Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 7,8 e 9 maggio

    74

    Settemaggio

     

    Giornata d’attesa, giornata convulsa e pacifica per certi versi, la gara sta per chiudersi, finirà con un vincitore, un aggiudicatario, ora o tra quindici giorni, ma uno solo arriverà al traguardo, per tutti gli altri sarà esperienza da non buttare e lo sconforto di qualcuno sarà l’energia per attivarsi, per continuare quella corsa, quell’attività. Ho scommesso dieci euro che arriveremo a duemila voti, ma è un azzardo, lo so benissimo e difatti perderò, ma è l’augurio che gli sforzi e gli impegni possano essere premiati. Non sarà così a sera il conteggio è drammaticamente censore. Non avremo neppure la possibilità di essere ufficialmente inseriti nel consiglio. Dovremo (o potremo) essere un governo ombra, ufficioso e non ufficiale.

    E’ stato un flashback, il tempo è una densità che riaffiora.

    Guardo il “vassoio” è tardissimo il letto mi aspetta e dentro di esso, le calde gambe della Li che riscalderanno i miei polpacci magri e freddi.

    La strada è deserta, il ritorno a casa nella notte è lento. Cammino facendo un rumore dolce sulla strada di pietra, la città dorme; le finestre son tutte buie, tapparelle abbassate, le persiane tutte chiuse, le vetrine dei negozi hanno le luci spente, neanche l’insegna della farmacia lampeggia più, è proprio tardi.

    Sono io il padrone della città, da solo in mezzo alla via e mi accorgo di essere il capo; ballo, piroetto, salto da un lato e l’altro della strada cozzando, con lo sguardo, tra le mura fredde delle case spente, scelgo una rosa, immaginaria, e sotto il balcone della mia giulietta, quello d’angolo della strada, da dove scendono steli di verde, declamo l’amore mio per lei.

    Un rumore mi riporta alla realtà, l’auto bianca della vigilanza notturna sta facendo il suo giro di perlustrazione, “notte” dico io, “notte” sussurra lui l’occhio spento e la voce roca, povero cristo, penso questo lavoro non lo apprezza, dovrebbe fare come faccio io e ridere e inventarsi mille storie, andando così a zonzo per la sua città. Padrone incosciente di mille storie che non vede, di mille storie che non sente, di mille storie che non vive.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ottomaggio

    Mentre il cammino, comune, mio e vostro, si riprende il paletto per la chiusura della storia, i pensieri tentano già di volare via.

    Già lo so che un punto va messo, collocato, inserito per chiudere la finestra del tempo, altrimenti il vento spazza via tutti gli appunti; e sennò che ci sta a fare il mio firmus?[1]

    Quell’oggetto pensato una sera di un inverno, mentre ancora l’Annina bazzicava tra il soppalco e la cassettiera alta dello studio, proprio per vestire gli spazi vuoti del tavolo, e per badare a che i fogli, per l’appunto non svolazzassero in giro, sospinti dalla corrente d’aria generata dall’apertura delle finestre; quell’oggetto che mi rigiro tra le dita ora, pensando a come chiudere la storia, forse anche di botto, così come di botto è nata …

     

    Novemaggio

    Il tempo è una tela appiccicosa e ti rimane attaccata alla pelle e i ricordi sembrano di oggi, di stamane, di poco fa …

     

    … la riunione della sera, la riunione del dopo, quell’antipatica raccolta dei perché è andata così. Tutte le nostre forze, impiegate ad arrivare UNO e che poi, invece UNO non siamo arrivati. Ma si sa uno arriva UNO e gli altri, inesorabilmente perdono  e anche se il verbo non piace è così e allora mi dico, suggerisco più a me stesso che agli altri, che l’esperienza, la conoscenza, la possibilità di punti di vista diversi, anche se errati, fa crescere questa nostra spina che abbiamo dentro, da corrente, energia, vigore al pensiero ….

    Vado, vado, vado al mio “vassoio”, che è sempre lì che mi aspetta e mi chiede cose, mi sussurra, anzi grida dall’alto delle cime che s’inerpicano sempre più nel cielo. Il rosso del bordo del cotto si fa sempre più bruno e le zolle s’innervano a ogni ora della matrice della ragnatela delle bianche radici, quel fitto fitto, che tra qualche tempo dovrò, quasi certamente districare per riporre in altro luogo.

    Panorami, ambienti che emergono come le lingue del drago dei nostri sogni, persino quelli che scappano dai nostri sogni, e che siano notturni o diurni poco importa. Le figure della città, intesa come il luogo del nostro abitare, inteso come il soggiorno di casa che, una volta che hai chiuso l’uscio, hai lasciato fuori i manigoldi e ti senti protetto, scorrono sopra il mio sguardo.

    E sono qui su questo treno traballante, che mi scuote dal torpore che invece pervade il corpo, la testa è pesante, le palpebre faticano a starsene attorcigliate sopra gli occhi, arrotolate, quel telo inesorabilmente scivola verso il basso.

    Mentre scrivo, appunto i mei pensieri, le riflessioni che non vorrei scappassero tra le dita e nei rumori della vita che mi avvolge, lo sguardo si fissa sul quadrettato del mio notes e a tratti s’incrocia sulle punte delle lettere, l’immagine si sfoca, la mina sottile del mio lapis si ferma la dove la mano l’ha condotta e, mentre il polso continua a scivolare verso destra, uno scatto, un repentino e fulmineo gesto, ritorno sull’accapo del foglio: la grafite ben presto riempie i vuoti tra un quadrato e l’altro e a fatica, con il terrore di cedere di nuovo alla stanchezza, completo la frase.

     

    Chiuso, gli occhi si fanno duri, poi di colpo mi giro, lo sguardo cammina oltre il finestrino e il verde della campagna, che fugge via veloce dietro le mie spalle, rinnova i miei pensieri, rasserena le mie riflessioni.

     

    Tra poco sarò arrivato, duecentocinquantacinque passi, uno dopo l’altro, dieci gradini a scendere, due volte l’attraversamento della strada, un portico a elle, con brutte colonne metalliche, un tentativo di anastilosi andato a male, il bar del Pino prima e quello del Sergio poi sulla mia destra, una strada che potrei percorrere a occhi chiusi e magari con poca luce, quella poca luce che il cielo di notte da’ e che in campagna, là dove finirà il “vassoio” con tutti i suoi contenuti nel prossimo autunno, sembra più luminoso proprio di notte, tanto che, che, come dice il amico Max “puoi andartene in giro senza nulla che solo con le scarpe”; pochi passi ancora e sono arrivato: il portone verde è chiuso, giro la chiave nella toppa, attraverso l’androne, sono al secondo cancello, verde, apro e richiudo – sennò mi rompono i coglioni e a che cazzo serve richiudere il cancello quando il portone su strada è chiuso, ma sai nel condomino è così!- ancora cinque gradini, entro riarmo il contatore, altra chiave, anzi due, giro entro e sono lì: il “vassoio” è di fronte a me.

    Sono stupito dalla quantità delle parole che mi ha suggerito, Lui vero protagonista della vita mia in questi istanti, in questi brevi spasmi della vita. Dal niente, meglio dal piattume dei piani tanto si è costruito e se fosse la metafora del mondo, e se fosse? Già tanto ho chiosato sino ad ora e vorrei stoppare, fermare, non chiudere, nessun libro è mai finito veramente, anche quando il maggiordomo è stato scoperto, anche quando l’assassino è morto!

    Richiudo il tutto, il “vassoio” si riprende lo spazio.

    E’ tutto suo e nella notte il ciclo cambierà verso, ma tanto io sarò fuori, niente e nulla disturberà questa processione.

    [1] Firmus è un oggetto che io e Annina abbiamo disegnato qualche anno fa, è un ferma carte essenziale, un parallelepipedo in legno, marcato con uno Stencil che ne racconta l’essenza, il nome e, su un fianco la data della realizzazione; gli da un tocco la lisciatura fatta con la paglietta fine, fine, rigorosamente adoprata sulla superficie a mano, così le schegge spariscono e il grasso della pelle lo ombreggeranno negli anni a venire.

    Articolo precedentePensieri Talebani – Il tramonto di Chavez (e del bolivarismo)
    Articolo successivoMarcallo: una serata speciale per Salute Donna