Tema. Un giorno di vacanza. Di Emanuele Torreggiani

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    È accaduto questa estate. Era a fine luglio, un pomeriggio caldissimo. Ero in auto con mio padre lungo un’autostrada, e lui andava a velocità sostenuta come sempre, quando le auto avanti presero a rallentare e ad accendere le quattro frecce d’emergenza. Ci fermammo. Eravamo in corsia di sorpasso e anche le corsie laterali erano ormai ingombre di auto e camion, tutti fermi. Il sole batteva forte. Eravamo bloccati del tutto. Fuori l’aria si stava facendo grigiastra dai fumi di scarico delle auto e dei camion. I mezzi sembravano deformati. Malgrado i finestrini fossero chiusi con il sistema del ricircolo dell’aria in funzione si annusava l’odore della benzina. Mio padre disse che appena possibile avrebbe scalato le corsie per cercare di arrivare alla prima uscita che distava solo pochi chilometri. L’urlo persistente di una sirena riempì l’abitacolo. La si vedeva, dallo specchietto, alle nostre spalle perché in quel tratto di autostrada la corsia di emergenza era occupata da automezzi che si erano fermati. Così un’auto della polizia cercava di far passare le ambulanze tra le corsie. Le auto dovevano fare spazio. Mio padre accostò il più possibile alla massicciata e chiuse gli specchietti.

     

    Vedevo i poliziotti in auto che passavano a passo d’uomo parlare animatamente alla radio con la sirena spiegata e poi le due ambulanze che procedevano lentamente e in quella un elicottero prese a volteggiare in avanti e presto la carreggiata opposta alla nostra fu chiusa al traffico e l’elicottero atterrò. Tutte le persone che vedevo nelle auto erano al telefonino e parlavano concitatamente. Intravvedevo infermieri e medici scavalcare il jersey tra le auto ferme. Mio padre mi indicò avanti un filo di fumo e mi disse che doveva essere un incidente grave. Noi avevamo in auto una bottiglia di acqua che bevvi. Il sole picchiava forte e malgrado l’aria condizionata l’auto arroventava. Dal sedile anteriore mi trasferii al posteriore, dalla parte dove non batteva il sole. L’auto era ferma. Mio padre scese lasciando la portiera per reggersi al predellino, entrò una vampata di aria rovente, poi risalì e chiuse. Disse che si vedeva un mezzo pesante ribaltato sul fianco ma che c’era una corsia libera dove la polizia indirizzava le auto a passare una alla volta. Rimanemmo fermi per circa dieci minuti prima che l’auto davanti a noi si muovesse di poco. Si muovevano anche i mezzi laterali. In vista dell’incidente si vedeva un camion rovesciato e due auto distrutte e le ambulanze e l’elicottero con le pale ferme e gli infermieri che si affaccendavano intorno alle persone coinvolte che mi sembravano spaventatissime, un uomo piangeva scosso da singhiozzi. Si stava creando un ingorgo perché tutti volevano passare davanti. I poliziotti agitavano le palette e gridavano. Passammo di fianco al camion rovesciato sul lato. Dove c’era il parabrezza era stato steso un lenzuolo bianco. Un soccorritore con la scritta medico sulle spalle scuoteva la testa parlando alla radio. Io avevo capito cos’era successo e non dissi niente. Ora la strada era libera e mio padre accelerò forte. Ci fermammo dopo una decina di chilometri ad un autogrill. Una televisione locale trasmetteva le immagini dell’incidente che avevamo appena visto. Io bevvi una bibita e mio padre il suo caffè fumando una sigaretta e tenendomi per mano. Io chiesi a mio padre se il telo bianco voleva dire, e non dissi nulla. Morte, lui continuò guardandomi negli occhi. Era molto stanco mio papà. Lui non lo dice a nessuno ma io lo so che dorme poco. Io lo so. Vedo ancora il suo cuore. Mi disse che non si deve temere le parole. Soprattutto le parole che indicano la verità. Era morto. Disse. Io gli chiesi perché un lenzuolo bianco, perché proprio bianco. Accese un’altra sigaretta, come fa sempre da quando lo conosco. Disse che il bianco ha dentro tutti i colori, come la neve. Mi disse che tutti i colori sfumano dentro la luce. Lo guardai, e notai che anche la camicia di mio papà era bianca. Gli dissi se potesse cambiare la camicia appena a casa. Mio padre annuì. Tornammo all’auto, lui aprì il baule dove tiene sempre una valigia con alcuni suoi indumenti. Si tolse la camicia bianca e ne indossò una azzurra. L’aveva fatto per me. Lo abbracciai e gli dissi grazie papà.

    Emanuele Torreggiani

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