Radici in crescita, sequenza giornaliera degli accadimenti, di Ivan D’Agostini- 11 e 12 marzo

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    Undicimarzo

    Incazzato, arrabbiato scocciato, e non senza motivo.

    Così stamani io.

    Scopro che l’intesa del talamo a volte si disfa. Va a puttane si dice in gergo. E a volte per poco, per niente o invece il niente è nella sede della Tua memoria, dei tuoi perché e delle Tue domande, domande alle quali un tempo non hai risposto, non per rinnegare il passato, no questo mai!

    Solo, esclusivamente per ammorbidire, per generarti quel cuscino dove porre le chiappe quando, inevitabilmente saresti caduto e ti saresti fatto del male, tanto, perché l’amore non si dimentica, non puoi dimenticare le lacrime che hanno bagnato il tuo e il suo viso quando, felice dopo l’amore vi siete raccontati i segreti più nascosti e, come due dischi di cioccolato che si fondono sul palmo della mano, li avete condivisi, smembrati nella loro rudezza e li avete risolti come una semplice geometria.

    Avete chiuso il poligono e l’avete aperto e allora, come si può d’un tratto cancellare a andarsene?

    Non so!

    Dodicimarzo

    Li avrete tutti lì sui vostri banchi. Oggi compito in classe e la pancia che si svuotava, la morsa e la cattiveria che Ti veniva, “perchécazzononavevostudiato” la tiritera che mi dicevo sempre. Non avevo studiato perché ero andato a farmi le pippe con il mio amico Curnin, detto così perché sulla fronte aveva due bitorzoli che parevano corna (anni dopo vedendo un film che divertiva mio figlio avrei trovato in nuce questo volto), non avevo studiato perché ero andato a zonzo con l’Olivares, altro buono per la compagnia non per lo studio, non avevo studiato perché avevo mandato a fanculo il Brusca, villano e strafottente che si credeva ricco invece era solo un povero pirla e che mi aveva profondamente ferito quando, pensando di essere grande e superbamente più nobile del sottoscritto (lui un commerciante da strapazzo, non di certo come me che vanto discendenze lontanissime dallo Zar di tutte le Russie: Pietro il Grande – ma questa è un’altra storia -), e che così pieno di sé mi scacciò da casa sua; solo un grandissimo cretino e basta.

    Chissà perché oggi, questo clima pesante, che sta nell’aria come l’odore del fritto, la sera dopo in cucina, mi ha evocato tutto questo; sarà che oggi, come spero, si riveli una gran giornata.

     

    Guardo e rigiro gli occhi sul “vassoio” è scuro, marrone pesante, forse ho fatto male a spolverarne la superficie di terriccio, l’altro giorno, il candore della bambagia che, termica coperta avevo collocato sopra i semi qualche mese fa, è stato interrotto, ma forse, e credo voglio credere sia così, era necessario; dopo la termica un po’ di volano, che recupera, che trattiene, che conserva, oltre all’umidità (un delicato spruzzo d’acqua) che ogni giorno provvedo a collocare sul incavo del “vassoio”. Così immagino che nella trama i semi agganceranno le loro trasparenti mani, allungheranno le dita, una dieci, mille fili che si dipartono dapprima da un nodo centrale, lo stelo per eccellenza, e lì in quel punto che separa il buio dalla luce, il tronco emerso dalla parte sub (cioè quella che sta sotto sotto il terriccio), il trono della vita, e che dopo, cercheranno, dovunque, il sapore del cibo. Già vedo i sensori chimici all’opera, in un mondo dove chimica e fisica, si fondono, si cercano, combattono una a fianco dell’altra per la sopravvivenza di quell’essere in miniatura, di quel tronco, bonsai momentaneo, che si libererà dalla costrizione nella quale io, stolto egoista e capzioso amante, ora la metto, ora la governo.

     

    Immagino, come nell’antica fiaba della bella addormentata nel bosco, steli che s’ingigantiscono, radici che avviluppano. L’asfalto si crepa, si liquefa, sotto la forza dei nuovi coloni. Vedo liane, rovi, rampicanti il cui groviglio ammanta le aride superfici dei nostri edifici, mentre noi, ignari o ignavi, poco importa, siamo dentro, tutti presi nei nostri piccoli egoismi, loculi mentali, a sgambettare con le dita sopra la tastiera nichilista della nostra indaffarata esistenza.

    Di colpo il sole, all’improvviso la luce. Ma cosa è successo?

    Era solo un sogno, una visione che mi ha catturato, che ha rapito me e le mie dita. Che mi ha avvolto nella sagace storia della foresta incantata.

    La foresta che sta, ora, piccola e dormiente, dentro, e nascosta al “vassoio”. Questo “vassoio” che mi ha catturato e che non so dove mi porterà, domani.

    Ho con me gli appunti, le storie delle mie tante avventure, racchiuse, in decisi segni, la matita ha corso veloce sul foglio e oplà, i punti si sono congiunti e la figura si rivela. E’ un’emozione anche per me.

    A volte mi chiedevo “giacca e cravatta, blu, rossa o quella verdina a righe, un velo di english” il retaggio del mio concepimento? Oggi nulla di tutto questo.

    Eppure si che la forma oggi conta. Conta il modo conta la maniera. E allora via, messo in borsa, quella di pelle mezza scucita, con la vu della chiusura che fa la lingua sollevata verso il fuori, che quando la guardi sembra che faccia le boccacce, i fogli, le note, gli appunti e le mie penne, eh si perché a quelle come si fa a rinunciare, e ancora un altro oggetto poi, è l’astuccio, come i bimbi si, con il righello, il compasso perché non si sa mai. Insomma nella borsa il mio condensato, il mio studio in essenza. Fogli a sfare e la gomma, perché a volte ci ripenso!

     

    Non mi preparo, perché poi non ricorderò nulla, niente discorsi, solo pensieri, positivi, solo sguardi, per cercare a braccio l’intesa, perché se c’è quella tutto poi va bene, se c’è condivisione, poi basta la serietà, reciproca.

    Il sole si è scatenato, l’aria pesante se n’è andata, riguardo il “vassoio”, non so neppure io come sia andata, ma certo non è un caso che le pareti contengano quelle colline così imperiose proprio accanto al bordo stesso e non al centro, come sarebbe stato più semplice fare. Il bordo così prende una vita diversa si amalgama con la forma stessa del contenuto, contenitore e contenuto si fondono, si cercano. Già vedo i fusti che si adageranno sul bordo duro del coccio, magari là in quel lembo sbeccato, retaggio di una caduta dalle mie mani anni or sono, già vedo il tronco che si slabbra che scende sul bordo lo avviluppa, quel ramo tagliato di sghimbescio che sarà la tana di un minuscolo scoiattolo. Il taglio che servirà per non bilanciare il fusto che vorrà, nonostante tutto, crescere diritto. Manipolazioni, cesure, aggiunte, semi di loietto[1] che ondeggerà a un vento alquanto improbabile, minuscole margherite a vestirne la superficie ondulata. Tanto, un’enorme macedonia, che non avrà mai termine.

    [1] Un particolare seme di prato Il Loietto perenne o loglio (Lolium perenne L.) è una pianta monocotiledone della famiglia delle Poaceae (precedentemente dette Gramineae).

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