Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 27 marzo

    57

    Ventisettemarzo

    Il filo s’è allungato, di poco ma s’è accresciuto.

    Come la vita che ogni giorno prolunga e stira quella corda, una gomena nodosa, piena di fibre, tratti che si sfilacciano in superficie, tratti dove si depositano le muffe della condensa dell’aria, superfici che si seccano nell’aria greve della notte appena trascorsa, appena fuoriesce il sole. Agganci tormentati e sicuri appigli si miscelano senza soluzione di continuità in questo filamento infinito, illimitata ragnatela. Nodi semplici, scorsoi, intricati e complicati, complessi e elaborati per resistere alle intemperie, niente da inventare tutto da capire, da comprendere sin dentro la materia, per tradurre infine il tutto in un esperanto: una matrice comune.

    Caspita davvero è così.

    Ed è tutto lì in nuce, debolmente accennato da quel filo che spero si materializzi anche altrove, verde o rosso poco importa.

    Treno, fiera, camminata, peregrinamento continuo, quello mio di oggi; un dedalo tra tubi, pannelli solari, vasche di laminazione, di sgrossatura, tra sedili di cessi ipertecnologici, di quelli che ti lavano il buchino, la nostra cloaca, alla maniera degli orientali, perché, e questa è verità, non solo la moda o un altro modo di vedere le cose, ma anche per necessità “da anziani la mobilità è rallentata” illustra il tecnico della nota marca e per cui risulta funzionale alla qualità della vita averci il buchino pulito, senza che altre mani abbiano adoprato la sotto in basso tra cose che sono, in fondo, è il caso di dirlo, cose nostre.

    Questa rassegna delle necessità del buco del culo è infinita!

    Stanco e zeppo delle notizie infusami dalla materia che ho visto, carezzato, palpato, provato, inebriato delle cosce lunghe nude delle signorine sempre presenti alle fiere, la fiera, in parallelo della gnocca imperante, che più nude a volte si vedono solo ai porno shop. In piedi nello sgabuzzo del vano porte di questo treno regionale, sudicio, puzzolente e traballante, ritorno verso casa, la mia casa del pensiero.

    Un po’ secco, raccolgo con il bicchiere ricordo della Romania, quello decorato in filigrana sulle pareti trasparenti, un po’ d’acqua, verso con delicatezza sul fremente terriccio. Ritorno alle mie brame.

    Articolo precedenteSci, due coppe del Mondo in due anni per lo stefanese Paolo Cucchetti
    Articolo successivoPensieri Talebani- Perché Papa Francesco e Lega dovrebbero allearsi