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Tributo a Marco Pantani, che morì (di troppo amore) a San Valentino, nella stanza delle ‘rose’- di Teo Parini

Prendetevi del tempo, e mettetevi comodi. C'è da leggere

 

Anni Novanta da poco cominciati. In quei giorni c’è un nome che sta al mondo del ciclismo come il contemporaneo Milan degli olandesi sta a quello del calcio, quindi invincibile. Miguel Indurain Larraya viene dalla Navarra e da quando è in circolazione il podio ha due soli gradini liberi, il secondo e il terzo, perché il più alto è sempre affare suo. Un essere mitologico dedito alle due ruote, metà passista e metà scalatore, nel senso che esercita il suo dominio su ciascuna orografia immaginabile. E se la mole imponente giustifica l’attitudine congenita nel macinare con agio disarmante i lunghi rapporti, ciò che fa di lui un extraterrestre è la dote da grimpeur. Quando la strada si inerpica sotto alle pedivelle, infatti, il rendimento di un gigante che sfiora i due metri e il quintale è quello di uno scricciolo. Alla faccia di Newton e di una legge, la sua, che vorrebbe penalizzare la variazione nel tempo della velocità, l’accelerazione dunque, in ragione della massa. Fisica classica fatti più in là, sembra voler dire.

Per provare a mettergli la ruota davanti, il cavaliere più errante dell’epoca, Claudio Chiappucci, le pensò proprio tutte, col risultato di compromettere il fegato senza rimpinguare il palmares. Forte il varesino, oltre che il più amato dalla gente, quale attestato implicito di invincibilità del Miguelon sulle strade dei grandi giri. Nel lustro che va dal ’91 al ’95 Indurain incamera cinque Tour de France, tutti, più due Giri d’Italia, e fortuna che al resto non fu mai interessato. Un’alba nuova del ciclismo si era dunque aperta, essenziale e sparagnina, dove il metodo comincia a prevalere sulla fantasia avvicinando l’uomo alla macchina e lo sport alla scienza esatta. E per il popolo del ciclismo, tutto strada e passionalità, sono stagioni di magra, financo noiose, come quelle volte in cui la legge del più forte è esercitata da un despota senza fronzoli. La cosa grave è che pare non esista via d’uscita. Pare.

Primavera, anno 1994. Sulle strade rosa Indurain è un po’ distratto in chiave poker a Parigi tanto che finirà per cedere al non irresistibile Berzin il primato finale, ma ancora non lo sa. Perché tra il 4 e il 5 di giugno due tapponi alpini possono dare uno scossone alla classifica che vede lo spagnolo inseguire l’inusuale lepre. Il sabato si arriva a Merano e al termine di una giornata avvincente ma interlocutoria vince un giovanotto di cui si parla un gran bene. Condivide col Diablo Chiappucci la gloriosa casacca della Carrera, quella con i calzoncini in finto denim, e, al pari del capitano, la disciplina ciclistica non è il suo forte. Fa ciò che gli salta in mente per la disperazione dell’ammiraglia che, viceversa, lo dovrebbe pilotare. È l’arroganza sportiva dei predestinati, di chi si riconosce cucito addosso l’abito della festa. L’uomo che farà dello scatto in salita il fotogramma di una vita intera, quel giorno fugge in discesa giù dal Passo di Monte Giovo in una postura sfrontata che non si era mai vista e tutto solo taglia il traguardo con gli avversari che palesano un certo stupore. Fenomeno o casualità? Marco Pantani esiste.

L’indomani i giochi si fanno terribilmente duri. Intanto c’è da domare il Mortirolo, la bestia, sulla strada sinusoidale che conduce all’Aprica. E poi c’è Indurain incazzato come poche altre volte perché campione di razza, uno che non accetterebbe di perdere nemmeno alla tombola di Natale, che annusa la chance di ribaltare il tavolo con sopra tutte le carte da gioco. A metà dell’ascesa che oggi ne ospita un’imperdibile stele in bronzo, Pantani – berrettino a coprire una manciata di capelli, orecchie a sventola e una cinquantina di chili di nervi, un Pantadattilo come avrà modo di etichettarlo postumo Gianni Mura – sferra l’attacco.

 

Mani basse sul manubrio, in salita non pedala, danza, certi che se Nureyev si fosse appassionato di ciclismo avrebbe assunto eguale portamento. È sparpaglio. Indurain sbuffa come un locomotore a carbone ma non molla e in compagnia del simpatico Cacaito Rodríguez, antesignano della tradizione vincente colombiana che verrà, prova a ricucire il gap. Sulle rampe del Santa Cristina, però, l’uomo venuto da Cesenatico per cambiare il corso della storia decide che può bastare così. Lo scatto matto è violenza e eleganza insieme, fioretto e proiettile, poesia e sentenza. Il vecchio Re è nudo, spogliato dalla fatica, il nuovo Re è arrembante, sospinto dalla fatica. Sale di fretta – per abbreviare l’agonia, avrà modo di dire qualche stagione più avanti al culmine della popolarità – e sotto lo striscione d’arrivo la percezione è che nulla sarà più lo stesso. Marco Pantani è vera gloria.

La corsa rosa, Marco la vincerà solo quattro anni più tardi, nel magico ’98 dell’accoppiata Giro-Tour, ma il merito di Pantani, più che il quanto, sta nel come, quindi più empatia e meno almanacchi. Se una disciplina meravigliosa è tornata in quegli anni ad assumere dimensioni calcistiche in quanto a consenso e entusiasmo nazionalpopolare il merito è tutto suo. Somma dell’abbacinante talento che obbliga a rispolverare l’annosa questione del GOAT, ovvero il più forte di sempre, e di un animus pugnandi – gli argentini parlano di garra charrua – di colui che non teme l’eventualità della sconfitta se c’è da giocarsi la vittoria. Un ciclismo fatto di sensazioni purissime e gestualità codificate. Il lancio della bandana, per esempio, preludio all’infuriare della battaglia d’asfalto e sudore, inizio della fine per le ambizioni degli sfidanti.

Stagione 1999, è sempre Giro d’Italia. All’apice della carriera, Marco sta correndo in maniera debordante. A Oropa lo sguardo rassegnato di Ivan Gotti, uno che in salita fila come un razzo, vale più di mille parole: Pantani fa uno sport diverso che è sofferenza mischiata a tripudio. Per uno scherzo del destino è ancora il 5 giugno, ovvero quando tutto nacque, e c’è ancora il Mortirolo da scalare, forse. Sabato mattina, ore otto. Pantani, depositario della maglia rosa, si appresta a cominciare la routine che lo porterà alla partenza della tappa regina di un’edizione che sarà spartiacque, con un prima luminoso e un dopo intriso di sconforto, per tutti. Ad attenderlo scalpitanti sono già a migliaia sulle strade e presto saranno milioni quelli che si incolleranno alla tivù, quando si dice un amore viscerale. Ore otto, appunto, omicidio. Il primo, quello dell’anima.

Pantani viene fermato dagli organizzatori, il suo ematocrito – termine che abbiamo imparato malvolentieri a conoscere – sarebbe risultato fuori dai limiti regolamentari in seguito a un controllo effettuato pochi minuti prima. Impossibile per motivi sufficientemente evidenti non solo agli addetti ai lavori, ma il risultato sono quindici giorni di stop con decorrenza immediata. Morale, è rispedito a casa. Marco, ancora in pigiama e con il pugno sanguinante quale eredità di un’ira giustificata, ha gli occhi spenti di chi, incredulo, percepisce l’ingiustizia, non conosce il nemico ma ne avverte la presenza crudele. Finisce a tavolino l’epopea di Pantani, uomo e mito, somma di testa, cuore e gambe rappresentative di una generazione intera. Perché, a ridosso del nuovo millennio, Pantani è il ciclismo e viceversa, al punto da instaurare suo malgrado dinamiche poco sportive, interpretabili in un futuro ancora lontano. “Mi sono rialzato tante volte – dice attorniato da giornalisti e sciacalli, spesso sinonimi – ma questa volta è diverso”. Lo strascico di un inganno perpetrato dal mondo che aveva contribuito a rendere migliore non troverà in lui, personalità sensibile e istintiva, dissoluzione. Marco Pantani è rabbia autodistruttiva.

Il racconto di una delle pagine sportive più coinvolgenti di sempre avrebbe potuto concludersi qui se solo il campione disarcionato fosse riuscito a ricostruirsi una nuova vita altrove, ma sappiamo fin troppo bene che le vicende umane e agonistiche degenerarono in fretta secondo una piega differente. Prima dell’epilogo peggiore possibile, tuttavia, il ciclismo, sempre trait d’union tra campioni e gente comune, per un esiguo lasso temporale torna a essere epica, privilegio e rimpianto. Il canto del cigno.

Marco, quello là, era solito non chiamarlo per nome. Lance Armstrong è nella mente del Pirata l’Americano e basta, il texano spocchioso che ha sconfitto il cancro prima di essere sconfitto dai tribunali. In mezzo, una parabola di lungo domino al Tour de France, una nuova concezione del pedalare e, lo si scoprirà poi, il doping di squadra elevato su traiettorie sconosciute e se possibile ancora più perverse. Marco lo detesta epidermicamente, odio con tutta probabilità ricambiato, e se tra mille vicissitudini extra sportive prova a restare aggrappato al ciclismo che lo ha pugnalato alle spalle un motivo ha proprio le sembianze inespressive del rivale che rivale vero non lo era mai stato. Almeno fino alla prima estate del nuovo millennio. Pantani si allena poco, per usare un eufemismo, e molto concede a vizi e cattive frequentazioni, tuttavia con una ventina di giorni di corsa nelle gambe, e un Giro disputato da gregario per il vincitore Stefano Garzelli, accetta la sfida della Grande Boucle. La condizione pertanto è quella che è, approssimativa, e Marco scivola presto indietro nella classifica generale brutalizzata dal famelico Armstrong. La tappa numero undici trasuda storia con l’arrivo fissato sul Ventoux, il monte calvo della Provenza. Angolo di mondo inospitale semmai ne esistesse uno che in passato riuscì a prendersi la vita del povero Simpson, stroncato da un mix di aria rarefatta, canicola e forse anfetamine. A metà ascesa tra i battistrada non c’è Pantani, l’andatura imposta da Jan Ullrich, il Kaiser, è troppo sostenuta per Marco, vestito di rosa per motivi di sponsor nel paese che glorifica il giallo. Accartocciato sulla bicicletta e con lo sguardo maltrattato dalla fatica ha però un sussulto che è più blasone che gambe. Quando la vegetazione lascia il posto all’ecosistema lunare dove il caldo tossico scioglie l’asfalto, la sua azione incerta d’incanto riprende vigore. Marco riacciuffa i fuggiaschi, il gotha della disciplina, e inanella cinque scatti in serie tanto da ritrovarsi tutto solo in testa. Armstrong, dopo aver confabulato con l’ammiraglia, frulla le gambe con il rapporto agile che lo ha reso celebre e affianca Pantani, il suo è un ghigno diabolico. “Più velocità” dice, con aria di sfida. Una stilettata più che un invito. Mancano duemila metri scarsi allo striscione d’arrivo, Pantani e Armstrong sono uno contro l’altro, senza intermediari. Lo scontro è oggettivamente impari: uno staziona sul vertice della parabola di carriera, l’altro non è quasi più un’atleta ma ha un cuore enorme e i cromosomi griffati. Armstrong potrebbe scrollarselo di dosso ma il suo obiettivo narcisistico non è quello di giungere primo in vetta ma l’umiliazione dell’avversario che l’intero popolo del ciclismo gli preferisce. Lo stuzzica, lo costringe a percepire un senso di impotenza e a chiedere al motore un devastante surplus, per poi cedergli la vittoria come fosse un carneade qualunque. Prima di pavoneggiarsi in favore di telecamera: “L’ho fatto vincere”. Mai affronto avrebbe potuto essere più grande, Marco schiuma rabbia e medita vendetta.

Quattro giornate più tardi è tempo di Alpi e Courchevel una meta che ispira la resa dei conti. La strada che porta in Savoia è interminabile ma Pantani ha l’orgoglio ferito e sembra non curarsene troppo, perché fin dalle prime rampe è intenzionato scandire il passo, ha gli occhi iniettati di sangue. La progressione è feroce, il faccia a faccia inevitabile. Armstrong è al solito imperscrutabile, una maschera; Pantani è dinamite dal volto triste. Quando deflagra sono milioni a provare un sussulto perché Armstrong non c’è più, insegue da lontano, vede la sagoma del Pantadattilo sparire tra i tornanti. Marco ringhia e non si volta, che nel ciclismo significa consapevolezza, il suo è uno scatto permanente, metafora azzeccata di una vita tribolata e di un animo inquieto che trova nelle pendenze la comfort zone che solo un ciclista può comprendere. Con il passare dei chilometri le gerarchie si solidificano, così i rimpianti per ciò che non è stato. Marco ha un linguaggio del corpo eloquente, quello di chi, in modo legittimo, chiede di essere riconosciuto come il migliore. Vuole lo scettro di Armstrong senza ambiguità, diversamente dal Ventoux, e con prepotenza agonistica scalcia forte sui pedali, la sua cifra stilistica. L’ultimo a cedere alla sua furia è José Jimenez detto El Chava, il selvaggio. Scalatore che ha fatto dell’imprevedibilità una luminescente forma espressiva. Più che un caso fortuito, l’incontro è una commovente istantanea di commiato. Per entrambi, infatti, la vita sarà troppo breve e il 2003 passerà ai posteri come l’annus horribilis delle due ruote. Non se ne rendono conto, ovviamente, ma lo sguardo che i due ragazzi si scambiano, vincitore e vinto, è l’arrivederci in un posto diverso. Pantani taglia cosi il traguardo in perfetta solitudine: l’Americano è respinto. Marco lo doveva a sé stesso e con un sorriso appena abbozzato chiude qui il conto dei successi e Lance quello delle sconfitte sul campo. Ma tutto questo, da lì a poco, non importerà più nulla.

La giustizia non gli dà tregua, su Marco si riversa un insensato accanimento, e non si può certo dire che il resto vada per il verso migliore. Se i giudici in cerca del quarto d’ora orwelliano di celebrità lo assillano con la pagliacciata della frode sportiva, il Tour lo rifiuta alla stregua di un criminale e, quanto di più terribile, la depressione lo consuma. Quando il 30 maggio del 2003, dopo un triennio vuoto che pare un calvario, il trentino Gilberto Simoni neutralizza l’allungo effimero del Pirata sulla via che conduce alla Cascata del Toce, ultima asperità di un Giro d’Italia anonimo, la percezione è nefasta. Come se la cascata più alta d’Europa potesse averne appena ospitato la definitiva caduta, la goccia capace di far esondare il vaso. Non ci si sbagliava.

A dicembre dello stesso anno Marco è a Cuba, in fuga dai demoni più che in vacanza. Parte del tempo sull’isola rebelde lo dedica alla scrittura di un’improvvisata memoria che è tristezza, confusione e disperazione. Le pagine zeppe di inchiostro sono quelle del passaporto, un simbolo non a caso, sfregiato come se Marco volesse cancellare ogni traccia di sé, slegarsi dal suo mondo governato dalla droga, dalla farmacologia e da persone senza scrupoli. Le nove pagine di invettive scritte in maiuscolo dunque urlate, e poi gettate nel cestino, rappresentano l’ultimo tentativo di divincolarsi dai tentacoli di un malessere dilagante. Non più tardi di qualche settimana dopo, il ragazzo nato per elevare la fatica a opera d’arte solo 34 anni prima, viene ritrovato senza vita. 14 febbraio, giorno di San Valentino, Marco è riverso in una stanza – ironia della sorte – di un residence chiamato Le Rose. Omicidio, il secondo dopo quello sportivo, efferata piazza pulita di ciò che restava di lui. Un corpo tumefatto, sangue dappertutto, droga, bugie. E ancora, una strana gestione delle indagini, mamma Tonina che non si arrende, l’affetto imperituro della gente orfana del fratello, forse discolo ma di sicuro geniale, del ragazzo a cui volere bene è motivo di orgoglio. E la giustizia, che è solo una parola.

Ci sono uomini che danno alla vita molto più di quanto la vita, di rimando, decida di riconoscergli in cambio. Marco Pantani, con virtù e difetti come tutti noi, scelse proprio lo sport che è metafora della vita per antonomasia per realizzare i propri sogni, prodigandosi in un’interpretazione del ciclismo ineguagliabile, dunque immortale. Appartiene alla cerchia elitaria dei fuoriclasse senza tempo, annoverabili se solo l’Unesco si occupasse di sport nell’elenco dei patrimoni dell’umanità. Uno di quelli che, se proprio non lo hanno inventato, un aspetto caratterizzante della propria disciplina lo hanno elevato ai confini del conosciuto.

 

Depositario quindi di una gestualità che sapremmo distinguere tra migliaia. Marco – una novella di Rodari, un quadro di Mondrian e una struggente ballata del grunge, tutto insieme – è in definitiva una storia d’amore troppo breve che ci ha visto crescere. Purtroppo senza il lieto fine, come un urlo strozzato in gola.

Dedicato a Marco, ovunque esso sia.

Teo Parini

 

DI TANTO AMORE – IVANO FOSSATI

E magari morirò
di tanto amore
magari no
chi lo può dire?

Un anno e più non è uno scherzo
può renderti diverso
un anno è la fotografia
di te stesso che vai via.

E lei è lei, non può cambiare
dolcissima e immortale.
presto, dov’è la mia faccia più dura
che non veda che ho paura.

E mentre andrò dovrò pensare
tu non sei uomo da piegare
quante ne ho avute, quante ne ho volute
e poi dimenticate.

C’è chi mi odia per gli amori da un’ora
e chi mi cerca ancora
e non sa che avrei bisogno stasera
più che d’altro d’una preghiera.

Perché so
perché lo so.

Di tanto amore morirò
di questo amore morirò

avrò la faccia più dura

ma una parola e morirò
ha i suoi motivi la paura
dovrei saperlo già da un po’.

Ehi come stai sapore amaro
di appuntamenti a cui mancavo
di pensieri sempre i più buoni
cancellati dalle intenzioni.

Estate di corsa temporali d’agosto
e poi cambiare ad ogni costo
ehi come stai, sapore amaro
di una fine sicura.

perché so
perché lo so.

Di tanto amore morirò
di questo amore morirò
avrò la faccia più dura

ma una parola e morirò
ha i suoi motivi la paura
dovrei saperlo già da un po’.

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