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Ritratto di Monsignor Giancarlo Quadri, il ‘Dongia’ raccontato da Claudio Pirola

Un'altra vittima del coronavirus che veniva spesso ad Abbiategrasso. E' tornato alla Casa del Padre domenica mattina

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Alpinista provetto, il “Dongia” amava condividere la passione che gli apparteneva di raggiungere le vette. E così nei nostri “campeggi” spartani estivi con cambusa, tendine e tendone ogni anno ci portava in luoghi di grande fascino da est a ovest facendoci ammirare straordinarie bellezze d’Italia. Da San Martino di Castrozza a Saint Jacques, in Val d’Ayas, Cimone della Pala, Cima Rosetta, ghiacciaio del Castore dopo una notte al rifugio Quintino Sella, Capanna Gnifetti erano nomi che incominciavamo ad imparare ed a tenere ben scolpiti dentro la nostra mente tante erano le emozioni che ci trasmettevano.

 

Storie di fatica per noi pre-adolescenti compensate da visioni e panorami indimenticabili.

Ma Mons. Giancarlo Quadri, morto domenica mattina a causa del Coronavirus, non era solo questo. Ricordo i gruppi di lavoro mirati su temi di sensibilità sociale, le raccolte straordinarie di ferri vecchi, carta/cartoni ed indumenti, a turni stagionali durante i quali riempivamo sino all’orlo il mitico Fiat 238 puntualmente prestatogli da un amico generoso. E poi gli incontri al PIME di Milano per portare il contributo che se ne traduceva.
In un’epoca in cui l’incontrarsi di persona era l’unico modo di comunicare, telefono fisso a parte, trovavamo stimolante seguire i suoi spunti – talvolta autentiche provocazioni – per promuovere, grazie a lavori di gruppo strutturati con metodo ed una certa severità, cineforum su tematiche d’attualità promuovendo proiezione di film alla Easy Rider o facendo ricerche su criticità sociali come ad esempio sul Mezzogiorno, approfondendo i fenomeni migratori dal sud al nord soprattutto dopo il terremoto del Belice.

Così si cresceva, aprendo gli occhi sul mondo, magari non essendo sempre d’accordo su tutto, nella piccola cittadina di Pero dove vivevo.
Lui che non ebbe del resto dubbi nell’accettare di trasferirsi fra l’altro nello Zambia dove rimase per alcuni anni ad aiutare gli ultimi. Per poi rientrare in Italia ed accettare la responsabilità di guidare la Pastorale dei Migranti presso la chiesa di Santo Stefano di Milano.

E fu lì che ci reincontrammo a più riprese, nel 2011, ormai trasferitomi da qualche anno ad
Abbiategrasso, quando credetti che lui potesse essere la persona giusta per parlare di stranieri in occasione di un convegno che Zyme, un’associazione di cui all’epoca facevo parte, organizzò insieme con Acli ad Abbiategrasso sul tema “Cosmopoli e dintorni: testimonianze di stranieri non estranei”. Ciò consentì di riprendere i rapporti con lui, di fargli conoscere la mia famiglia, a cena, la sera che precedette il convegno stesso proprio ad Abbiategrasso facendo un rewind che ci fece sentire entrambi più giovani.

Mi faceva anche piacere rivederci per due parole soprattutto a fine agosto/inizio settembre, in coda alla Santa Messa, quando ritornava ad Abbiategrasso per la celebrazione della festa di Santa Rosa da Lima alla presenza di tanti stranieri che vivono ora nella nostra città. Parlando di migranti, così come un tempo ci aveva insegnato. E poco importava se allora si trattasse del profondo sud italiano ed oggi di Africa, Asia, Sud America. Poiché la persona, con la sua ostinata ricerca di dignità, ne era sempre al centro.

Ora il Dongia riposerà nella sua Vaprio d’Adda, un posto in cui portò alcuni di noi dentro la sua Cinquecento blu (lui, molto alto, tutto ricurvo dentro quello scatolino) in occasione di una festa paesana. Per farci conoscere le sue radici. Da cui partì una missione oltre ogni confine. Ma, soprattutto, oltre ogni barriera.

Claudio Pirola

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