Tony Logue – “Jericho” (2021) by Trex Roads

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Esattamente un anno fa, era l’inizio del 2021, nel mio condividere esperienze e scoprire nuove sonorità attraverso le mie conoscenze americane, mi ero imbattuto in questo ragazzo del Kentucky. Ero rimasto folgorato dalla sua poetica sincera e dal sound folk così intenso e vero e infatti ne avevo scritto sul mio blog (https://trexroads.altervista.org/serpents-and-saviors-tony-logue-2018/ ).

 

Era stato un esordio davvero notevole, molto acustico e folk, un po’ come gli inizi di Tyler Childers, suo conterraneo e ormai leggenda del country americano. A quello era seguito un bellissimo live “Live on Red Barn Radio” (anche qui altro punto comune con Childers) e ho sempre saputo che avremmo sentito parlare ancora a lungo di questo artista indipendente del Kentucky.
Avevo ragione ma le mie aspettative, anche le più ottimistiche, non avrebbero potuto prevedere un’evoluzione talmente importante e un risultato di tale qualità e intensità. Siamo appena all’inizio di questo 2022 e posso certamente dirvi che i 12 pezzi di questo “Jericho” lo candidano, senza ombra di dubbio, ad essere uno dei migliori dischi di quest’anno.

 

Certo Tony ha avuto la brillante idea di affidarsi ad un gruppo di lavoro che conosce bene, la sua band. E’ una cosa inusuale per un artista solista. Solitamente ci si affida a dei sessions-players che collaborano o con il produttore o con lo studio, ma la scelta è stata vincente e l’affiatamento si nota. Il suono è stato affidato a Sean Sullivan, che ha lavorato con Sturgill Simpson, Childers e l’amico di Tony e altro artista da tenere a mente, e cioè Cole Chaney.

La band è formata da Derrick Rucker alla chitarra, Jason Munday alla batteria e Kyle Robertson al basso, con l’aggiunta di Russ Pahl alla steel-guitar, Mike Rojas alle tastiere e in qualche pezzo del mandolino suonato da Mark Howard (proprietario dello studio Tractor Shed dove il disco è stato registrato),del violino di Matt Combs e dei cori di Miles Miller (che suona con Sturgill Simpson) e Tammy Rogers-King (Steeldrivers).
Insomma una all star della musica country del Kentucky. E si sente : il suono è corposo, pieno e non ha esitazioni, la scrittura poetica e incisiva di Logue ha trovato il matrimonio perfetto con un sound così intenso, pulito. Un lavoro di squadra che ha certamente pagato. La produzione perfetta ha elevato la qualità di pezzi, già bellissimi.
Il primo brano di solito è lì per fare innamorare l’orecchio del disco e creare interesse sul resto dei pezzi e Silas ci riesce alla grande. Un pezzo di rockin’ country che dimostra al mondo l’influenza che la musica di un’altra leggenda del suo stato di origine ha avuto su Tony e cioè Chris Knight. Uno degli artisti di maggior talento e forse più sottovalutati della musica country americana. Un autore che ha influenzato molto la musica e la scrittura di Logue.

 

La voce è veramente convincente, intensa al punto giusto e il testo è poesia pura, un piccolo film e questa è abilità di pochi cantautori. Ma tutta la band è un monolite, un pezzo che ha nell’assolo di chitarra il suo picco. Bellissimo pezzo, davvero.
Il primo singolo, Calloway County, è una stupenda ballata country d’autore, il mandolino che la introduce ma che poi lascia il palcoscenico al violino che ci accompagna in un pezzo che ha un arrangiamento da fuoriclasse. Il testo è intenso e duro, un ragazzo che vuole vivere una vita diversa da quella del padre, di cui arriva a voler cancellare e rinnegare anche l’eredità del nome. Non sappiamo se i suoi testi siano ispirati a storie vere, ma lo sembrano, prendono l’anima e lo stomaco tanto sono reali e potenti.

Baptized mette altra carne sul fuoco, l’intro sembra quasi blues rock e la slide non fa che accrescere questa sensazione, un incedere pesante, il suono è davvero eccezionale, l’assolo è gioia per le orecchie. L’evoluzione di questo ragazzo in soli 3 anni è veramente notevole, o forse aveva solo bisogno della squadra e del momento giusti.

Le storie hanno spesso un’ambientazione a lui familiare come in questo caso il fiume Cumberland. Spesso gli autori country del Kentucky celebrano l’orgoglio di essere nativi di questa terra così selvaggia, ma anche così dura.
Questo forse è il brano che più mi ha stupito in positivo, il ragazzo ha talento da vendere e il mix di stili e sensazioni musicali non è per tutti, soprattutto farlo in maniera così naturale e convincente.
Le storie sulla sua terra continuano in Life’s Blood, dove Logue racconta la storia tragica e vera del Kentucky degli anni ’30 quando in nome del progresso vennero calpestate famiglie e vennero private delle loro terre, da affaristi senza scrupoli. Un pezzo potente ed emozionante, una storia raccontata alla maniera dei più grandi storyteller della musica.
Mi ero ripromesso di non citare tutte le canzoni di questo piccolo gioiello per non risultare ridondante o togliere la sorpresa, ma è difficile non parlarvi di pezzi come Losin’ Kind, country sorretto da potenti chitarre, con il solito il testo che è una poesia di vita dura, di vita vera quella della sua terra, dove le miniere avevano creato una falsa sensazione di benessere. Oppure di brani come Road to Richmond, dove con una trovata geniale (davvero geniale) il buon Tony ci regala un omaggio personale al suo idolo Chris Knight. Prende un pezzo del cantautore, Carla Came Home, e pensa un testo con un narratore/osservatore differente rispetto all’originale. Solo un songwriter di primo livello potrebbe risultare credibile in un’operazione del genere, gli spunti anche musicali sono molto ispirati alla musica di Knight, un country molto blues e “pesante”, violini e svisate di chitarra elettrica. Un altro pezzo che resterà come uno dei più belli della sua discografia, appena iniziata ma già notevole.

 

 

 


Non poteva mancare una ballata struggente in un disco di ispirazione country e con Dead Flowers, Logue ci regala una poesia dolorosa sia nella musica, il violino entra nello stomaco, che nel testo davvero tragico e potente sulla storia di una famiglia in rovina dopo che il padre è stato divorato dalle dipendenze. Non di facile ascolto, ma la voce dolce e intensa di Tony Logue la addolcisce per le nostre orecchie.
Sins of My Father è un pezzo che si distacca completamente dal precedente, con un appeal quasi soul, pianoforte e hammond, fra southern rock, country e blues. Un pezzo che, se ce ne fosse ancora bisogno, dimostra al mondo che razza di talento compositivo abbia questo giovane ragazzo del Kentucky. Il testo mai banale, ci parla dei “peccati di un padre” che per un figlio sono sempre difficili da non ripetere.
Non ho parlato, come detto, di tutti i pezzi, non per mancanza di qualità o perché non ne valesse la pena, ma perchè non volevo dilungarmi troppo a parlare di un disco che va ascoltato. Tutto.
Non tralasciate nessuna nota, nessuna sfumatura, lasciatevi accompagnare in questo viaggio musicale e poetico che è Jericho, un viaggio attraverso la vita dura e i sentimenti forti del Kentucky, sarete per mano di un grande artista, una grande voce e un cantautore dal talento sopraffino e arrivati alla fine vorrete ricominciare per accorgervi di altri particolari, di altre sfumature e vorrete risentire ancora alcuni assoli indimenticabili e sedervi accanto a personaggi struggenti e così reali.
Non c’è inganno, non c’è classifica, nessuna voglia di piacere alle classifiche e ai premi che mal si addicono alla musica della gente, ma solo tanto, tantissimo talento e voglia di raccontare in musica la vita così come la vedono i suoi giovani occhi.
Se non conoscete Tony Logue, fate subito ammenda e mettete le sue poesie nelle vostre casse, mi ringrazierete la prossima volta.

Buon ascolto,
Claudio Trezzani by Trex Roads www.trexroads.altervista.org
(nel blog trovate la versione inglese di questo articolo a questo link : https://trexroads.altervista.org/jericho-tony-logue-2021-english/ )

 

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