Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 25 e 26 febbraio

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    Per problemi di natura tecnica, sabato e domenica sono saltate le pubblicazioni di Radici in Crescita. Riprendiamo perciò pubblicandone due. Ce ne scusiamo con l’autore e i lettori

    Venticinquefebbraio

     

    Caldo, caldo, un caldo afoso quasi d’estate, lì le piantine, le mie piantine stanno cuocendo, stanno bollendo e tanta temperatura sveglierà la carne là sotto.

    Domani, domani forse, dopo un lungo buio vedrò sporgere qualcosa.

    E’ il miracolo costante, una costante emozione, che a volte non si spiega mai ma affascina sempre.

    Quelle gemme che lì ora spingono spingono, ma da qui sopra non si vede nulla, forse una leggera increspatura, forse una protuberanza, ombre che si distorcono, che affievoliscono d’intensità battendo sul crinale di questa piccola collina che si forma.

    Ventiseifebbraio

     

    Una primavera, un incantesimo di luci e profumi, quella luce che staglia, delinea, non sfuma; quella luce cristallina, trasparente. I contorni delle cose sono nitidi, le figure nette, ombre secche decise sul piano, verticale o orizzontale che sia, Quella luce che non mente mai, neppure quando, a volte, un ombra furtiva della nuvola plumbea, che naviga nel cielo senza comandi apparenti, piomba addosso agli occhi e ne ritaglia lo scuro. E’ calda, oggi l’aria, quasi che abbia voglia di questa primavera, che per la verità è ancora lontana,quasi un mese, un mese che è un tempo lungo, i bimbi stendono la pelle, le mamme recuperano il candore del viso, i gattini iniziano a miagolare, a novembre, un mese prima del natale prossimo si accendono le luci del presepio. Un mese è fatto di trenta giorni, quasi una fase lunare.

    Il “vassoio” recita ancora la sua parte, pieno di scuro, di marrone del terriccio appena aggiunto, quella coltre che ho riposto a coprire i semi nuovi, i semi che ho tenuto in serbo, come sorpresa, sospeso io tra l’attesa e l’impazienza per quei tre germogli solitari.

    Come è sola la vita o, forse, come la morte. Quella di ognuno di noi. Sospesa nell’aria, appesa al filo della nostra continuità. Quanto tempo all’estate, quanto tempo prima che quella primavera che, anche se il mese è lungo, è invece davvero fuori dalla porta, fuori dietro al sole che cala sempre più tardi ora, ora che il freddo sta, in questa prima parte dell’anno, per abbandonarci. E come lo rimpiangeremo questo freschino, a luglio, mentre il sole asciugherà il sottovaso, mentre il sole piegherà le teste delle rose, dei miei fiori, della gazania arancione, dei bluastri anagallis, che stanno qui a fianco di me, fuori sul davanzale, quel davanzale tanto sognato da Sergio  tanti anni fa. Quel davanzale che fu il teatro di un amore impossibile, tra il geranio e lo scarafaggio, metafora intrigante di quella sua passione, mai confessata per la Virginia, per le tante donne del teatro, quelle che il buon Michele s’acchiappava, e che non lasciava a lui neppure le briciole, e, e, lui via così, a fantasticare, a filosofeggiare, mentre pensava a quelle gambe aperte sopra il suo viso, quel sesso rosso, incandescente che la compagna sua, credo, spesso gli negasse, quella voglia che c’avevamo tutti di scoparci le nostre attrici ma che poi, diligentemente si tornava a casa, all’ovile, senza che la mano avesse toccato ne il seno ne le guance rosee, neanche quelle della giovanissima Giovanna, la Giò, che accompagnavo a casa sino a tarda ora, perso più nelle chiacchiere mie e sue che negli occhi scuri che padroneggiavano nel campo del suo bel viso.

    I ricordi son sempre qua nelle mia mente, basta un nonnulla per tirarli fuori, per dispiegare sul panneggio lindo dello schermo, le mille parole che ancora non fatico a ricordare, le riflessioni postume a scandagliare i miei perché. Nelle frasi che non ho detto, nelle discussioni lasciate a metà e forse non finite. Nelle mie storie intriganti. Nei tradimenti perpetrati all’ombra del pennino, tra una squadratura e l’altra. Mentre piegavo il formato dell’aquattro, fisime importanti che sarebbero state riconosciute anni dopo anche dal Matteo che sulle prime, sui miei puntigli, ci si incazzava tanto e niente mi diceva, posto poi, anni dopo confessarlo proprio all’Annina, che il metodo mio era la sua declinazione di vita. Insomma le mie storie venivano a galla, uscivano dal buco. Quel benedetto “vassoio”  pareva ingigantirsi con il fondo dei luoghi, dei visi che stavano nelle mie mani, quelle mani che battono ora su questa tastiera, con il pensiero che va, avanti, e non si arena su nulla e ogni giorno espelle dai pori le foglie della vita.

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