Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 20 febbraio

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    Ventifebbraio

     

    La calma della stanza non sempre si allinea con i nostri pensieri. Dal soffitto le lampade pendono, con fili energia, per diffondere, oltre alla luce, pure i sapori dei colori che si mischiano nella diversità delle sorgenti: il sole, la mia lampada sul tavolo, il neon capovolto sul soffitto, che così non mi abbaglia, e così i pensieri a volte, disturbati anche da questa tranquillità, muovono i muscoli, irritano i tendini. E’ tutto un trambusto che se, ti fermi solo un attimo, la senti questa forza interiore che, a discapito di questa fissità, lì all’interno del tuo corpo, preme per uscire.

     

    Ricordo, tanti anni fa, sdraiato nel letto, mentre sentivo quest’azione, era come se all’interno del mio corpo qualcosa si stesse muovendo. Dapprima lentamente, con una forza gigantesca, come se un macigno pesantissimo fosse lì e lì per rotolare lentamente verso il basso, deciso, lento ma deciso. Poi, come un vortice temporalesco, tutto iniziava a ruotare, sempre più forte, sempre più forte, la testa mi scoppiava, ma, strano strano, stavo bene. Dentro, nelle arterie, nei linfonodi (che forse allora non sapevo neppure cosa fossero), tra le ossa, nella mia carne, era tutto incredibilmente veloce.

    radicresce

    Era come se sentissi il movimento incessante della vita in trasformazione, cellule, protoni, elettroni, neutrini e tanto altro in movimento; un movimento rotatorio, una trottola.

    Ma non una velocità consueta: “ma se ero fermo come potevo sentire tutto questo movimento? Non c’era certo vento nella stanza!”. Questa cosa allora mi spaventava non poco e, a volte, un picco di modesto terrore s’impadroniva di me quando presagivo l’arrivo del fenomeno, eh sì perché di fenomeno si trattava, almeno così avevo decretato. Non ne ho parlato mai con nessuno, seriamente s’intende. A volte, a tratti, che so con la Gabriella, quella che mi aveva fatto perdere la testa e la trebisonda, diavolo come dimenticare i petting furiosi, lì di fronte alla stazione, quando si arrivava col treno e la frenesia di mettersi le mani nelle mutande, la voglia sua che c’aveva, che glielo leggevi in viso, che quando mi baciava, pareva inglobare le labbra mie, sta donna che non l’ho mai avuta totalmente; chissà dove e se ho sbagliato? Come quando l’avevo accennato alla Maria di Abbiategrasso, che forse una volta ho rischiato di fondere il motore dell’unico motorino mai posseduto nella mia vita. Ma quante volte ho tentato di esternare sto fenomeno …

     

    Poi un bel giorno questa cosa se ne è andata, oddio andata, no, si è sopita, andata come si potrebbe dire, in letargo. Ora che la testa si è un po’ scoperta, che lascia la pelle al sole, la calvizie che è arrivata sopra il capo, ora a volte la cosa ritorna, come stamane che mi sembrava che pure le foglioline dei germogli del “vassoio” pigliassero a girare con il mio essere.

    Poi, dopo un tempo indefinito, la calma si espande anche dentro di me. La terra è umida, va bene così basta aggiungere acqua. Il becco giallo dell’innaffiatoio lasciato libero a inebriarsi verso l’aria, a catturarne i profumi.

    Ma dentro al “vassoio” altro non vedo emergere, altro non c’è e non sento e non scorgo che ci possa essere qualche movimento.

    Mi dico che è presto che occorre lasciar fare al tempo. All’acqua che ammorbidisca la scorza, che sciolga i tannini della corazza. Che risvegli dal sonno la gemma interna, che da dentro infine quei tormenti si risveglino ed escano per impadronirsi del loro angolo di mondo.

    Sotto sotto, sono sicuro, qualcosa si sta muovendo, ne sono certo.

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