Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 28 e 29 aprile

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    Ventottoaprile

     

    Ma questo raffreddore passa? Speriamo.

    Ho tanto da fare oggi, su e giù per la collina, prima con una poi con l’altro e poi ancora con l’ultimo della fila, tutti per organizzare l’evento del prossimo sabato, che rientra in valle a significarne l’appartenenza, la nascita. Torno felice, stanco, in un maledetto ritardo per le cose che avevo programmato: taglio del prato, rasato bene quello alto, meno curato quello in basso, accanto all’orto, solo per questioni di spazio e di difficoltà, lasciando l’erba di sfalcio, invece sulla superficie per quello del cortile, quello delle auto, quello in comune, che governo io per tutti, accollandomi, con piacere, la fatica dell’ordine e della pulizia.

     

    Guardo il cortile e penso ai fastidi del duemila, quando tutti incazzati mi hanno accusato, osteggiato, persino tolto il saluto per cose in fondo da poco e da niente, e penso invece come sia più sereno oggi il rapporto che ha ripreso, certamente più di allora e con maggior rispetto. E’ una fortuna che la gente dimentichi le stoltezze!

    Margherite, tarassaco, una strana forma di gigli selvatici, piccoli bitorzoli blu, ed erbacee di varia natura cadono sotto il roboante movimento della lama meccanica. Il sacco si riempie in fretta, lo sfalcio è umido e impasta un poco la carenatura del tagliaerba. Faccio fatica ma alla fine della sera, perdiana è tutto a posto. Guardo le peonie emergere dal verde che, a quest’ora, le ventuno, brilla e fa risaltare il bianco lattiginoso della bellezza imperiale, guardo lo spettacolo che il giorno mi regala mentre il sole scende verso Stadera, e piega verso il campanile della Pieve, tanto che quasi quasi scorgo quel losco figuro del Tribuzio (il mio amico Sergio che non c’è più), là su quella nuvola, maledetto che te ne sei andato troppo in fretta che ci avevamo ancora da dirci tanto, accidenti alla vita; nel mentre i colori si addolciscono, scorgo il cremise della sposa fatata (una sorta di Peonia arbustiva particolare), la concubina preferita nel basso del camminamento che da qui non si vede; dio come son cresciute in questi dodici anni, sembra ieri. Mi siedo sulla mia poltroncina d’iroko e rovere che ho definito, in un tempo oramai lontano, ru-era, chiamata così in omaggio al recupero di una struttura dalla spazzatura, ridisegnata apposta e ingentilita e irrobustita per l’occasione.

     

    Ventinoveeaprile

     

    Una giornata di festa da dedicare all’orto, ma d’improvviso un pensiero: Celestina ti sei posata cento volte sulle pagine verdi delle nuove foglie, hai scavato spostato, esplorato i grani del mio piccolo campo. Hai smosso quel terriccio alla ricerca del tuo sostentamento quotidiano – come facciamo tutti noi del resto, niente di diverso nei tratti e nei rivoli della giornata, solo con obiettivi diversi sul lungo termine-

    Mi hai fatto compagnia nelle sere fredde, dove il ronzio della ventola del mio picci si fondeva con il tuo battito d’ali, quei fogli trasparenti e appiccicati poco sopra la linea mediana dell’addome nero. Volavi sopra i fogli sparsi, sopra le pagine scritte, in mezzo alle pagine bianche del libro che sarà. Di tanto in tanto cozzavi contro i vetri alla ricerca, forse, di una libertà che non volevi subito, quella libertà che neppure noi uomini abbiamo mai, completa.

     

    Ti muovevi comunque, nello spazio: camminare e volare, una possibilità che noi uomini tanto progrediti non abbiamo e gli occhi tuoi, incredibile caleidoscopio di telecamere, che vedono persino dietro il capo – quanti uomini possono vedersi il culo?- , quel capo fuso con il resto del corpo in un capolavoro di meccanica e aerodinamica. Già ma dove sei ora, ora che la calura irrompe, a tratti è vero, e avvolge l’aria, fuori e dentro il “vassoio”.

    Dove sei, compagna di suoni e immagini?

    Gli steli svettano ogni giorno di più e la terra ogni giorno si allontana dalle vette, dalle cime verdi. Fronde piegate, inclinate verso il sole nuovo che ogni giorno bagna di luce intensa il tenero fogliame.

    Celestina, Celestina e chissà mai perché questo nome, evocato pensato una mattina, fuoriuscito dalla bocca, dalla mente, dai pori della pelle che neppure quando ti lavi il sapone sa asciugarne il pensiero. Un olio che cola, percola nei siti segreti dell’anima e della crosta che si è addensata nei millenni della storia e così i nomi appaiono e noi li a darci più motivi.

    Una mosca semplicemente una mosca, insetto macrofago – mia definizione – dittero per la scienza, che vive poco, ma molto, troppo per alcuni (ehh la vita una dimensione che non abbiamo ancora capito e che probabilmente non capiremo mai se non ci allontaniamo dalle consuetudini e dalle regole non criptate della sopravvivenza), che è volata via, e non è ne una metafora e nemmeno una battuta. Se n’è andata fuori, ha attraversato il varco che separa la mia stanza con il resto del mondo ed è uscita, ha bucato quel telo trasparente e invisibile che mi appare quando apro la finestra e, guardandomi un poco prima, facendo un giro piroettante sopra l’arancione sgargiante della gazania fiorita, finalmente sbocciata, appoggiandosi brevemente sul blu intenso degli anagallis in fiore, ha conquistato l’azzurro bruciante del cielo.

     

    Ciao Celestina vola nel mondo.

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