Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 3, 4 e 5 maggio

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    Tremaggio

     

    Una metabolizzazione ecco cos’è il “vassoio” un rimpasto non occluso da ri-assemblare nella mente. Certo l’operazione è quotidiana e come tale si nutre delle variabili, dettate da molteplici azioni, dirette e indirette, cercate e trovate, definite e indefinite, provocate e subite, tutte però incastrate dentro ai meandri più oscuri e bui del “vassoio”.

    Dio come sono contento che questa cosa ci sia. Che questa cosa cresca, anche come cazzarola vuole lui (il “vassoio” intendo dire) e pure come diavolo le piante desiderano di crescere (uso il presente perché loro, le piante sono adesso!).

    Il verde dello stelo, il rossiccio delle foglie, alcune già verdine, più biancastre inferiormente, nella pancia nascosta, del sotto della foglia il risvolto della pagina che sopra brilla del verde della clorofilla che impera, mentre sotto, forse per via della tenerezza, solo l’opacità del colore distingue le due facce; poco più in basso i dicotiledoni, faticano a cedere il passo allo stelo che, piegando, flettendosi cercano la luce svettando sempre più in alto.

     

    Insomma una meraviglia questa attività, che prende a destra e a sinistra. Già vedo l’erbettina che tra poco deciderò di porre sull’aiuola casalinga, prodomo dell’arredo urbano collettivo, dove tulipani e rose basse adornano i vuoti tra la strada e il marciapiede, qui in questa città che non è Roma, dove il verde è ovunque; in questa città che fatica a distinguersi dal grigio della sua pietra atavica, calcestruzzo ante litteram: il ceppo grigio, impiegato robustamente in alcuni tratti  a suggellare la tenacia che hanno le case nel sopravvivere agli uomini ma che, a differenza di quelle essenze che vedo lì ora nel “vassoio”, ben bisogno hanno ora dell’uomo stesso per mantenerne la continuità nel tempo.

     

    Una metabolizzazione intricata. Fa differenza a pensare la diversità di questa azione fisica del nostro corpo, trasportata invece nel pensiero e nella riflessione.

     

    Già metabolizzare parola usata di continuo. Più che nel suo significato proprio, l’associamo alla digestione alla assimilazione di mille accadimenti, financo alle persone. Certo il richiamo al processo di digestione è molto appropriato: è come digerirlo.

     

    Ad un certo punto della notte, di questa notte, questa parola mi ha incuriosito e sebbene fuoriuscita dai miei pensieri, la mia golosità, la mia sete del sapere mi spinge, in questo istante e giuro, sarà solo per stavolta a pescare nel mare grande della rete alcune spiegazioni e, per dovere di cronaca, dopo averle anch’io metabolizzate, le ripropongo:

     

    Se ci pensi quando devi superare un momento difficile o quantomeno non indifferente, fatto di persone od eventi molto significativi, non si fa altro che digerirli. Nel senso che vengono interiorizzati e diventano parte di noi ad un livello così profondo da trascendere spesso la consapevolezza. Pezzi di quelle persone e di quegli eventi sono lì con noi ogni giorno, nel nostro modo di parlare, di vivere le cose, di muoverci. Sono metabolizzati, in un modo che ci piaccia o meno, ma sono diventati parte di noi, sono noi.

    Una cosa su cui però si tende secondo me ad essere fuorviati, è che il metabolismo non riguarda soltanto lo spezzettare qualcosa per assimilarla. Operazione che noi spesso sottointendiamo con il termine di metabolismo. Il metabolismo è formato da due categorie di processi.

    Uno di questi è il catabolismo, che è in senso proprio la degradazione di molecole complesse in molecole più semplici. La nostra concezione di metabolismo è fuorviante perché spesso si riduce a questo. Metabolizzare una persona o un’esperienza significa scomporla in frammenti minuscoli, in istanti, in gesti, in emozioni, sconnettendole dal complesso e “digerendole” una per una. Se è difficile dare un senso ad una cosa grande e complessa, diventa più semplice sezionarla, seguendo i confini di quello che ci ha fatto stare bene o male. Le cose belle metabolizzate in un modo, le altre in un modo differente. Una cosa molto cartesiana.

    Eppure quello su cui non ci concentriamo troppo secondo me, è il secondo insieme di processi: l’anabolismo. L’anabolismo è l’inverso del catabolismo: costruisce molecole complesse a partire dalle più semplici. Pensaci un attimo. In un universo in cui nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma (proposizione che mette d’accordo oriente ed occidente, misticismo e scienza), quello che tu sei e quello che tu costruisci, si produce a partire da quello che esiste già.

     

    Pausa: ma il “vassoio” catabolizza o anabolizza, digerisce o costruisce? Entrambe, catabolizza dal terreno e anabolizza il terreno. Riprendiamo:

     

    Se il risultato è qualcosa di nuovo, un approccio nuovo, un’emozione nuova, questo non vuol dire che i suoi componenti siano nuovi. Sono riciclati.

    Questo è un bene. L’anabolismo è una fase creativa tanto importante quanto la fase distruttiva. Distruggere serve ad assorbire, così come non puoi digerire un anguria intera. Ma se ci limitassimo a questo, saremmo costretti a vivere in un mondo in cui i nostri sogni e le nostre esperienze non potrebbero eccedere la misura della nostra capacità di assorbirle di colpo. Un po’ come essere costretti a nutrirsi solo di quello che riesce a passare per intero dalla nostra bocca. Mentre con l’anabolismo possiamo costruire sogni e vivere eventi ben più grandi di quelli che possiamo immaginare.

    Anabolismo e catabolismo se ne fregano di te. Esistono e basta, tanto nella digestione quanto nel tuo modo di assimilare le cose. Il punto è esserne consapevoli. Aiuta a evitare l’errore di pensare che quando qualcosa che credi solido e gigantesco crolli, sia la fine. Sia impossibile da metabolizzare. Tutto può essere catabolizzato è solo questione di tempo. E di volontà, che accorcia i tempi.

    Ma non limitarti a catabolizzarlo: anabolizzalo. La merda della tua vita non è fatta di cose che ti hanno fatto soffrire, ma di cose che non sei riuscito a digerire. Le hai catabolizzate certo, ma non anabolizzate. Non le hai usate per costruirti un futuro migliore. O almeno per tentare.

     

    O mamma mia che pensieri, questo qua è proprio bravo, quasi quasi gli scrivo.

     

    Quattromaggio

    Il giorno fugge dal diario, scompare per un tratto dalla mia mente per poi,, a distanza, riecheggiare, andando con la memoria nel passato, agli avvenimenti passati, anche quelli apparentemente insignificanti, trasportando qua, tra le righe, tra le interlinee, tra i paragrafi, i grassetti e corsivi, quelle emozioni che si cerca di ridare, di riporre tra il bianco e il grigio scuro delle lettere.

     

     

    Cinquemaggio

     

    Inesorabilmente il Manzoni profila la giornata

    L’inaugurazione:

    La sala è umida, sarà per via del pozzo che adorna lo spazio e per gli effluvi madidi che trasudano dal fondo; l’acqua è limpida e il colore vitreo e metallico suggerisce una bassa temperatura.

    Tocco appena la superficie: è gelata. Le pietre lì nell’angolo sono scure e la malta esala un vecchio profumo di calce. La Memoria del bosco prende piede, siamo tutti emozionati, io lei e lui, quasi un triangolo equilatero, prendo la parola, da ultimo, ho atteso che gli altri fossero anche loro protagonisti, attori splendidi di questa commedia recitata sempre  ogni volta a braccio; faccio la fila delle parole, espongo, leggo negli occhi (ma forse anche nell’intimo) degli astanti i loro desideri e li esprimo, tutti davanti, nei quadri che ho composto lì le mie liturgie dello spazio; nell’affabulazione contenuta cerco di far viaggiare gli spettatori attraverso le quattro sinfonie, quella dell’uomo, quella della ricerca, quella del momento ludico, e l’ultima quella della allegoria.

     

    Le fiabe sono lì a parlare della mia costante infanzia, del mio gioco nella vita. Chiudo veloce, lascio spazio alle sensazioni che arriveranno, presto, a toccare la crisalide del mio cuore.

     

    E’ una scrittura ieratica, da me composta e impostata, nel tempo vivrà di una vita sua, per il momento sono e resto l’unico interprete.

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