Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 13 e 14 aprile

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    Trediciaprile

    Un silenzio, una sorda atmosfera, passi che non smuovono l’aria, sottili lame di niente che attraversano gli spazi crudi di quelle piccole colline che ancora non fruttificano; certo là sotto qualcosa avviene, ma nonostante tutto il mio entusiasmo, tutta la mia creduloneria e convinzione (ma anche attaccamento a questa metaforica condizione della nostra esistenza) degli avvenimenti visti, pensati e immaginati, nessun cenno di movimento.

     

    L’aridità della superficie è manifesta nelle immagini che ho ogni mattina dal “vassoio”, oltre quelle tre esili creaturine che svettano, incuranti dei miei aneliti, il niente è ancora imperante; ma io nonostante tutto imperversi contro e a sfavore, come con il vento contrario, quello che ti costringe ad andare girando di bolina stretta (più stretta dei jeans di quella bella gnocca della Betty, così fasciata nella stoffa che nessuna piega disturba la visione della sua intima natura, neppure quando, seduta e impettita, fa scivolare la tela di seta che poc’anzi le avvolgeva il collo, dal seno prosperoso alle gambe), costantemente ne irroro la superficie nell’attesa che la prima parte della primavera termini; aspettando che la temperatura finalmente si adagi sulla sufficienza e la crosta, dura e coriacea del seme, si liquefi e che dal basso e dall’alto la vita buchi le corazze e emerga, irrompa verso il basso e l’alto del vassoio, miracolo della mia personale e collettiva creazione.

    Ora, se sino a pochi giorni fa avevo esultato per la comparsa di quello che avevo battezzato vita, in realtà oggi vedo il niente; sassi solo sassi, coperti di un verde muschio, di un lichene adombrato dall’acqua, quella stessa melma, inquinata e densa di batteri, che ogni giorno ci beviamo. Vedo muffe che si sono adagiate sulla scabrosa superficie, foraggiate dalle cariche di germi alieni;. un quadro, questo, che avevo capziosamente pensato nell’inizio del sistema, nella anticipazione della mia foresta in miniatura e invece? Niente, ancora nulla!

    Ma perché questo fantasma gioca, si burla di me?

    A tratti e nel primo respiro della giornata, la punta rossa e verde emerge dalla spaccatura, osservo la crepa nel terriccio, una sorta di quasi movimento intorno alla piccola ferita della terra, e questa mi appare come provocata, penso o arguisco dalla mie scarne e scarse conoscenze, dal movimento sottostante di quel pistone ancora nascosto. Lo vedrò tra poco quel fusto che parte dalla gemma apicale con le due cotiledoni, che spinge in su.

    Mi convinco che sia iniziato quel processo che tanto aspetto, a volte pure mi sembra che cresca, che si veda, tanto che ne ho dato qui notizia.

     

    Notizia che devo smentire, devo sbugiardare me stesso e tutte quelle circonvoluzioni, tutte quelle belle frasi cui pure Voi tutti avete creduto ed io, sporco e meschino profittatore della credulità vostra, v’ho spinto a credere. Ma, ed è la verità, tradito anch’io dalla conseguenza dei fatti e dalle atmosfere createsi intorno a ciò.

    Un’aura, una suggestione, uno strano e inconsueto magnetismo che ha spinto tutti a convincersi di questi accadimenti.

    Eppure sebbene il niente, penso io, continui a manifestarsi, pure questo niente è tanto, pure questa apparente immobilità è dinamismo.

    La crosta che si muove, che si adagia sul piano o sul fianco; bande, coste e dirupi che scivolano, trascinati inesorabilmente verso il centro del globo, quella forza che comprime la materia, che stabilisce la capacità portante di quel terreno, a sua volta portato e riportato; l’acqua che a volte scava, segna i solchi di un fiume in costante secca (il diluvio da me provocato, quelle inondazioni che asportano dalle coste delle colline il limo e lo sversano sulla e nella valle. Tutto per l’attesa manifesta che stiamo tutti aspettando, quasi fosse a soluzione di un noir intrigante.

    Una storia dove assassini e vittime, giocano a rimpiattino con il giudice e a volte dai suoi occhi si nascondono.

     

    Visto che non mi sono stufato di elargire speranza e fiducia, continuo nella mia semina.

    Ore diciottoecinquecirca, balzo dalla sedia, un idea improvvisa si infila nella testa, esplode sulle gambe, la rotula si inarca, i tendini del polpaccio vibrano, devo alzarmi; il bacino si dirige e orienta l’avambraccio verso il centro della scrivania “si li ho messi lì”, quelli che ho raccolto poc’anzi sulla gradinata che porta alla stazione. Quella scalinata strana, percorrendola ti accorgi che è un po’ sbagliata dal punto di vista costruttivo, tanto che per necessità di ritmo, capita che rompi il passo, più quando sali che quando scendi.

     

    Le regole delle costruzioni? Tante e spesso di arcaico uso; ma si sa che la formula di Blondel (regola per il calcolo del rapporto tra l’alzata e la pedata delle scale) è più una sorta di indirizzo che una regola ferrea vera e propria, non la segue oramai più nessuno –ma poi quanti la conoscono?

    “Uumhh, umidicci sono umidicci, dovrebbero andare bene” e per non rovinarli li ho tenuti nel palmo della mano, con questa mano che mentre camminavo verso lo studio stava aperta, anzi semi aperta, per lasciar scorrere un po’ d’aria tra loro e la mia pelle e per non perderli.

    Si dunque ne prendo sette, quasi a caso, ma forse la mente aveva deciso così. Mi dirigo verso il “vassoio” che se ne sta lì come sempre a sfidarmi e allora “Eh mio caro mo’ ti aggiusto io”, questi penso che scateneranno la terza o quarta guerra di Troia. In fondo l’hanno voluto loro questi dormienti e senzienti, io dall’aria semi azzimata, guardo il fondo, la superficie, decido che va bene così, deposito questi settevizicapitali sul marrone della superficie, quasi incastono la parte globulosa dell’ala, il seme, nella madre terra. Poi diligentemente, dopo averne setacciato una cucchiaiata, aspergo il seme e parte della crosta cotonata con del terriccio asportato dal sacco, con la pinzetta calo accanto al mega spermatozoo le parti più grossolane, per ultimo con la sabbietta fine, “con il caffè” avrebbe detto il buon Remino. Una frase presa dal mio suocero che etichettava così la nostra pratica di cospargere il prato del Caselle con il terriccio, all’inizio della primavera, dopo avere asportato il muschio e arieggiato così il prato, prima della risemina annuale.

    Bene, così la superficie ritorna ad essere scura, il chiaro del seme ricoperto, protetto per la rinascita. Vedremo.

    Quattordiciaprile

     

    Un ciclone, un mini ciclone e chissà se passando, stravolge disfa, cancella, satura, definisce o ammorbidisce, ritaglia e aggiunge; chissà se alla fine, dopo il passaggio, saremo diversi un po’ cambiati dagli avvenimenti o saremo rimasti gli stessi ma con un pezzettino di cuore in più. Che è quello che io poi preferirei succedesse.

    Chissà già se gli avvenimenti cambiano, anche quando sono soft, sottotono in italiano; quella morbidità che apparentemente nulla modifica ma, che a ben vedere, così non è; provate a non dormire sul morbido per più di due o tre notti e poi me lo raccontate come state male.

     

    Un bel po’ di anni fa’ tornavo dall’aeroporto, la Li era più asciutta, in valigia una decina di modellini che per anni hanno fatto bella mostra sulla balza a mezza altezza della libreria bianca in soggiorno, noncuranti dei bimbi che perlopiù, transitando da quelle parti, gettavano qualche occhiata e niente di più; solo a volte il tatino ne reclama la vista, sempre nelle mani del papy ben si intende; ma era proprio lui a reclamare siffatta guisa. Del resto in famiglia abbiamo rispettato sempre le tasche altrui. Quelle “macchinine” che si sono rotte, oggi stanno celate in una bella e non polverosa “vetrinetta”; dormono accanto alla collezione delle cinquecento, altra rassegna delle mie innumerevoli passioni, pezzi che si accompagnano a pezzi, che si infilano uno dentro l’altro a raccontare storie, brandelli di pelle strappate al passato, sicché una volta che le rivedi riemergono mille colori e sfumature. Nella valigia appunto i modelli, rigorosamente in metallo della Gioal (magari è anche scritto diversamente ma poco importa) che riproducono le mega macchine del movimento terra, comprati in Spagna perché più economici. Un viaggio di rito fatto senza rito, una canonizzazione dell’unione costruita sui non sense, come siamo noi fuori da schemi consolidati, che a volte pure noi fatichiamo a riconoscerci nelle azioni e nei dati che ne sono risultati. Ma tant’è così ed e così, piace a noi, punto.

    Quel su e giù continuo dello stare e del dividersi spazi nel tempo e anche in cucina (il matrimonio è un altalena), che poi è agganciare ogni giorno all’altro, meglio se con un po’ di fatica, meglio se un po’ sudato, meglio se con piccole cose che richiamano alla mente i salienti eventi della circostanza attuale.

    In un momento strano, mentre stavo uscendo, due palpebre leggere, due foglie sottili e trasparenti mi sono volate tra le mani, un lembo, quasi uno stralcio da altre mille foglie: un pezzetto di seme della bignogna, quella rossa del caselle. Ne ho presi due, li ho gettati nelle fauci del “vassoio”. Ma è proprio il caso di dirlo che fai fatica a levarteli dai polpastrelli, tanto sono leggeri e non si staccano dalle dita; esattamente, per me, proprio come la voglia di disegnare, di concepire cose e case per tutti, che uso, a volte, persino una matita senza punta o un ago sottile e il tutto, per non distogliere la mente dal foglio che continua a riempirsi di punti, di linee, di curve, di argomenti infiniti, di volumi infranti contro le rocce dell’impossibilità, di …

    Quel “vassoio” che sta catturando tutto e tutti; quel maledetto buco nero che mi attanaglia, che mi ha imprigionato, che mi conturba con quella sua matericità, con l’esplorazione continua. Un’attività che seguo tracciando rotte sulla superficie con l’occhio, lo sguardo che naviga a destra e a sinistra di rotte terracquee, solcate a bordo di vascelli inconsistenti ed eterei del pensiero.

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