Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 21 e 22 aprile

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    Ventunoaprile

    Come da rito e sino a quando la casualità dei miei pensieri porrà fine a questo gioco? Davanti a me tre quattro cinque impalpabili foglie, vitree che nella trasparenza denunciano la presenza di un piccolo disco quasi ovale; non sono un esperto di botanica, mi limito a osservare e a trarre, da questa curiosa esplorazione, alcune immagini che cerco di riproporre in parole. Se qualcuno vorrà saperne di più che si legga Gardenia o un’altra rivista del settore, e otterrà ben più delle mie, poco dotte spiegazioni in materia.

    Rigiro fra le dita un seme, è un seme strano è contornato da un foglio trasparente e il grano sta in mezzo. Quel dischetto un po’ più scuro, si colloca al centro di quella scaglia nocciola trasparente, lunga, più o meno, due centimetri, è sfrangiata verso le punte, questo perché quando la prendi fra le mani la fragilità ne causa la disgregazione, e sarà proprio questa fragilità che permetterà a quel disco oblungo centrale di aprirsi verso la sua nuova dimensione.

    Mi affascinano quei colori: il marrone scuro, quasi cacao o caffè, sfumature impercettibili, a una lettura veloce, ne percorrono la superficie e al soffermarsi vedi pure che dal centro di quel cuore abbozzato, schiacciato al punto che la punta quasi scompare, si dipartono una serie di nervature che piegano verso l’esterno; rilievi minuti, costolature e nervature percorrono tutta l’area e forse anche questa è un ulteriore membrana.

     

    Mi rendo conto di quanta meravigliosa perfezione e metodo ci sia in quel piccolo mondo vitale; di quanto nell’apparente semplicità di quella figura in realtà la natura si sia cimentata nella complessa elaborazione della continuità ed evoluzione della specie. Ed io non ho frettolosamente appoggiato quella manciata di golosi e avidi semi accanto ai miei in crescita. Baccelli strani questi della Bignonia[1], ricordo ancora quando Sergio la regalò a me e a Li per il Caselle, la nostra calamita d’amore, di gioia, di accoglienza per tutti. Forse quei fiori, arancio intenso che quasi da subito sbocciarono, piccoli e contenuti, annunciavano la necessità dell’amore e della costanza; con quanta pazienza è stata sorretta, guidata, aiutata, verso la luce, il sole caldo dell’estate delle colline piacentine, torrido a volte, ma noi, forse profeti inconsci di una conoscenza atavica, che stava dentro, così dentro che l’abbiamo strappato dalla carne chiusa dei ricordi, l’abbiamo collocata lì, al piede delle grandi cisterne, dove si raccoglie l’acqua del cielo; umida e fresca, la zolla ha nutrito la radice minuta, la botte grigia ne ha protetto il fusto debole dalle sferzate fresche e gelide del vento serale dell’estate. Chissà come c’è venuto in mente di posizionarle proprio lì, in quel punto, basso e riparato, insipienti com’eravamo sia dei luoghi che delle genti, a volte brutte a volte meravigliose.

    A volte mi chiedo quale mano guida le nostre inconsce scelte. Eppure allora indovinammo: testa al sole e piede all’ombra, una regola per i rampicanti!

     

    Oggi fiori e semi esplodono dalla pianta madre che a cascata ogni anno riempiono quell’angolo; oggi Sergio non c’è più ma mi pare a volte anche di sentire il suo volto (perché è talmente forte il sentimento di profonda amicizia che ci lega che dire soltanto vedere, mi parrebbe riduttivo), mischiato tra le foglie aguzze, nel verde intenso, persino d’inverno nel contrasto nel nocciola del fusto con il candore della neve, che in quel posto non fa fatica ad adornare il paesaggio, le cose, gli animali, gli uomini e che rende obbligatoria la sosta.

    Così da quel pendaglio in giù, da quella cascata bruna, ho tratto l’ulteriore nutrimento per il “vassoio”. E’ lì li ho collocati, poco dopo il bordo, accanto alla collinetta sinistra, poco sotto i piccoli massi d’argilla, si quelli per il sostegno dei primi fili verdi, poco distanti dagli aceri e dai faggi in crescita.

    Resterò a guardare la superficie, oggi!

     

    Ventidueaprile

    Steli, gambe, esili fusi che svettano verso l’alto, anche oggi che qua è penombra, voluta perché la domenica raramente le pareti mi vedono, sto fuori, o sto in alto, in collina, ad armeggiare intorno all’erba che cresce e che, ma non per dispetto, la taglio, anche quella che nei primi anni soffocava, quasi, i piccoli noci, laggiù nel noceto appena imbastito e che ancora non aveva accolto le mie lacrime, ancora tanti avvenimenti erano lungi dal verificarsi.

     

    La vita che sempre si fa densa, pregna di cose, accadimenti, gioie che mischiano le piccole disfatte, dolori, immensi talvolta, che sciolgono i modesti successi.

     

    Le punte di arrivo nella vita, quel successo che in fondo non desideri, ma che raramente speri che arrivi, non per te, non per il pavone che ognuno di noi vorrebbe non essere o non fare, ma per le cose che pensi e dici. Per dare un pezzetto di te al mondo. Tante cose che là, sul sasso che sta in mezzo a quel campo, su quella morbida tela, che così a me sembra il prato dopo appena rasato, su quel lembo io appoggio il mio sguardo. Lascio andare la mente mentre il mio corpo drena la fatica, stanco morto dopo le cinqueoseiore con quel trabiccolo roboante sulle spalle, il decespugliatore; quella macchina infernale che ronzando ha falciato inesorabilmente migliaia di fiori di campo, cresciuti spontanei dopo che ho fatto loro posto dai rovi imperanti, quelle serpi che hanno tenuto banco sino al millenovecentonovantanove; ah come sono belle le pieghe della collina in quel punto, quei fiori che si moltiplicano, sempre, dopo il taglio.

    Lì, madido di sudore, con l’acqua che mi verso sul capo, sulla faccia piena di erba e steli sminuzzati, con quella patina verdastra che ricopre tutto, gli stivali lunghi, la salopette, le braccia nude, la maglietta, quella bucata che uso per quei lavori, lì in quel posto che solo io conosco così bene, angoli di niente perché il vuoto è difficile da definire perché lo vedi sempre diverso ogni stagione e in ogni stagione mi riempie il cuore quando ci passo, quando mi soffermo, lì sopra quel sasso che mi punge il culo, il mio culo secco, la mente si libera, si apre.

     

    Molte volte mi scopro a piangere, a versare lacrime come un bambino, piango perché non ho dato l’amore che qualcuno meritava, piango perché l’ho tolto a qualcuno che meritava, piango per le mie nefandezze, piango per i colori che vedo, piango per la musica che sento nelle orecchie, piango per quel paesaggio così bello. Cazzo piango e basta, perché c’ho voglia, perché così dopo sto bene, che è come quando ti soffi il naso, poi respiri meglio.

    Già ma oggi, altri impegni mi hanno catturato qui e la collina per qualche giorno può attendere. Guardo il “vassoio” sono contento di quest’abbrivo, scruto però se dal fondo, dallo scuro qualcosa possa anche emergere, se quei semi, lontano nel tempo, diano già riscontro della loro esistenza.

    [1] La Bignonia Campsis radicans è un bellissimo rampicante a foglie caduche originario dell’America meridionale; produce grandi fiori a trombetta dal colore sgargiante e facile da coltivare. Gialli e arancioni, portano allegria arrampicandosi.

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