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Salute, malattie reumatologiche e Covid-19: i primi dati vengono da Pavia e sono rassicuranti

PAVIA – Sono stati pubblicati su “Annals of the Rheumatic Diesases”, la più importante rivista di Reumatologia, i primi dati mondiali relativi all’andamento dei pazienti trattati con farmaci biotecnologici, ad azione immunosoppressiva, per malattie reumatiche.
I risultati di questo studio sono stati ampiamenti ripresi a livello internazionale e sono stati oggetto di press release da parte di EULAR, la società europea di reumatologia.
Ci sono diversi agenti virali che sono associati ad un aumento del rischio di complicanze respiratorie in pazienti immunocompromessi e la recente pandemia di Covid-19, responsabile di una grave sindrome respiratoria, ha rappresentato e rappresenta motivo di preoccupazione per la gestione di pazienti con malattie reumatiche infiammatorie. Per questa ragione, sin dai primi casi di Covid-19, gli ambulatori della Reumatologia del San Matteo, hanno attivato un azione supplementare di monitoraggio dei pazienti con artrite cronica trattati con farmaci biologici.
In particolare sono state indagate le condizioni di salute dei pazienti, l’essere stati a contatto con soggetti affetti da Covid-19 ed essere stati trattati con il farmaco biologico, nelle prime settimane della pandemia.

I risultati indicano che questi pazienti, ritenuti particolarmente a rischio, a causa della malattia e del trattamento, in realtà non presentano problematiche maggiori rispetto a quelle della popolazione generale – spiega Carlomaurizio Montecuccodirettore della UOC Reumatologia della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia -. Questo è particolarmente importante perché ha consentito di fornire indicazioni ufficiali per la prosecuzione delle cure anche durante la pandemia, in quanto non aumentano il rischio di contagio o la gravità della malattia COVID-19, mentre una loro sospensione può aggravare la malattia reumatica di base con gravi conseguenze. Inoltre, è possibile che il trattamento stesso possa influire positivamente sui pazienti COVID. Infatti, molti di questi farmaci anti-reumatici sono stati proposti nel trattamento delle manifestazioni più gravi della malattia caratterizzate da una marcata impronta infiammatoria”.
Contemporaneamente, è stato avviato, sempre presso la Reumatologia del San Matteo, un progetto di telemedicina attuato per garantire ai pazienti affetti da lupus eritematoso sistemico (una grave malattia del sistema immunitario) un follow up regolare “che ci ha permesso di verificare se questi pazienti avessero dei sintomi correlabili al COVID” spiega Montecucco.
Nell’ambito di questo progetto –anch’esso oggetto di pubblicazione sulla rivista “Annals of the Rheumatic Diesases” – sono stati valutati 165 pazienti provenienti da Lombardia ed Emilia Romagna. Tutti erano in trattamento farmacologico da oltre 6 mesi: 127 con idrossiclorochina, 93 con prednisone, 41 con micofenolato mofetile e 12 con altri immunosoppressori (come, ad esempio, il metotrexato).
“Abbiamo potuto registrare che solamente quattro pazienti hanno avuto una diagnosi di COVID19 confermata con tampone nasofaringeo, mentre otto manifestavano almeno tre sintomi, come febbre, dispnea, tosse e anosmia, oltre a contatto con un paziente positivo al coronavirus – commenta il direttore della Reumatologia del San Matteo -. Dei quattro pazienti confermati, solamente uno, con un quadro clinico pregresso importante, ha necessitato di cure intensive per lo sviluppo di una sindrome da distress respiratorio. Abbiamo anche potuto registrare che sette pazienti affetti da lupus eritematoso sistemico, nonostante avessero avuto un contatto stabile con un paziente covid positivo, non hanno sviluppato sintomi. Altra cosa interessante che è stata rilevata è che il COVID si è manifestato nonostante il prolungato trattamento farmacologico con idrossiclorochina”.

contributo tratto dal sito partner www.vigevano24.it

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