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Teo Parini ci spiega Jannik Sinner (e rivela il suo futuro)

 

Un milione di telespettatori, un’enormità, ha assistito lo scorso sabato pomeriggio alla prima assoluta da vincitore di Jannik Sinner. Chi? Sinner, appunto, il giovanotto che da qualche giorno riesce nell’impresa involontaria e per la verità tendente allo stucchevole di far parlare di tennis quei media che non tradirebbero il calcio nemmeno sotto tortura. Invece nella strampalata Italia succede, per esempio, che la televisione generalista di Stato, mamma Rai, la cui proprietà non distinguerebbe una racchetta da una pagaia, decida di trasmettere sul secondo canale nazionale la diretta, appunto, della finale dell’ATP 250 di Sofia, teatro del primo hurrà dell’alto-atesino di San Candido, quando da interminabili decenni non muove un dito nemmeno per Wimbledon, il gotha, senza mostrare pentimento alcuno. Oppure che la tivù monotematica a libro paga della federazione tennis addirittura introduca la sovrimpressione sottopancia ‘Winner’, parafrasando così con modesta fantasia il cognome del portacolori azzurro, per giustificare un martellamento ossessivo fatto di estenuanti repliche e salotti di intrattenimento, tipico atteggiamento di chi sente odore di business più che di agone. Per non parlare, poi, delle prime sdilinquenti pagine dei quotidiani, sportivi di nome ma calciofili nella sostanza, che solitamente costringono il malcapitato lettore a scorrere fino alla pagina trenta per non doversi più sorbire i crismi della nuova fiamma di Ronaldo o del raffreddore di Ibrahimovic. Carta stampata che si è ricordata d’incanto che il vecchio gioco della pallacorda si è nel frattempo evoluto e fatto planetario.

Così il web, ovvero il bar del secolo ventuno, approfittando della sosta del campionato di calcio a causa degli impegni della nazionale si è intasato di un milione di aspiranti Nick Bollettieri da poltrona che, grazie alle competenze tecniche acquisite in un paio d’ore di un match peraltro malamente commentato, si sono lanciati in granitiche profezie odoranti di trionfo. Sinner, allora, per aver vinto un torneo che è la quarta scelta del circus dopo gli Slam, i 1000 e i 500, e che soprattutto annovera il carneade Mirza Basic in un albo d’oro tutt’altro che epico, è assurto a furore di popolo a nuovo Djokovic. E tutti giù a disquisire con sicumera bislacca se i venti più venti Major del Fedal saranno divelti con irrisoria nonchalance, prima o dopo la fine della pandemia che ci sta cambiando l’esistenza, dal nostro affabile lungagnone con la chioma color carota e lo sguardo del secchione che mai avrebbe fatto copiare un compito in classe. Insomma, per il rimpolpato popolo del tennis, Sinner, con un solo trofeo in mano, fa già rima con tutto e subito. Un clima pericoloso, ma c’era da aspettarselo, in una società imperniata sugli eccessi e pronta a buttare giù dalla torre i Sinner del mondo al primo fisiologico inciampo.

Beati loro, comunque, che hanno in serbo tutte queste certezze e tanto di cappello, al contempo, al diretto interessato e al suo immenso vate, Riccardo Piatti, che invece ne hanno comprensibilmente di meno, al punto da sentirsi in dovere di predicare prudenza, pazienza e umiltà a ogni intervista spesso inopportuna che gli viene propinata da questo nuovo mainstream allargatosi a macchia d’olio. Occorre intendersi. Jannik è fin da oggi un giocatore eccezionale, fortissimo, perché con solo diciannove primavere sulle spalle non si entra nel club dei quaranta giocatori più forti al mondo per un caso fortuito. Se c’è al mondo una disciplina che ignora il famigerato colpo di culo è senza dubbio la nostra e non è questa l’eccezione alla regola. A dirla tutta, sarebbe anche Top 20, Sinner, se solo il Coronavirus non avesse riscritto in corsa le regole per la compilazione delle graduatorie, ma la strada che separa un progetto di campione da un campione fatto e finito è lunga, tortuosa e deve essere percorsa per intero, senza sconti né scorciatoie. Con virtù, tanta, e altrettanta fortuna, perché di imprevisti ne è pieno il mondo, senza tentennamenti e senza le ontologiche distrazioni che per un teenager, a ben pensarci, non sarebbero nemmeno un dramma. No?

Jannik, almeno per come abbiamo avuto il piacere di conoscerlo in questo primo esiguo scampolo di carriera, appare programmato per vincere e, dalle parole finora fatte sempre seguire da fatti, sembra avere ben presente il suo target, cioè vincere tutto. Un concentrato di concretezza, serietà e fame agonistica che, in abbinamento a doti tecniche ed atletiche di primissimo ordine, costituisce il campo base da cui intraprendere la scalata al monte Everest, in assenza di ossigeno e senza curarsi di chi non ce l’ha fatta prima. La partenza, mica la vetta sulla quale si spera un giorno possa issare la bandiera. Un robot con un tennis intagliato a sua immagine e somiglianza, redditizio forse proprio perché asintotico al noioso. Un po’ come lui, del resto, ma nel senso buono: educato, gentile, misurato nelle esternazioni sovente di circostanza, mai un atteggiamento sopra le righe o una bizza dei vent’anni a mettere un po’ di pepe qua e là. Niente di niente.

Madre natura, è evidente, gli ha elargito diversi doni. Tra questi spiccano i segreti intramontabili del rovescio, la sua comfort zone, al punto che con il colpo bimane interpretato secondo modernità imperante Sinner fa ciò che gli pare e piace, come prendere a pallate l’avversario inerme. Dall’altro lato, quello del dritto, qualche problemino sul colpo meno naturale dell’armamentario – almeno così ci dicono i tecnici – ancora c’è. Poca roba in fin dei conti, si parla di allineamenti delle spalle da correggere, di punti di impatto da perfezionare, di baricentri da rendere più solidi. Nulla che il certosino lavoro quotidiano che Sinner sembra propenso a digerire senza troppo patimento non possa risolvere, anche se sarà sempre lì, alla sua destra, che i rivali più scaltri proveranno a fargli del male. Attenzione, però. Novanta colleghi su cento, e forse si sbaglia la stima per difetto, venderebbero la propria madre al mercato nero per un dritto potente e distruttivo come il suo. Del resto il divertimento di chi il tennis lo racconta per diletto è quello di fare le pulci ai grandi giocatori, mica ai terza categoria, e se ci si permette di vivisezionare il colpo che a chiamare di scorta viene quasi da sorridere è perché dall’altra parte impera l’eccellenza. A sinistra, nel braccio di ferro non si passa come a Stalingrado, a meno di non chiamarsi Wawrinka.

Jannik, che ha seriamente rischiato di fare lo sciatore di mestiere, è alto centonovanta centimetri, dunque in media con gli standard dimensionali di nuova generazione, ma è in grado di muoverli per il campo con sufficiente agilità, grazie a piedi che mulinano svelti e, globalmente, a una coordinazione che farebbe presupporre leve decisamente meno ampie di quelle in dotazione. In altre parole, se non è un fulmine di guerra come Nadal nella copertura dello spazio e nella simbiosi con il tempo, non è certo impalato come il buon Berrettini, tanto per citare un’altra eccellenza italiana che ha negli spostamenti il tallone d’Achille. Da lassù, inoltre, scende un servizio importante, robusto e vario, senza il quale sarebbe stato saggio non farsi troppe illusioni di gloria. Ma il cannone sparato a tutto braccio fa male al nemico, foriero così com’è dei cosiddetti punti facili e il mirino, con un piccolo ritocco unito a una superiore continuità, saprà alzare ulteriormente l’asticella. Proprio la seconda palla di servizio, talvolta più decisiva della prima nell’economia consuntiva di un match, scuote un po’ i sonni del formidabile entourage perché deve essere resa, se non letale, almeno inespugnabile e ancora non lo è. Ma la tecnica di base nel frangente più complesso del tennis quale è il servizio – parola di Karlovic, un docente per antonomasia in materia – è armonicamente fluida, senza dimenticare che il colpo di inizio gioco è cartina al tornasole dell’esperienza che non si compra, non si bypassa ma si matura quindici dopo quindici. E Sinner non ha ancora vent’anni e neanche una cinquantina di incontri nel motore.

Se sulle capacità volleatorie è ancora prematuro tirare qualche conclusione, considerato che se non ci si stringesse la mano alla fine del match Jannik non vedrebbe mai la rete così da vicino, qualche parola in più può essere però spesa sulla capacità di gestione della tattica e sull’attitudine. Da sviluppare accuratamente, la prima, giacché non è realistico pensare di fare sempre una maratona col piglio del centometrista; da predestinato, la seconda. Grande concentrazione, poco sconforto nei momenti difficili, cromosomica capacità di reazione, calma serafica e body language che incute certezze: molte per sé e un po’ meno per chi ha di fronte. La cifra stilistica del fuoriclasse che probabilmente verrà è allora quella di un potenziale dominatore, soprattutto perché disposto a sacrificare per la competizione tutto il sacrificabile. Una volontà, quest’ultima, che non si allena ma si possiede per genesi e Sinner la conosce a menadito. Battere, soffrendo il giusto, il sempre divertente Pospisil – lui sì, ma è un altro discorso – in finale al Sofia Open, pur celandone molte altre ha detto due cose piuttosto importanti. Che la strada testé intrapresa è quella giusta e, soprattutto, che non è affatto tempo dell’abbandono dei condizionali, con buona pace di chi ha già incautamente catalogato Sinner come il Tomba, il Bernardi o il Pantani prestati alla racchetta.

Infatti, l’anomalia insita nel tifoso che si muove più di pancia che di mente, e che magari da anni rimprovera giustamente al tennis moderno una reale omologazione tutta a discapito della fantasia, è quella di aspettarsi da Jannik, per campanilismo o forse per un poco d’incompetenza, ciò che mai avrà da lui. Trascinerà le folle, si spera, certamente per le vittorie, che poi in ambito professionistico sono tutto ciò che conta per dirla alla Boniperti, e non tanto per il coinvolgimento emotivo di un tennis, il suo, già visto e rivisto o per un’inglobante empatia sui playground che esula dalle sue corde di frontman. Sinner, in quanto a gioco, potrà dunque essere un Thomas Berdych che ce l’ha fatta – peraltro un complimento mica da poco, specie per chi ha presente la perfezione tecnica della scuola ex-cecoslovacca sdoganata da Ivan Lendl passando per Miloslav Mecir – perché complessivamente più forte di testa e più mobile di gambe, ovvero proprio ciò che ha impedito al ceco di compiere l’ultimo e decisivo salto di qualità per ambire a ruoli egemonici. Quindi Sinner delizierà i nostri palati soddisfacendo la voglia di set con la sua pulizia gestuale, grandi bordate coi fondamentali di rimbalzo, vincenti a grappoli ma rarissime fuoriuscite dal binario principale, leitmotiv affatto caleidoscopico sul quale scorrazza un treno che giunge sì con puntualità ma sempre nelle stesse stazioni. In casa nostra, per rendere meglio il concetto, non è nato un tennista della stirpe marziana di Nick Kyrgios o quella elegante di Denis Shapovalov. Ancor meno del geniale Benoit Paire o del funambolo Alexandr Dolgopolov. Oppure alla Stefanos Tsitsipas, uno che sarà ricordato più per il bello profuso che per l’utile incamerato. Tutta gente scolpita nel talento che gioca un tennis che è abbacinante bellezza ma che per amore della vita a trecentosessanta gradi – troppo amore, ed è un eufemismo in almeno due di questi invidiabili ragazzi – finirà per non vincere quasi nulla di sostanzioso. Sinner, la cui capacità di fare cose che altri non immaginano neppure, si chiama talento, è inferiore ai succitati colleghi, non lo si riesce, tuttavia, a immaginare nei panni di chi, dopo una partita buttata alle ortiche per supponenza, vola in un paradiso tropicale a sbollire la rabbia sorseggiando cocktail sulla spiaggia affollata da bikini o di chi ha la faccia tosta per sfidare una belva feroce come Nadal al termine di una nottata spesa in gozzoviglie. Perché ha inciso in stampatello le stimmate del professionista, al punto che difficilmente a fine carriera potrà lagnarsi di non aver fatto il possibile per diventare il numero uno. Riuscendoci, forse. Intanto, però, è vittima di una contraddizione popolare esacerbata dall’attenzione morbosa compulsivamente riservatagli e per la quale il tennis è sport ormai stereotipato – brutto nella dialettica corrente – dunque viva il messia Sinner, cioè l’archetipo dell’attualità del corri-e-tira forte. Un nonsenso, semplicemente perché, al pari dei giocatori, anche i tifosi di uno sport di difficile lettura come il tennis, e i canali che glielo raccontano, necessiterebbero di un graduale percorso di crescita nell’Era Open del tutto e subito.

 

Gianni Clerici

In conclusione, si può dire che quest’esperienza di fugace e iperbolica euforia collettiva generata dall’avvento di Sinner sul pianeta Terra, e nondimeno dalla spregiudicatezza comunicativa dei media, altro non è che il paradigma storico degli insuccessi del nostro tennis. Un magma di prematuri entusiasmi svaniti in fretta, popolarità mal gestite, sperpero di risorse economiche, cocenti disillusioni, mitizzazioni a casaccio, fiches sui cavalli sbagliati. Un movimento maschile, perché le donne hanno mostrato tutt’altra pasta, che negli ultimi interminabili quarant’anni non ha racimolato praticamente nulla di veramente importante, fatta eccezione per il trionfo monegasco di Fabio Fognini, tanto che per trovare l’ultimo sigillo in una prova del Grande Slam, così come nella sempre auspicabile Coppa Davis, occorre risalire all’epopea di Adriano Panatta e alle racchette di legno e budello. Se la nascita di un Roger Federer rappresenta lo sfacciato colpo di fortuna che non può essere pianificato nemmeno dalla più lungimirante delle strutture politiche, non aver saputo costruire una certa numerosità di giocatori buoni con chance di essere anche vincenti è invece una colpa ascrivibile intanto alla federazione, evidentemente più attenta al contorno che alla sostanza, oltre che a tutto un contesto sguaiato che sembra fatto apposta per crearsi accanto terra bruciata. Viene da sé che il progetto Sinner, sviluppato mirabilmente a Bordighera nell’accademia più antica d’Italia e nato solo pochi anni prima dall’intuito di Massimo Sartori già coach di Andreas Seppi, meriti la cautela da parte di tutti, chiamati alla misura, alla pazienza e, diciamolo, a una maggiore conoscenza della disciplina diabolica che fu di Bill Tilden. Non è ancora il momento dei caroselli ma con queste luminescenti premesse potrebbe non mancare molto, ammesso che Jannik continui a dimostrare la stessa formidabile abnegazione che oggi giustamente gli si riconosce. Per lui, del resto, si è speso anche lo Scriba, Gianni Clerici: uno che per definizione non sbaglia mai, nemmeno se ci si mette d’impegno.

Teo Parini

 

 

 

 

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