Sacrificio

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    Nel fondo della notte, le due del mattino. Sveglia. Paola ascolta il respiro regolare dei suoi figli dentro il sonno. Lei gli sussurra un bacio mentre si vergogna un poco di quelle sue mani andate a rovo. Dai, di corsa. Tre ore il pullman. Dormiveglia scosso in su e in giù lungo la pista asfaltata. Cinque e trenta. Pronta sul campo il fazzolettone annodato in capo. Dieci ore a fine turno. Tre ore di ritorno. Ventisette euro il dì. Casa. Casa. La casa nel pulito al limone che provvede Stefano. Gli ha preparato la cena. Lui non dice. Lo dice lei che va tutto bene. Che passerà. Anche i bimbi mangiano e sono contenti e hanno fatto i compiti. E la scuola va bene. Va tutto bene. Passerà e Stefano troverà un altro buon lavoro. Che la vita è così. L’importante è non scoraggiarsi. Paola sente il suo cuore di bimba grande che batte forte e caldo e ci crede e s’addormenta per quella minutaglia di riposo rattrappito. Cadrà tra le zolle roventi dell’estate rovente dentro un dolore rovente che le brucia il respiro. Due euro l’ora. Ventisette il dì. Paola Clemente. Madre. Anni quarantasette. Bracciante agricolo. Puglia. Piana Metaponto che fu Magna Grecia. Un cimitero bruciato di sole. Candido di calce. I suoi bimbi vanno a scuola e ogni tanto passano di lì accompagnati dal padre. Se a qualcuno interessa, Una Madre, Maksim Gorkij. Altre latitudini. Il tempo, al presente.

     

    E.T.

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