Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 2 aprile

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    Dueaprile

    Una nottataccia, a scrivere a rimpaginare quel programma, che poi io, ho dato una serie di indicazioni, ventuno, come le lettere dell’alfabeto, un pratico vademecum del prossimo comportamento, onesto e corretto, cristallino trasparente e lineare, come lo dovrebbero poi essere tutti gli uomini, in definitiva, in sostanza. Che deve essere per forza buona altrimenti diventa materiaccia, marciume, a volte neppure buono per il concime. Un lavoro a capofitto, che significa lì e non altrove, come quello mio invece di tutti i giorni, che mi trovo collocato, messo a volte pure in prestito e sono lì ma dovrei essere da un’altra parte, con le cose che si piegano, a volte, bruscamente, che pensi che non si solleveranno mai e che invece, altrettanto improvvisamente emergono dal fango, dalle sabbie in cui si erano celate. Maddonnasanta, tutta di un fiato, macchecazzosuccedeora, poi nella mente riecheggia, e il “vassoio” maledetto e benedetto “vassoio”, con le sue punte, puntine, rosee membrane che da lì a poco si schiuderanno, è lì, lì di fronte a Voi che non vi siete ancora stancati di seguirne le vicende e con lui le mie.

    Sprazzi di tempo scollegato che si depositano sul piano della carta ogni giorno e ogni giorno nuove esperienze, ma a volte persino diverse; senza fiato, come le frasi che si susseguono nella penna virtuale dei pori esterni dei miei polpastrelli che corrono veloci a dettare, veloci per non dimenticare il periodo, la scarsa sintassi a volte dei pensieri ma, tant’è tant’è che è cosi ché deve essere posta in maniera che il lettore ne assapori tutta la valenza, la rudezza del pensiero che vola, che naviga felice, libero da regole, dalle catene linguistiche; e apposta invento verbi, modi, linguaggi, parole anche senza significato alcuno, strafalcioni di vocali e consonanti imbastite per chissà cosa e che hanno aderenza solo in quel contesto. Diversamente, fuori, solo elementi alieni che finirebbero il loro esistere sul selciato degli errori.

    Ah ma come è bello andare così in libertà, quella possibilità che hai come quando vai in bicicletta, proprio come quella che mi hanno fregato qualche mese fà e che c’andavo in giro con il mio grande fanciullo e che ora mi toccherà, quando un po’ di grana tornerà nella tasca, a ricomprarmi: nera e luccicante come usa da signori della mia età, anche se poi a ben guardare anche un bel giovanottone, ci sta su bene col culo ben piantato in alto sul sellino di cuoio marrone e magari fatto apposta per le chiappe, che così non ti si scalcagnano.

    Quella libertà di girare di qua e di là, come quella che porrà fine ai tormenti del secco e della costrizione laggiù nel “vassoio” quando presto, tra qualche mese lo spazio si sarà riempito e il contendersi il suolo sarà diventato pressante.

    Sembra un respiro questo, quasi possa essere il respiro del mondo e forse un po’ mi son convinto che lo sia, il respiro; come se dalle piccole e minute e semplici, elementari e basiche fluttuazioni di quegli steli, arrivasse energia.

    Mah, e non so neanche io cosa cazzo devo aggiungere per stilare la linearità di questa azione, che non è mia che è mia solo per riferimento, solo per metafora; immagine di paragone che tengo in alto sul trespolo della scrivania ad esempio, a sprone della giornata, per tutto il santo giorno, che appena passo di lì si innesta un invito: “su dai pensa ad un’altra cosa, ecco si proprio quella” e io via con le idee, via con gli innumerevoli fogli scritti riempiti di segni che si incastrano gli uni agli altri, progetti, disegni, congegni di machinamenti che non funzioneranno mai, ora, perché privi della necessaria scienza per perfezionarne gli intricati sistemi, equilibri impossibili da realizzare ora perché la materia per fabbricarli non esiste. Mi credo un novello Leonardo che tanto elaboro, confuto, permeo e scandaglio.

    Mi domando: e se poi fosse vero? E mi dico e mi ripeto, com’è che nel tempo si formano alcune intuizioni, all’improvviso e senza spiegazione alcuna della logica che ha mosso il tutto?

    Lascio sul piano di compensato due palline di argilla espansa, i due piccoli massi che collocherò, forse domani, accanto alle prime nascite, mentre poco sopra, all’interno del “vassoio” le punte stanno salendo.

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