The dark side of the moon (and Nick, che vince a Washington)- di Teo Parini

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La cronaca. Nick Kyrgios ha vinto il torneo ATP 500 di Washington sia in singolare che in doppio e si appresta a svegliarsi con una classifica nei pressi della quarantesima posizione mondiale.

Soddisfatti i morbosi della conta dei punti e tornando a ciò che più ci interessa, il timore è che ad averlo assillato per anni con questioni noiose quali le chance sprecate, le capacità inespresse o l’abnegazione che non c’è, a ventisette anni ci stia credendo un pochino anche lui e non è affatto una buona notizia.
L’idea che un fenomeno di quelli che caratterizzano una generazione si possa mettere in testa di poter diventare un campione qualunque – uno che si allena duramente, gioca, vince, rinuncia alla vita ed elabora pensieri stereotipati – agita i pensieri di chi l’abbonamento alla tivù lo paga per vedere compiersi azioni governate dalla fantasia, dunque non replicabili, più che per tenersi aggiornato sui palmares.
Delle ultime ventisette partite, Nick da Canberra ne ha però perse solamente cinque ma in un’occasione non è nemmeno sceso in campo per infortunio e nell’altra ha impegnato a lungo Djokovic nel tempio di Wimbledon. Una reiterata costanza nelle prestazioni, nello sport diabolico che eleva la solidità mentale a esigenza vitale, riferita all’estemporaneità fatta uomo è un ossimoro vero. Pari, se non di più, all’associazione nello stesso pensiero di Sinner e vitalità giovanile. La notizia, più che il settimo sigillo in carriera, sembrerebbe proprio questa: la possibile metamorfosi Kyrgiosiana.
In realtà, da qui a pensare che il tennis sia diventata una priorità irrinunciabile per Kyrgios – più del pub, del basket e dell’intraprendenza sociale, grazie alla fondazione che porta il suo nome e si adopera affinché la vita dei bimbi meno fortunati di lui possa includere un po’ di luce – ce ne passa, tuttavia il linguaggio del corpo esibito in questi ultimi mesi descrive inequivocabilmente la storia di un tennista almeno un po’ diverso. Se non più serio, scomodando una presunta qualifica cara ai suoi tanti detrattori, meno distaccato nello svolgere una professione, a tratti financo divertito.
Non bisogna però disperare: ancora un coach non ce l’ha al suo fianco, continua imperterrito a colpire palline senza piegare le gambe come se il tennis fosse sempre una questione da dirimere con il talento più che con la fatica e non è dato sapersi come, dove e con chi abbia trascorso quest’ultima nottata. L’alienazione dell’uomo-Kyrgios all’interno della società-tennis, insomma, è ancora lontana da trovare compimento (come se stesse riscrivendo, 49 anni dopo, la recerche sull’uomo moderno cantata dai Floyd e scritta da Roger Waters). Ce ne rallegriamo perché, forse egoisticamente, a noi Nick piace così com’è. Che non rinunci mai al privilegio di avere vent’anni e che continui a trovare un senso nel mandare a gambe all’aria un torneo perché dietro alle telecamere c’è un mondo reale caleidoscopico che sarebbe delittuoso ignorare. In altre parole, che resti un istintivo generatore di bellezza, perché di macchine da guerra ne è pieno il circuito.
Teo Parini
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