Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 15 marzo

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    Quindicimarzo

     

    Acqua, è pieno di acqua, oggi, il “vassoio”. Riempito perché secco, troppo arido, come il cuore, come il cuore che a volte si raffredda, non solo per la delusione della notte appena passata e per il giorno che non racconta, ancora, nulla.

     

    Ancora, una parola dai più significati a seconda degli accenti. Già gli accenti e se stai attento a dove, gli stessi, li collochi, nulla puoi fare per le orbite che i pianeti assumeranno, frutto di un disegno arcaico, che non ha nulla di predefinito se è vero com’è vero che la nostra esistenza del cosmo s’intende, non quella del nostro minuscolo bipede, è il frutto di una contrazione espansione, dinamismo muscolare che ha il suo perché in disegni a noi sconosciuti,  ancora, per l’appunto. Esattamente come i pensieri che sgorgano, a volte improvvisi dalle nostre menti e danno vita al motore dell’universo intero, scodella infinita del nostro esistere.

    E allora, e allora ancora è la speranza di far bene e meglio, di costruire passo passo la nostra esistenza, di costruire passo passo le nostre deboli certezze, mentre, la sotto, in basso di lato verso il sole che ogni mattina avanza e sopravanza sul piano dove esso è da me stato depositato, il “vassoio” osserva me.

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    E mentre lui osserva me io osservo lui, un reciproco confronto, là dentro le fibre della terra in marroncino, quella nuance che l’acqua ogni tanto stempera, colora di scuro inumidendone la superficie, là dentro, al caldo, con l’aria che da sotto drena l’eccessivo, si porta via i batteri, quelli malefici si intende, lasciando quelli buoni e non so neanche io come, come arriva questo processo che io ho iniziato, catalizzatore per quella reazione, che se non fosse stato per me quelle, gemme in nuce, non sarebbero mai nate, mai giunte sul piano per poi, magari, un giorno andarsene attraverso figli, sorelle, madri anch’esse delle stesse gemme che prolificano qua sotto questa terra che ci ospita che ci accoglie tutti, nonostante noi, la collettività, si faccia di tutto per ammazzarla, per dissacrarne l’antico e primigenio valore.

    Andranno certamente un giorno loro in giro, con i loro figli sospesi nel vento, li vedo già ora, come fossero reali, quei semi che volano, come le pale di un elicottero verde, ecologico. Come quelle deboli e resistenti membrane, che, che, come ali di libellule senza testa, volteggiano nell’aria e s’infilano negli anfratti, nelle pieghe che la terra, nuova laggiù, la sotto, coltre nuova, accoglierà di nuovo l’esistenza. Un altro “vassoio” forse più grande, forse meno curato, forse neppure tale, forse neppure visto, guardato, magari appeso al nulla, come quelle cenge d’alta montagna e che ci farà mai li quel seme, magari anche cagato dal merlo, digerito male e per questo fertile, fecondo, e fecondato. Ma, ma, ma quante cose accadono e noi, non sappiamo non guardiamo, eppure vediamo senza guardare. E’ un attimo, mi volto è ancora lì. Beffardo a scrutarmi.

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