, fermo restando che nei “processi evolutivi non si può tornare indietro”, evidenzia, a sua volta, le minacciose contro finalità della nostra epoca, nella quale l’identità rischia di fissarsi in modo monolitico nella prestazione.

In altri termini, si è visibili in base al ruolo sociale (personaggio) e al ruolo attivo nel circolo produzione–acquisizione–consumo

Natoli, giustamente, evidenzia come nella società tecnologica: «Conquistare la propria identità non è facile, preservarla è ancora più difficile. Nella società contemporanea gli individui si muovono tra sottosistemi, ne entrano e escono secondo dei casi, “vorticano liberi nell’ambiente”».

L’uomo contemporaneo, inoltre, più che dalla plasticità sembra abitato dalla flessibilità, termine che sta ad indicare la docilità con cui si adegua alle grammatiche esistenziali che gli vengono imposte, senza creatività, senza il coraggio di dire di no, senza ascesi filosofica , assecondando il carattere intimidatorio del reale, quindi, deprivando il reale stesso delle sue possibilità, dell’inatteso, creativo avvento dei possibili. La plasticità rinvia, invece, al carattere dinamico del reale, alla sua vivacità, alla sua imprevedibilità, alle sue creative articolazioni.

La plasticità creativa, aperta ai possibili, capace di stare all’altezza del negativo, della contraddizione, della scissione,  in vista di rimodulamenti continui del reale e dei suoi possibili – il possibile si dà dove c’è il negativo, l’alterità; di conseguenza, si eclissa dove impera il positivo, l’uguale – è ormai obliterata a favore di una società del positivo, dell’uguale, del monolitico, del politicamente corretto, della prestazione omologante, senza confronto, dialettica, alterità, contraddizione.

La stessa depressione, in fondo, come sottolinea opportunamente Byung – Chul Han, incarna a tutto tondo l’ “eccesso di positività”: 

«La violenza neuronale non è originata da una negatività estranea al sistema. Essa stessa è piuttosto una violenza sistemica, vale a dire immanente al sistema. Tanto la depressione come anche l’ADHD (Sindrome da deficit di attenzione e iperattività) o il BD (Disturbo del comportamento) si riferiscono a un eccesso di positività. Il BD è una infiammazione dell’io per surriscaldamento, che rinvia ad un eccesso dell’Eguale».

 

 

PICCOLA BIBLIOTECA DELL’ANIMA

E. Bullmore, La mente in fiamme. Un nuovo approccio alla depressione, Bollati Boringhieri, Torino 2019.

Un libro che, a differenza di altri approcci, mette in relazione la depressione con l’infiammazione e non con lo squilibrio della serotonina. Infiammazione sistemica e malattia mentale, secondo l’autore, sono in stretto collegamento, e questo potrebbe portare a una psichiatria davvero personalizzata.

Floriana Irtelli & Fabio Gabrielli

 

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