Sant’Anna di Stazzema: per non dimenticare

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    Da agosto del 1944, ricorrevano i 70 anni dalla strage nazifascista di Sant’Anna di Stazzema. Una storia lunga e dolorosa, per decenni consegnata all’oblio. Già nel 1975 Magenta stringe uno storico gemellaggio con il Comune toscano, che oggi pochi ricordano

    Il 12 agosto scorso, alla presenza del Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini, Sant’Anna di Stazzema (Lucca) ha celebrato il 70esimo anniversario
    dell’eccidio compiuto nell’estate del 1944 dalle truppe naziste e dai fascisti collaborazionisti.
    Furono 560 i morti, soprattutto anziani, donne e bambini, il cui sangue tinse di rosso i rilievi dell’alta Versilia. Ma già nel marzo di quest’anno, a Sant’Anna, si erano incontrati in un clima di grande commozione il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quello tedesco Joachim Glauck per ricordare le vittime. Una
    strage pianificata, eseguita a freddo dal “battaglione della morte” comandato dal generale Max Simon: l’obiettivo era quello di creare lungo la Linea Gotica “terra bruciata” nelle immediate retrovie del fronte. Sant’Anna era un borgo isolato e per questo parecchi sfollati si erano rifugiati lassù. Nessuno poteva immaginare che invece il paese sarebbe stato solo il primo capitolo di questo sanguinoso e più esteso disegno. Il 19 agosto, infatti, toccherà anche a Valla, oltre l’Appennino (107 vittime, molti neonati) e a San Terenzio (53 impiccati), il 24 agosto i nazisti con le brigate nere distruggono Vinca e i villaggi del Comune di Fivizzano. Il 15 settembre avviene il massacro del Frigido (108 fucilati) e il 16 quello di Bergiola. Poi il
    battaglione, puntando a nord verso l’Emilia, concluse il ciclo d’operazioni con l’eccidio di Marzabotto il 29-30 settembre.
    Quel 12 agosto del 1944 l’orrore inizia alle 7 del mattino. Il borgo e le sue piccole contrade vengono completamente circondate dai nazifascisti. Alcuni uomini riescono a fuggire nei boschi per evitare il rastrellamento sicuri che a donne e bambini non sarebbe successo nulla. Si sbagliavano: con una ferocia inaudita i soldati fanno uscire tutti dalle case, alcuni vengono uccisi per strada altri vengono portati nelle stalle e sterminati con bombe a mano e raffiche di mitragliatrice per poi essere bruciati con i lanciafiamme, compresi
    i feriti. Ai bambini viene fracassata la testa con il calcio delle machine-pistol o infilzati e appesi ai muri delle case. Sette piccoli vengono buttati in un forno, acceso per preparare il pane, e bruciati lentamente. Oltre 140 persone
    vengono radunate davanti alla chiesa dove don Innocenzo Lazzeri, parroco di Farnocchia sfollato a Sant’Anna e ricercato perché sospettato di essere in contatto con i partigiani, cerca di fermare i soldati ma viene giustiziato mentre stringe tra le braccia il corpicino di un bambino di pochi mesi. Come Anna che aveva solo 20 mesi e che verrà sepolta in una scatola delle bambole. A don Lazzeri verrà conferita la Medaglia d’Oro al Valor Civile. Un massacro che si interrompe solo a sera quando gli assassini decidono di puntare su Valdicastello uccidendo
    chiunque incontrano sui sentieri. Il giorno dopo è un altro sacerdote, don Giuseppe Vangelisti, a scoprire quanto era successo. La mattina del 13 agosto sale tra le case ancora fumanti di Sant’Anna e si aggira attonito
    tra i corpi bruciati delle vittime. Con lui c’è anche il giovane Elio Toaff, futuro rabbino-capo di Roma, partigiano della Brigata Garibaldi X bis “Gino Lombardi”. Toaff entra in una casa: “C’era una donna, seduta di spalle, di fronte a un tavolo”, racconterà. “Per un attimo pensai fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato”.
    Dopo la guerra, nonostante nel 1970 al Comune di Stazzema venga conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare, i documenti relativi alla strage vengono “volutamente” occultati. Solo negli anni Novanta il Procuratore Militare presso il Tribunale militare di Roma, Antonino Intelisano, scopre i documenti racchiusi nell’”Armadio della vergogna” con la sigla “archiviazione provvisoria”. Il processo presso la Procura militare di La Spezia si conclude nel 2005 con la condanna all’ergastolo di 10 graduati tedeschi, sentenza confermata in Cassazione nel 2007.

    Ma nel maggio 2013 la Procura di Stoccarda decide di archiviare la pratica di Stazzema per “mancanza di prove documentarie sufficienti per processare i nazisti”. Atto che per fortuna è stato annullato proprio nell’agosto di quest’anno dal tribunale di Karlsruhe che ha riaperto il processo trasmettendo gli atti alla Procura di Amburgo dove risiede l’ex SS Gherard Sommer, comandante di una delle compagnie che partecipò alla strage. Un atto di giustizia dovuto a Stazzema e all’Italia. Ma torniamo agli inizi degli anni Settanta. In quel periodo l’ala più intransigente dell’allora Partito Comunista tende a negare l’apporto dato dai cattolici alla Resistenza. Il clima durante le celebrazioni del 25 aprile spesso è carico di tensione. Nonostante questo, proprio il 25 aprile del 1975 a Magenta gli allora sindaci di Sant’Anna Renzo Buselli e di Magenta Ambrogio Colombo firmano l’Atto di Gemellaggio tra le due località alla presenza del Parroco di Sant’Anna don Giuseppe Vangelisti e di Magenta don Giuseppe Locatelli.
    Un “patto di amicizia” sancito dalla delibera del Consiglio Comunale n. 331/1975. Nel 1976 la stessa cerimonia si ripete a Stazzema. Nell’atto di Gemellaggio si legge: “Entrambi i Comuni, pur per diversi motivi, sono legatialla storia della nostra Patria. Magenta è stata una pietra miliare del Risorgimento Italiano, Stazzema un simbolo indelebile della Libertà”.
    Un patto di amicizia che ha portato anche a importanti scambi di esperienze tra i due Comuni. Un esempio: nel 2000 viene istituito il Parco Nazionale della Pace a Sant’Anna di Stazzema, che si estende sul territorio collinare circostante il paese, concentrandosi nell’area sacrale che, dalla piazza della chiesa e dal Museo
    Storico della Resistenza, attraverso la Via Crucis ed il bosco circostante, giunge al Col di Cava, dove sorge il
    Monumento-Ossario. Un risultato ottenuto grazie anche alle esperienze sul Parco del Ticino trasferite da Magenta al Comune toscano. Oggi però l’oblio sembra calato su Magenta. Al di là di una delegazione inviata ad agosto a Sant’Anna per ricordare le vittime e qualche breve trafiletto sui giornali, di Stazzema non si parla più. Arrivando in città i cartelli recitano:Magenta, gemellata con Ville de Magenta”, un atto siglato nel 2009 dall’allora sindaco Luca Del Gobbo e ricordato con una targa sulla facciata del Municipio. E Stazzema? E gli altri gemellaggi? Recuperare il valore di questi “patti di amicizia” significa recuperare parte della storia della nostra città e i valori che stanno alla base della nostra società e della nostra democrazia.

    (*Articolo tratto dal numero 71 della rivista de I Quaderni del Ticino edita dal Centro Studi Kennedy)

     

     

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