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Senso di colpa: come se ne esce?

Colpa: ogni azione od omissione che contravviene a una disposizione della legge o a un precetto morale….

Per la dannosa colpa della gola. Come tu vedi , alla pioggia mi fiacco. (Dante)

Ed eccoci alla condizione base scatenante, almeno per lo scrivente, la maggior parte di malesseri psicologici.
Sigmund Freud affermava che, alla base della patologia nevrotica, esisteva il conflitto tra il desiderio di realizzazione delle proprie pulsioni e l’impedimento dato dal SuperIo o in parole comuni dalle leggi e dalla morale, che spesso sono in contrasto con la pulsionalità soggettiva.
Quindi, apparentemente si hanno solo due possibilità: o si ubbidisce perfettamente alle regole morali, rimanendo frustrati nei propri desideri; o si trasgrediscono, sentendosi, dopo, pervasi dal senso di colpa, che può essere espiato solo con una giusta penitenza. In mancanza di una penitenza appropriata si rimane con il senso di colpa.
Ma se il problema è il contrasto tra i bisogni soggettivi e il controllo morale, in teoria , al giorno d’oggi, dovrebbe essere scomparso il senso di colpa, poiché la nostra società ha superato la morale con la razionalità ed i bisogni dell’individuo sono sempre più primari, rispetto i bisogni della collettività. Invece, ci si ritrova con un esponenziale aumento del senso di colpa. Come mai?
Per avere una risposta torniamo un attimo nel passato, dove nella nostra cultura, il senso del giusto era patrimonio gestito dalla religione. Supponiamo che, dei genitori, indicando il barattolo di dolci, ad un bimbo, gli intimassero di non aprirlo. Naturalmente, appena allontanati i genitori, il bimbo in questione avrebbe cercato di impossessarsi del contenuto del barattolo. Lo scenario successivo, avrebbe potuto essere il seguente: colto in flagranza, il bimbo prendeva un po’ di scappellotti, espiando la colpa; oppure, se il furto era stato compiuto con destrezza e quindi non scoperto, rimaneva il senso di colpa; ma il bimbo avrebbe potuto andare dal prete e, confessandosi, dopo una giusta penitenza, sarebbe stato assolto e conseguentemente il senso di colpa sarebbe scomparso.
Tuttavia, nella nostra società laica, se non siamo colti in flagranza, e se siamo adulti nessuno ci può accusare, tranne noi stessi con la nostra razionalità, che ci sottolineerà come quei dolci assunti erano un plus, rispetto al nostro matematico fabbisogno alimentare; che sicuramente questi dolci si trasformeranno in: “ciccia”, cellulite, carie, foruncoli, e mal di stomaco. A monito eterno dell’errore compiuto e utile nel mantenimento del senso di colpa.
Pensiamo che se tutto questo si scatena, davanti ad un barattolo di dolci, figuriamoci in situazioni più complesse, come i rapporti interpersonali! Quindi, come dichiaro sempre ai miei pazienti: “ Ricordatevi che i sensi di colpa fanno costruire le ville agli psicologi”
Se avete già dato, o non volete contribuire ad erigere ville a terapeuti vari, come si può fare?
Abbiamo visto che alla base del senso di colpa esiste la trasgressione ad una regola, aggiunta ad una mancanza della capacità d’assoluzione, ed alla ricerca affannosa di una soluzione punitiva assolutiva, che di solito una persona non riesce a trovare (il peggior giudice di noi stessi, siamo noi stessi), rimanendo, di conseguenza, con il senso di colpa. Allora? Innanzitutto partiamo nel rivedere le norme di autoregolazione che ognuno di noi ha. Spesso ci si accorge che molte di queste regole sono dei ricordi atavici della nostra storia e magari sono regole non più appropriate al presente. In un secondo tempo, abbandoniamo il senso di giusto o non giusto razionale e sostituiamolo con un senso più etico. Dove alla base di questa etica rimanga una domanda: “l’azione che ho fatto è stata scelta volutamente per fare del male a me o ad un’altra persona?”. Se la risposta è: sì, scegliamo una giusta penitenza, compiuta questa, sentiamoci assolti. Se, come spesso succede, la risposta è: no, allora sentiamoci assolti in partenza, visto che eticamente si è colpevoli di una azione negativa volutamente scelta, e non di un errore involontario.
Semplice ! Certo, ma se tutti riuscissero a farlo noi psicologi saremmo costretti a ridimensionare i nostri bisogni abitativi.

GIUSEPPE RESCALDINA

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