Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 22 febbraio

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    Ventiduefebbraio

    Cosa sono le date, numeri disposti ordinatamente, sequenza programmata della nostra vita, cinquepiùdue, cinque dì passati al lavoro e due dì a cazzeggiare?

    Non la mia vita. La codifica, la “sintassi” del quotidiano disturbano, nuociono alla ritmicità della vita stessa. Una ritmicità dettata dal confronto con il luogo, con la gente. Certo alcune regole sono essenziali, ma talune sono solo il frutto delle nostre complicanze. Se abiti su un isola senz’auto il semaforo non serve e non serve neppure conoscerlo se starai sempre li.

     

    Perché questo pensiero oggi sulle date, le date che si rincorrono sempre, e non chiudono mai il capitolo del libro, come invece facciamo, a malincuore forse, noi.

    Date, numeri senza senso, occasioni per segnare i ricordi: il compleanno, l’onomastico, il santo o l’anniversario, la morte, la nascita, la ricorrenza, l’olocausto, la prima volta, eh sì la prima volta che abbiamo camminato da soli, il primo dentino del pepino e del tatino, la prima caduta in bicicletta, la prima volta che hai fatto l’amore, la prima volta che l’hai fatto con lei, anche se lei l’aveva già fatto con un altro e invece tu no, la prima volta che l’hai tradita, la, la, la prima volta dell’uomo sulla luna che chissà se è proprio andata davvero così. La prima volta di tutto è un’apertura, verso il mondo, verso …

    Poi, poi tutto sarà esperienza, non ti sarà più concesso di ricordare, non c’è la prima volta dopo la prima volta, non c’è la prima volta del giorno dopo che se l’amore non l’hai fatto, se non te la data (come si dice nel gergo), poi la seconda non ti capita più! Direbbe il Riccardo!

    clessidra

    Ma io attaccato comunque alle sequenze, anche quelle senza senso, per l’appunto, segno, annoto, scrivo, memorizzo, dato, consegno e inseguo un ordine, una cadenza.

     

    Con quel modo che ho io di chiosare: prima il giorno, poi il mese e chiudo con l’anno, scritto per intero perché sennò, tra mille anni chi legge che ne sa uno del ’90 del ’12 se era quello del secolo della grande guerra o del secolo buio o chissà quando. Allora io lo scrivo tutto di seguito, senza punteggiatura, le prime due caselle, giorno e mese e sotto una riga, debolmente tracciata, che quasi non si vede, che non si deve vedere, tanto, e ci scrivo l’anno, a volte però tutto stà anche nell’unica riga, numeri allineati che perdono il loro significato primario, diventano così miei e non di altri, in questa personalizzazione c’è un attribuzione, meglio, c’è l’attribuzione della personalità, la mia!

     

    Così identifico il momento, la traccia debole ne segna una connotazione quasi universale, la lettura e la collocazione per così dire, storica, ma diventa il segno personale, diventa  mia e di chi desidero che condivida con me questo gioiello, si perché i momenti sono gioielli, preziosità  che perpetreranno nei giorni a venire il momento, l’accaduto, restituendone personalità. In questi momenti di sfacciataggine, dove tanto diventa materia da rotocalco, da basso pettegolezzo, questo espediente mi assicura l’unicità e la singolarità dei miei accaduti.

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