Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 27 e 28 febbraio

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    Ventisettefebbraio

     

    A volte manca solo un riferimento, un dettaglio che permetta un confronto, una similitudine, un accidenti qualsiasi che ci permetta di capire e di, magari a volte, reprimere quel senso di stizza che esce dalle orecchie dai pori quando, per scontentezza, non ci appaga il ruolo, quello che tutti noi ricopriamo, che abbiamo all’interno della società allargata.

    Oggi, giornata solare, fuori dalla riunione, una scocciatura, una rottura di “coglioni” che avrei potuto benissimo evitare se, ma col senno di poi che è oro, avessi agito diversamente anche se la situazione nella quale sono ora fosse stata uguale, e non Vi tedio sui risvolti; dopo quindi sta’ riunioncina che solo io a volte, così almeno mi pare, riesco a farcire, riesco a definire, lo leggo nello sguardo nella condivisione dei miei astanti, riunione dalla quale sono uscito scocciato, stufo, vieppiù anche perché, dal portone mentre uscivo ho anche visto la tipa che mi ha provocato sta rottura, evitata ovviamente tranquillamente  e senza neppure correre, mi son detto “ meglio evitare incontri imbarazzanti” che sennò io ci avrei detto “ ma ciao Lucia, come stai, tutto bene, stai lavorando bene, io no sai eh così è la vita tra alti e bassi”, che  i bassi ora forse sono i miei e dei tuoi chicazzosenefrega, ma questo no, non l’avrei e non l’ho detto. Dunque dopo la peregrinazione che mi ha riempito la capa, ho girovagato. Pizza in Moscova, na’pesantezza!, Occhiata al vecchio cantiere là vicino all’incrocio con Solferino, quello dove sta’ il Corriere della Sera, ah  i miei giornali le tremila o quattromila non so, copie che stanno al Caselle, “tra i topi “ dice Laila; quel progetto così bello che mi pareva già agguantato ma che poi per quello stronzo figlio di puttana di bancario, che chissà cosa c’aveva in testa, lui e quegli stronzi come lui, non è andato in porto (e pensare che gli ho presentato un sacco di gente come quell’impresa che ancora troneggia sul portone sbrindellato, vabbè dai corri avanti ora) e quando mi capita di vedere la carta mi vengono pure le lacrime, acqua che trattengo per dissetarmi. Allora perso e riperso nei giri, attento al traffico di una milano un po’ meno incazzata oggi, oggi perché c’è il sole, il sole con i tavolini fuori e tanti cazzoni lì a far finta d’essere, ma anche tanti che faticano ad essere, me ne andavo con meta il castello, le sue panchine, l’ora e magari qualche bella gnocca da abbordare, come ai tempi dell’università.

    Uno zaino anzi due, un nugolo di piccioni tubanti, un uomo alto, belloccio, con la zazzera lunga, la barba che non trovava spazio e sparava parole frasi  senza senso nello spazio, “ma che fa, parla da solo” mi dico “ o parla ai piccioni” e di certo i pennuti stavano tutti lì, attorno ad un punto, forse briciole o altro, ma stavano tutti attorno e avresti detto che erano li per ascoltarlo. “Ah ma che roba” “ma come si fa …” due donne miagolavano borbottando, schifate dal comportamento. Per tutta risposta, mentre inerpicavo sulla debole salita che porta al cortile grande del Castello Sforzesco, un’altra figura scendeva: il layout formale assomigliava al primo. Barba lunga e fluente, una meraviglia; pantalone grande per la sua misura e figura, grande anch’essa, loden aperto, perché fa caldo ora ma stasera chissà dove dormirà e gli occhi, appesi in fondo al cestello del rifiuto nostro, quello che avanza e ridonda per noi che invece è leccornia per questi ragazzi che stiamo abbandonando nella vita. Un cammino, il loro, lungo una vita, un cammino senza una meta, un cammino e basta. Giusto per fare sera … forse.

     

    Giro, guardo le panche dure di pietra, come il cuore mio ora, duro per la sofferenza e la tranquillità che mi è appena passata accanto. Il “vassoio” continua a riempirsi, scende e avanza verso la sera e domani ancora sarà così, si se ci arriva al domani così. Ma, ma lo sguardo che traspare da quelle pupille, come sarà stato che sono così …

     

    Non faccio nulla, faccio fatica ad andare avanti coi pensieri che avevo prima, con i miei desideri, con la voglia che ho di essere, di avere, macchediavolo, dico io a me.

     

    E’ così, basta un riferimento, senza stare a giudicare cosa è meglio o cosa è peggio, posto che il meno e il più a volte si ribaltano; anche di poli ne abbiamo due e per convenzione e per distinguerli lì abbiamo chiamati con nomi differenti e opposti. Allora questo specchio, questo confrontare e contare. Quest’abaco delle cose che non è mai completo, che sarà mai?

    Non mi interessa, certo per ora e forse neppure dopo, chiudere e chiosare il cerchio, se lo farò lo farò sommessamente, in sordina per non guastare la marmellata di ognuno di noi; una confettura chiusa non tanto ermeticamente dal coperchio che sta in alto a guardare e a rimirare il mondo; due, tre, quattro, cinque, sei, sette buchi di spazio aperto per respirare e odorare il mondo.

     

    Cazzarola, niente, niente, non spunta ancora niente, stò “vassoio”!

     

    La temperatura s’alza fuori, dentro è sempre più o meno la stessa, dentro dentro invece, le cose vanno malino. A volte, come oggi nel passeggio per sbollentare quel poco di stizza che mi era accumulata dentro per quella cosa che ho raccontato prima, mentre camminavo e guardavo la gente, gente che è bella e brutta allo stesso tempo, guardavo i visi, le facce, i volti, tanti, che non m i ispiravano nulla, tante facce finte, per niente guardingo, magari dico io, almeno così il carattere emerge, invece niente, tutti in fila, anche a tre a tre, che si parlavano senza senso. Ma stà città vuole vivere, tutti finti nelle loro giacche di lana: Toh ma guarda quello cappotto blu elettrico sospinto a doppio petto, pantalone quasi bianco e il tubo del calzone la in fondo alla caviglia che arriva si e no a mezzo polpaccio: ma che fai il figo? No sei solo un cazzone che pensa di fare tendenza. E quella poi con il caldo che fa sta sciura tutta con la pelicia come si dice qua a milano. Ma dai, ma facciamo i seri. Meglio quei due che visto dopo, dignitosi nel loro fuggire dalla vita, anche se non condivido il modo ne accetto la maniera.

    Oggi è così, il “vassoio” incombe, trasuda, si muove, si agita, mi disturba, attanaglia la mente di….. ahi, piange!

     

    Ventottofebbraio

     

    Vento e nuvole, pioggia e polvere che se ne va, aria tersa e pulita e nutrimento per le radici. Questa la mia visione.

    La catarsi del bosco è un’opera pesante, marrone scuro, quelle chiazze biancastre da sopra la pelle del legno che chissà come è finito li, quei rami storti, piegati dal vento, spaccati dal sole e dall’acqua, erosi dai mille insetti che hanno cercato rifugio, cibo e caldo amore per la compagna della loro breve ma intensa esistenza. Poi li ho messi tutti insieme a raccontarsi e a raccontare.

    Quante emozioni, mie e altrui, per quella tela a tre dimensioni, scolpita in un giorno in solitaire al Caselle (la nostra casa tra le colline dell’Appennino), mentre l’aria spingeva già sotto il portico i profumi dell’inverno che sarebbe stato pesante, duro, acido nella sua brusca temperatura, una temperatura che avrebbe fermato tanto, che calandosi nel giorno e nella notte di noi uomini, ci avrebbe consentito di pensare. Quella tela di cui ho provato mille volte l’equilibrio guardandola  dall’alto, dal basso, voltandogli volutamente le spalle per poi, girandomi di scatto, vedere se stava ancora li a fissarmi con quegli occhi che non riusciva a celare dentro di me, quella tela che sarebbe diventata la chiusura, e chissà mai perché, di quella serie di innamorati di forme e di sostanza. La catarsi del bosco è grande, è immensa nella sua molteplice complessità, quei ritagli, quelle fossette, incisioni sulla pelle del legno, magari anche di miriadi di trame incessanti, di un orografia piatta, carta carbone di una città immaginaria, la mia, cartina evanescente delle città, una memoria nascosta, quelle memorie che sono, ora emerse, dallo spettro del passato di noi.

    Niente, non succede ancora niente. Che sia un “vassoio” statico?

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