Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 17 marzo

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    Diciassettemarzo

    L’aria è fresca, limpida, la pala in mano, la zappa appoggiata sul tronco scuro della roverella piegata, annodata nella ricerca del sole, quello che tenta, a malapena di giungere qua sotto, sui nostri piedi, calati sul tappeto di foglie che stiamo smuovendo, quel tappeto che rimetteremo, dopo, un mesto dopo, sopra il tumulo.

     

    Certo è solo un gatto, un inutile e modesto gatto, ma che cazzo quanta prosopopea per sto felino. Si è vero è così, ma, ma ci son situazioni nella vita che ad un certo punto si addensano, ad un tratto dal “vassoio” emerge qualcosa, spunta, come gli occhi gonfi, rossi, il naso che cola e il passo che gira sul fianco e vedo le spalle, la “li” s’è girata, non riesce, non sopporta che i suoi affetti spariscano, tanto forte in alcuni tratti tanto debole in altri, si gira e cerca altro mentre io e il tatino lavoriamo diligentemente per preparare l’ultima casa di hermes, le fondamenta della sua ultima dimora. Sassi piatti per il fondo e le pareti, drenaggio, movimento archetipale che spinge all’esterno ciò che dentro non riusciamo a tenere, e perché fa male, perché ferisce,e allora il buco che si allarga, sotto i nostri colpi, io che taglio con la vanga, quasi un gesto metafisico, mi vien da pensare, dopo, e il mio luchino che estrae, perché ha più forza lui che è ancora giovane. Si taglia, si estrae, si prova: “Non va bene, dobbiamo allargare qua lui che prova e inserisce la cassetta, “guarda qua che ne dici?” osservo rifletto, “ummh si direi che se togliamo quest’angolo va bene”.

     

    La sede è fatta. Hermes e il tutto ora sono lì, le pietre, quelle basse, sopra e di lato, come da progetto. Sul mucchio di foglie, sassolini, terriccio, un rametto di forsitia, giallo, splendente come il sole che stenta a filtrare, come le lacrime che stentano a starsene al caldo, dentro noi.

    E’ sera, mi appoggio alla panca, dentro il fuoco scoppietta, dentro il “piccolo” suona, batte e scivola con le sue lunghe e affusolate dita sui tasti biancoeneri – e pensare che ha fatto tutto da solo il mio piccolo -, fuori le stelle, quell’allineamento tra venere e giove, unico in questo tempo, questa linea sottile che il cielo traccia, l’aria che s’alza, l’orizzonte che svanisce nella sera, il buio che avanza, tutto come sempre, tutto sembra costante, come sempre, il freddo che quando sei fuori da un po’ ti abitui e non lo senti più, forse, eppure, eppure io sono qui, ancora a cercare nelle pieghe del “vassoio” forse, mi verrebbe da dire; nei vassoi che ho paura a dire che potrebbero essere tanti.

    Poi il dubbio svanisce e mi restituisco l’identità.

    Entro, la tavola è arredata e il profumo del cibo per un attimo mi cattura.

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