Radici in crescita, romanzo breve di Ivan D’Agostini- 3 febbraio

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    Trefebbraio

    E’ sera, mezza sera per me che sono abituato a stare qui sino alle ottoemezza nove, “ma non puoi venire a casa ora?”, mi ha appena chiesto il mio tato, anzi tatino come lo chiamo io, “No arrivo verso le otto”, già sapendo che inesorabilmente farò più tardi. E’ così, alla sera mentre la giornata si rilassa, prende e si prepara per la notte, io mi eccito, la pelle di dentro si sconquassa e allora devo fare. Prendo la matita, rompo il candore dei fogli, appunto le mille idee che mi sfrugugliano pa’ a capa, direbbe il mio amico Domenico, dappertutto, fogli disseminati sui tavoli, appesi alle finestre a celare la mia frenesia, a stemperare la luce che, burrascosa entra di prepotenza sul pavimento, prepotenza che a volte invito ad essere maggiore, come quando devo far asciugare il colore dei legni dipinti, come quello che domani dovrò, vorrò dare sulle ultime “tele” della mia memoria, memoria che fra pochi giorni, di nuovo si estenderà per camminare nelle teste della gente.

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    Come strana la vita e i suoi fortuiti incontri. Lo scorso trenta di gennaio mi imbatto in Patrizia, l’ho incontrata mentre camminavo sulla via ghiacciata e bianca per lo strato di neve che stava cadendo e oggi, inciampo invece sulla Silvia, sempre asciutta ma la cui bellezza signorile è ancora li, sia nello sguardo che nel portamento. Due donne diverse, la prima è un po’ingrassata rispetto al tempo in cui le feci un po’ il filo invitandola ad una mostra, guarda caso di architettura o di arte non ricordo più, fresco, credo di laurea le invitati tutte e due, lei e la Silvia.  Chissà come mai non conclusi nulla. Eppure mi piacevano ed io ero uno che alle donne piaceva molto, ma come ciula non concludevo, giravo con parole e chiacchiere e forse alla fine ste’ ragazze si stufavano, c’è voluto proprio la Li con la sua pazienza e il mio innamoramento da uomo, anzi da inizio di uomo maturo che ha saputo cogliere il fiore e conservarlo perenne nel taschino della vita.

    E’ andata così avrebbe detto la Simo, che ancora penso talvolta, sebbene non più con l’acclarata voglia di stare nudo con lei.

    Ma oggi è un’altra atmosfera, oggi è una altro giorno  e le mie piantine crescono.

    Ho disposto dei piccoli massi, supporti direi, per i giovani virgulti; le pieghe del fusto, forti in questi momenti dove i lembi cercano disperatamente di uscire alla ricerca della luce in questo modo saranno corrette. Ne ho messi altri a proteggere due minuscoli semi che tra qualche giorno dovrebbero spuntare.

    E’ un esercizio paziente, il tempo là fuori scorre, io nella mia serra coltivo la mente.

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