Torquato Tasso sul Ticino, quel dimenticato mese.. di Giuseppe Casarini

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    In quasi tutte le biografie di Torquato Tasso ( 1544-1595)  non si riferimento alcuno, nella narrazione del suo doloroso e tormentato percorso terreno, alla brevissima sua  presenza, circa un mese, dalla fine dell’aprile fino al chiudersi del mese di maggio del 1566 nella città di Pavia. A  tale dimenticanza ha provveduto a suo tempo con dovizia di notizie  Pietro Moiraghi in un agile volumetto dal titolo «Torquato Tasso a Pavia» -Rapsodia Storica- edito (1895-96) per i tipi della Tipografia del «Corriere Ticinese» e che  offre nel contesto di tale permanenza un interessante e curioso «spaccato» della vita sociale e culturale della città di Pavia del XVI secolo.

    La principale  motivazione di tale storico ricordo  viene cosi motivata  dal Moiraghi stesso nel Proemio  di questo suo lavoro letterario: «Alle onoranze, che d’ogni parte d’Italia si tributano a Torquato Tasso, nel terzo centenario di sua morte, avvenuta in Roma il 25 Aprile 1595, Pavia ha il diritto ed il dovere di associarsi». Poi  il Moiraghi,  con riferimento alla visita fatta “ in quel della città ticinense nel 1566 dal ventiduenne Torquato”   così continua:  “ Sulle rive del Ticino dimorò un mese il grand’Epico Italiano, forse qui meditando qualche canto della Gerusalemme; certo nella città attinse, dalla viva voce del popolo e dai documenti delle Famiglie, tradizioni intorno alle Crociate  ed ai luoghi di Palestina, facendone tesoro per immortalare nel suo poema alcuni dei nostri concittadini”. E’ da ricordare che “Quando giunse in Pavia, Torquato aveva già composti vari canti dellaGerusalemme ed alle sue peregrinazioni non erano estranei gi studi per il compimento e per la perfezione del poema” Infatti dopo Venezia e le città marittime a quei tempi “ non vi era altra terra italiana , dove la leggenda e i racconti delle guerre d’Oriente destassero tanto entusiasmo  come in Pavia.”  e  “  Pavia si trovava lungo la strada che dalle Gallie conduceva a Roma o a Genova o a Venezia”  e   “ ben dispesso vedeva questi pii romei avviarsi alla Terra Santa e ritornare dalla peregrinazione alla patria dopo mille avventure e che alcuni dei pellegrini o lungo il viaggio, o più di frequente alle loro case o nei conventi, scrissero le memorie delle loro peregrinazioni; né mancarono di notare il loro passaggio per Pavia ed attraverso il territorio ticinese e fu specialmente dopo il Mille che siffatti pellegrinaggi divennero frequenti.” (1)

    Al riguardo si ha notizia che un tal vescovo pavese di nome Guglielmo fece parte di una spedizione di Crociati lombardi che nel 1100 sotto il comando dell’arcivescovo di Milano Anselmo IV si scontrò in Palestina con l’esercito barbaresco subendo una gravissima  strage e dove nel corso della battaglia solo i più lesti riuscirono  a salvarsi con la fuga: l’arcivescovo Anselmo dapprima ferito mori poi a Costantinopoli mentre Guglielmo  cogli avanzi delle sue schiere, ritornò a Pavia nel 1102 e finì infine i suoi giorni dopo trentasei anni di episcopato.”

     

     

     

     

     

     

     

    Fonte diretta delle vicende dei Crociati in Oriente il Tasso le ebbe qui in Pavia direttamente da Alfonso Beccaria cui si legò di profonda amicizia., amicizia che durò nel tempo e negli anni con frequenti scambi epistolari. Il Beccaria, “fra i più cospicui patrizi  pavesi, uomo dotto e benefico, fautore dè letterati e degli studiosi, letterato egregio egli stesso”  “ potè al giovane poeta non solo narrare quanto altre leggende pavesi raccontavano del misterioso Oriente , ma additare nei propri antenati i campioni delle Crociate e delle guerre asiatiche. Egli conservava ancora il preziosissimo archivio della sua potentissima famiglia e potè quindi  facilmente fornire a Torquato relazioni e documenti sulle imprese dei popoli latini nella Palestina.”

     Altre poi le fonti di sapere e di conoscenza del giovane  Tasso  in Pavia  «Qui egli ascoltava molti dei nostri lettori sulle cattedre del celeberrimo Studio, ed assisteva, per breve tempo, allo svolgersi di quella attività scientifica e letteraria, di cui dava ancora belle manifestazioni nel secolo XVI la città nostra, prima che si addormentasse nei deliri del Seicento». Infine come ben documenta  il Moiraghi  a partire dal capitolo del volumetto  dal titolo  «Chi attrasse Torquato sulle rive del Ticino?»                                                                                                                                                                           e tutta  «Una rapsodia» di fatti e notizie sulla vita sociale e culturale della Pavia di quel tempo. Della Pavia «… dove la vita degli studenti pure passava tra le feste chiassose, le risse, i pugnali, i colpi di spada, ed i fatti di sangue…». Ma anche la Pavia dove nel contempo «Gli studi avevano nobilissime tradizioni, e l’Ateneo era anche allora frequentatissimo… con studenti attratti dal nome di maestri eminenti, che vi insegnavano con plauso, tenendo alto il prestigio dell’antichissima fama». Ed ancora: ai giorni del Tasso in particolare «Le guerre, gli assedi ed i saccheggi avevano distrutto ogni fonte di floridezza per la vetusta regina del Ticino» e «Il popolo gemeva afflitto dalle carestie e dalle miserie; e solo a distrarlo concorrevano i tumulti della vita gaia e licenziosa degli studenti». Di contro, invece, «La nobiltà pavese era tra le più rinomate d’Italia per antichità di stirpe, per ricchezze e per valore di uomini, saliti alle più alte cariche civili, militari e chiesastiche». Ed ad alcuni degli esponenti di tale nobiltà si deve infatti «il mantenere vivi in Pavia il culto agli studi e specialmente a farvi rifiorire le lettere italiane e la poesia». Il riferimento è alla fondazione nel 1562 dell’Accademia degli Affidati «cui furono tosto ascritti ‘i primi letterati d’Italia”» dove il conte Alfonso Beccaria fu ascritto a questo sodalizio con lo pseudonimo  di Pensoso e  tra questi «Affidato» e al conte Alfonso legato colla più viva amicizia  «v’appartenne col pseudonimo di Endimione  Filippo Binaschi cui Binasco, piccolo centro in provincia di Milano in cui risiede chi scrive questa nota,  memore della sua antica fama,  dedicò, un secolo fa, affinché il suo nome non finisse nell’oblio del tempo una via nelle vicinanze del centro del paese. Di recente  Filippo Binaschi è stato  ricordato  anche nei dati storici della «cartina topografica» del Comune di Binasco sotto la dizione di «Filippo Giovanni Confalonieri – Poeta», in quanto Filippo apparteneva per nascita al ramo binaschino dei Confalonieri quindi era un Binasco o dei Binaschi.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    A lui  il Moiraghi dedica in questa «Rapsodia» pavese diverse pagine e notizie  ricordando in particolare non solo i tragici eventi della sua prigionia, della malferma salute e della cecità quanto gli apprezzamenti della «sua musa» nei circoli letterari del tempo nonché  l’amicizia che legò il giovane Tasso al cieco poeta binaschino in questa sua breve tappa e sosta in Pavia. Si ricorda tra l’altro  che a quel tempo i Circoli letterari erano frequentati anche della nobildonne pavesi tra le quali  primeggiava  Ottavia Baiarda Beccaria che “  fu e per sovrumana bellezza, e per sublimita d’ingegno, e per gusto di lettere celebrata moltissimo da tutte le lingue et da tutte le penne” ed in particolare in diversi carmi dal vecchio Binaschi e questi, quale esempio,  i versi a lei dedicati nel

     Sonetto per l’illustre e magnanima signora Ottavia Baiarda Beccaria

    Ottavia, la beltà famosa e rara,

    Di che altamente il vostro aspetto adorno

    Vidi, mentre mi diè veder il giorno

    Mio Fato acerbo, o mia fortuna amara;

     

    Al cor mi corse dilettosa e cara;

    Et io sempre la servai in quel soggiorno;

    Ove l’alma, mirando d’ogni interno

    Suoi pregi, si rallegra e si rischiara;

     

    Sì come dentro mi si pose allora

    Cò capei d’oro, occhi del sole, e gote

    Di fresche rose, e labbra di fin ostro;

     

    Così con tal valor mantiensi ancora,

    Che non può il corso dell’eterne  ruote

    Smarrir  il suo bel fior nel pensier nostro.

     (Filippo Biaschi Rime, p.II, p.260)

    Giuseppe Casarini

    1 Nota: Pavia la mansio Pamphica del Cammino di Sigerico o Via Francigena e la mansio della Via Francisca del Lucomagno

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