Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 9 marzo

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    Novemarzo

     

    Eh si c’è il sole, e bagna l’acquitrino che oggi ho generato, accidenti forse troppa acqua ma è un pasticcio provare a toglierla, allora come quando fai gli gnocchi e ti capita che non si addensano metti e aggiungi farina e così questo ectoplasma in miniatura si forma, prende sostanza e alla fine chissà cosa scatenerà. Allora continuo in questa mia lunga promenade che deciderò all’improvviso di terminare, senza una scadenza precisa che come la morte arriverà, precisa, decisa, solitaria, poiché da soli, in genere, si lascia si abbandona questo mondo e là un giorno ci ritroveremo tutti, che sia tu appartenente all’una o all’altra setta, che tu sia agnostico, ateo, filiforme nel pensiero, pratico sino all’inverosimile; un giorno tutti gli atomi, le molecole si riuniranno, magari nell’immenso buco nero che ci ha, prima del nostro sole, generato, creato, della sostanza mi verrebbe quasi da dire, che la materia aveva prima di formarsi, prima di essere tale.

     

    E’ così che la vedo, è cosi che me la penso a volte, come ieri sera, sdraiato, mentre il sonno tardava ad arrivare, quel sonno che non si è mai celato al mio corpo.

    Mentre guardavo e immaginavo la mia parete là di fronte a me, ora dipinta di giallo ma che vorrei che quel giallo quasi sabbia, un colore che a volte vira con la luce che cambia ogni volta nel giorno, nel mese nell’anno, mutasse, e allora pensavo di cingere i miei quadri, quegli acquarelli del Giovanni Sesia di tanti anni fa, con una cornice, anche dipinta o appena accennata da qualche riga di legno, che dipingerò io stesso una volta fatta aderire bene bene alla parete con un poco di colla vinilica, così che il rilievo del legno faccia da sottolineatura, da fermo per le immagini che tentano di scappare via, di uscire dalle pico[1] che le sta tenendo ferme da più di trentanni.

     

    Queste immagini hanno bisogno del “vassoio”, quell’immagine che ora sto cercando di mutuare dappertutto, sovente declinazione di un metodo.

    Già, il “MIO” metodo, che esporto nella mia manieristica concezione del fare. Uomo Faber mi ha definito Laura (un’amica che di mestiere fa la bibliotecaria) qualche mese or sono, per via della mia spiccata manualità che non disgiunge il concetto dalla materia e, non sono parole mie, che traduce il pensiero in matericità.

    [1] Pico Glass, una cornice detta a giorno, per la mancanza di un bordo specifico; consta di una lastra di vetro, normalmente di contenute dimensioni, agganciata ad una base di masonite, attraverso una serie di mollette di metallo che si incastrano in una scanalatura praticata nel  retro del pannello di masonite

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