Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 23 febbraio

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    Ventitrefebbraio

     

    Uno sguardo veloce, sono le 8,00 anzi qualche minuto prima, ed è già tardi, i treni non aspettano, fuggono via veloci sulle loro strisce argentate, così che brillino al sole ancora freschino del mattino. Ancora non lo so, ma tra poco incontrerò Cesare, si il mio amico Cesare. Con lui ci si conosce dalla prima elementare, quel naso un po’ buffo che ha, un viso da geppetto potresti dire. Un fare calmo, uno di quelli che non s’incazza mai, forse, diresti. Uno di quelli che anche quando deve scappare a fare la pipì, secondo me, lo fa piano, con calma, io mi piscerei nei o sui pantaloni, se facessi come lui, Uno che quando fa all’amore, forse, neppure si scompone e non perché non abbia la bramosia, non perché la cosa non gli interessi, semplicemente questa flemma inglese lo caratterizza. Un uomo calmo. E, infatti, una delle attività sulle quali ci confrontiamo spesso quando, in tarda primavera capita d’incontrarsi, io che arrivo a casa dopo aver chiuso lo studio, e lui in bicicletta coperto di polvere e sudore che torna dall’orto perché il padre vecchio e ultra novantenne ci tiene a che qualcuno curi quel fazzoletto di terra che da ancora buoni frutti, è l’attività dell’orto: una disciplina zen!

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    L’orto che ha il profumo delle vecchie cascine, quel pezzettino che si metteva in fondo dietro al fienile, lontano dalle galline che sennò ci andavano a razzolare mangiandosi via tutta l’insalata, ma abbastanza vicino alla casa anzi alle case e poi ancora nei cortili, vaccaio nello spazio dello stacco tra le case prima che il campo se ne mangiasse un pezzo, così che dopo il ritorno dal fabbricone[1], si poteva, verso sera sistemare le prose, come quella che usava fare ancora la mia mameta, come la chiamo io.

     

    Sul “vassoio” le colline sono ancora brulle, i grandi semi se ne stanno al caldo, quel caldo umido che sveglierà la carne la sotto.

    [1] Fabbricon, in dialetto milanese grande fabbrica, ma anche costruzione. Qui però assume il significato di lavoro per quei frutti che la campagna non è più in grado di dare. Fabbricon che è lavoro e emancipazione, così che i figli possano andare al lavoro e così comprarsi la televisione, la lavatrice, il frigor e forse anche la vespa e la lambretta (fazioni già politiche) e per qualcuno pure la cinquecento o il prinzino (come quella del Tino, un vecchio amico di unmetroenovanta che si schiacciava piccolo piccolo per infilarsi dentro, forse persino raggomitolato)

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