Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 30 aprile, 1 e 2 maggio

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    Trentaaprile

    Tre giorni senza pioggia avremmo voluto, e invece niente piove e diluvia, acqua a scrosci, speriamo che i miei sempre verdi, collocati sul tetto ieri, non se ne vadano via, strappati dalla forza dell’acqua.

     

    Primomaggio

    La stanza è freddina oggi. Andare, fuggire mentre il mare ti morde i calcagni, mentre la salsedine invade acre le narici. Nascondere le proprie membra negli anfratti della storia, quella stessa storia che ti ha reso parte del mondo. Quel mondo costruito sulle vittorie, sulle sconfitte di decine, di migliaia, di milioni di esseri che hanno donato la vita per la causa, per una causa, per liberarsi dalle costrizioni, per fondersi nell’unità dell’amore.

    Per … per … disse qualcuno infine levando la voce dal basso cosicché tutti ne potessero sentire il timbro, il suono greve che intonasse la nenia della Vittoria, l’Inno della Liberazione che sarebbe, di lì a poco, finalmente giunto a profilarsi sul Mondo di tutti noi, noi che vorremmo che fosse, un giorno che si spera non propriamente lontano, a disposizione dell’intera umanità, senza distinzione alcuna.

    Duemaggio

    Un mondo di carta il nostro, e non solo perché decine di libri cercano di condensare la storia dell’uomo, anzi al contrario, di carta perché siamo troppo uniti alla materialità dimenticando, troppo spesso, gli affetti e le verità. Guardavo oggi, poc’anzi con una sofferenza la piccola piantina nel “vassoio” che ha accasciato il capo, si è ripiegata su se stessa e, credo, abbia abbandonato la corsa.

    Capita.

    Capita anche a noi esseri umani di abbandonare la corsa, a volte per scelta a volte per fato. La vita, breve la nostra, troppo spesso impiegata nell’ipocrisia dell’enfasi di noi stessi, in un quella autoaffermazione senza badare a chi, vicino o lontano, soffre.

    Certo non si può badare a tutti e proprio lì in basso, alla mia altezza d’uomo, il “vassoio” accoglie tutto e tutti, poco importa se qualcosa si ferma; anzi, probabilmente, questo affievolirsi lascia spazio, lascia il nutrimento, crea il nutrimento, in un processo di cannibalismo: la marcescenza del vegetale crea corpo per gli altri.

    Nessuna sofferenza solo continuità.

    E se fosse davvero solo questo, se tutto il peregrinare di Giacobbe, il tormento di Giuseppe, se del teatro non rimane che il dubbio, a che serviremmo noi, a che servirebbe la coscienza. Già spesso, tante volte mi domando e pongo la stessa domanda pure all’esterno: “la coscienza, la capacità di sentirne la densità, sopra i nostri corpi, sopra i nostri visi, cos’è, dov’è?” le risposte, tante, non esauriscono la brama del sapere, così infatti non è da tanto, tantissimo tempo.

     

    Già lo vedo, il primo che diede corpo al dolore, una punta, una brace e la pelle che arde, che sanguina, di colpo una lacrima e dal dentro della testa, quella testa coperta di peli fluenti, iniziò un vuoto che ancor oggi non abbiamo riempito. E’ quella la coscienza? E’ quella la nostra stanza segreta, è quello il nostro, personale e intimo “vassoio”?

    Più guardo il “vassoio” mio, addensato da me, poco a poco, prima per gioco, poi con amore, con costanza e con pazienza, ora con rispetto, tale per cui onoro ciò che all’interno si è prodotto, e più scopro dettagli, particolari che riempiono i vuoti delle ore. Per dirla con me. Arredano le stanze in crescita, quelle stanze dettate dal susseguirsi dei nostri momenti, stanze che cambiano con il variare della luce, quella del sole e pure quella che filtra dai nostri occhi. Ed è lì, in quei momenti che il “vassoio” si manifesta in tutta la sua splendida, complessa e complicata pienezza.

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