Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 23 marzo

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    Ventitremarzo

     

    Tanto, si ma quanto? Tanto. Ho risposto così oggi, stamane più a me stesso che non ad altri. Già, pensavo a quel tanto, quant’è, quanto misura quel tanto, come se fosse possibile classificare, computare, definire il tanto.

    Ti voglio tanto bene, si ma quanto: tanto! Tanto, punto e fine; per l’appunto. E tanto non si discute è tanto, tanto che di più proprio non c’è ne sta.

    Dai ancora un po’ ma quanto ne vuoi: tanto gli rispose lui bevendo dal bicchiere, storiella tratta dalla vecchia ostaria che avevano i miei negli anni settanta. Il pep che beveva sempre, ma quanto beveva il pep: tanto, ma veramente tanto che di più non avresti potuto immaginare, e dopo quel tanto, ritornava verso casa, barcollando parecchio, evitando, Dio sa come, le auto che sopraggiungevano ambo i lati (oggi sarebbe morto al primo attraversamento), un dribbling eccezionale, inebriando pure la corteccia dei tigli (che mano nemica recise brutalmente anni fa per realizzare orpelli), quando, mentre la notte calava sulle sue palpebre, si addormentava in piedi appoggiato all’albero, per la verità più d’estate, per sua fortuna, che d’inverno.

    Tanto, tanto freddo che ghermiva le mie mani quando, all’inverno sistemavo i vuoti delle bottiglie che il pep, e suoi compagni, avevano scolato nelle loro intense mattinate, nei pomeriggi del sabato, nella tarda sera dopo il ritorno dal lavoro, e nei suoi, del pep, vuoti e solitari dopo cena.

    Tanto come quel bene che lui aveva voluto alla sua bella, di nome e di fatto, che con lui però non c’era mai stata.

    Tanto, come quel tanto che vorrei fare ora, di più di quello che penso, di quello che fuoriesce dai pori della mia pelle, di quello che i miei polpastrelli riescono a contenere, con tanta fatica.

    Tanto.

    Eppure, eppure basta poco, che come il tanto, in maniera ineludibile, è altrettanto inclassificabile. Quanto tempo hai per me: poco.

    Già un poco che a tanti basterebbe.

    Un poco che serve, per la tua mamma, indaffarata con quel figlio che non vuol sentir ragioni e sragiona. Un poco per stare ad ascoltare i ricordi, il tempo che è anche il Tuo, che fissi nella memoria che poi darai ai tuoi figli, il passato che ti appartiene.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Ma poco o tanto non servono a nulla se vengono vanificate le promesse le poche certezze che a volte servono nella vita. E allora? e allora ognuno realizza, forma, tende e persino crea il proprio, l’unico per lui quello dove porre, ogni sera, in ogni momento della propria solitudine il “suo vassoio”. Sedimento scatola tasca e antro di se stessi.

    Camminare, correre, fermarsi azioni che ci stanno tutte e in ogni giorno quando, pensi di essere arrivato Ti accorgi che sei solo all’inizio e talvolta pure anche, da solo.

    Bene, bene basta un bicchiere anche mezzo rotto con il fondo integro per bere, l’acqua è lì poco più in basso, una goccia è rimasta nel bicchiere, stasera, dopo che il “vassoio” è stato inumidito a dovere.

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