Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 4 aprile

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    Quattroaprile

    Non esce mai dalla testa, la gnocca è sempre la gnocca. Così pensavo ieri a proposito dell’Umberto, che nonostante la sua veneranda età, si rammarica e non tanto debolmente, di non poter provare, fosse anche solo qualche volta al mese, di non poter averci vicino la micina per farsi un giretto, anche solo da sopra la pelle delle dita, come quando si faceva da ragazzi, una bella stropicciata sopra le costine del cotone bianco a righe, quel ton sur ton, che te lo faceva rizzare a sventola, quei pruriti …, che me la ricordo bene io la Marisa, che c’è l’aveva ancora senza peli, ma dalle grandi labbra e noi tutti li a toccargliela, certo qualcuna si offendeva, faceva la stizzosa e noi la ignoravamo, posto poi vederla che si sfregava come una matta sulla sella della bicicletta, da ferma, “ma Anto cosa fai?” gli chiedeva sempre la Francesca innocente “niente niente” rispondeva sempre lei rossa e paonazza in viso; che quando s’andava  a pisciare dietro ai garage di legno era sempre lì a curiosare la forma e la dimensione del bigolo.

    Così quando ci scherzo sopra con l’Umberto, che se anche di anni ne ha più di me, proprio rievocando cose che sembrano non avere tempo, gli viene la malinconia di quella moglie che non c’è più, mancata troppo giovane e “la gnocca, cazzo come mi manca ora che la vita sta finendo e con essa tutto!”

    Ci fosse un po’ di compagnia, la dolcezza della mano, nodosa, una sopra l’altra ad accarezzarsi, anche solo il mento, anche solo le ginocchia, per tenerle al caldo, quanto basta, sino a che la scura ombra arriverà e magari se li porta via tutteddue, così invece gli è toccato e menomale, starsene qua, anche quasi da solo, perché nella notte siamo tutti un po’ soli; nella nostra veglia, e allora sta gnocca (ma va bene anche al femminile o come cacchio volete voi), mutuabile e scambiale, un simbolo di questa nostra faticosa umanità, che sa’ di peccato solo per chi non sa’ andare oltre, non sa’ tradurre quest’esperanto musicale e passionale, che sopra e dentro la nostra pelle, quella in alto, che brulica, che frigge ogni giorno e ogni momento ci fa agire.

    Questo passeggio mattutino, la distanza tra e il piatto del “vassoio”, questo contenuto che contiene che una volta arrivato lì poco è cambiato da ieri, ma pure quel poco è sufficiente a dire che un tocco di robustezza s’è aggiunta alla materia di ieri, che ne era priva e che quindi la povertà di ieri si è trasformata in ricchezza di oggi, povertà di domani, che così, con pazienza, diligenza e dovizia di elementi particolari, per compensare i vuoti, che rischiano di indebolire il castello, giorno dopo giorno costruisce il suo capolavoro.

    La stessa cura con la quale il muratore pone un mattone sopra l’altro, scegliendo minuziosamente il disegno delle legature tra un pezzo e l’altro, dosando gli sfalsamenti tra un corso e l’altro, così che i giunti di malta ne risultino nè troppo pochi nè troppo eccessivi. Se il muro curva le fessure aumentano per assecondare la forma, se il cammino è lineare le fessure si diradano e il filare del rosso dei mattoni si fa più lungo.

    Proprio come la facciata della chiesa alla mia destra, tutto il fianco lasciato crudo, essenziale, il volume connotato dalla materia senza inutili e fronzoli, la verità insomma.

    Solo in facciata la pietra cerca la persuasione, lancia un messaggio, una chiamata, è forse vanità o slancio della materia che cerca nelle forme la sua spiegazione di esistenza?

    Intanto veramente nel “vassoio” l’attività brulica, sono convinto, anche se un po’ sono dispiaciuto di non poter quasi monitorare passo dopo passo gli avvenimenti (perché di avvenimenti si tratta), che quando ritornerò, il dieci mattina, carico delle giornate passate fuori dallo sguardo del “vassoio”, la superficie sarà carica e densa di gambi cresciuti e svettanti, qualcuno magari anche leggermente già piegato verso la luce.

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