Radici in crescita, romanzo breve di Ivan D’Agostini- 27 e 28 gennaio

    86

    Per problemi informatici, ieri è saltata la pubblicazione del capitolo 27 gennaio. Ce ne scusiamo con i lettori e con Ivan D’Agostini

    Ventisette gennaio

    Devo bagnare bene questa sera la mia coltivazione, sennò si asciuga tutto e buonanotte suonatori. Devo averlo letto da qualche parte che il seme ha bisogno di inumidirsi, per far macerare un pochino la crosta, quella dura che ha protetto la futura gemma, così poi l’umido, il caldo, forse la pressione, o la Luna che transita più accanto, o qualche accidente ancora che dentro qualcosa inizia a muoversi, a gonfiarsi e alla fine buca, fora, lacera, squarcia ed esce, prima al buio, quasi fosse sottocoperta a saggiare il tempo che fa fuori solo con il naso e l’olfatto, poi muovendosi tra i granelli del terriccio, sbuca alla luce, quella luce che sarà il principale nutrimento, ma ora è ancora presto.

    luna

    Rileggo un poco queste note, sempre, a volte la mattina dopo, spesso dopo qualche ora, nel pieno della notte, ma anche dopo qualche giorno. I pensieri sono le metafore dei nostri accadimenti, che non sono mai solo nostri, le persone non scivolano sopra la nostra pelle al contrario, tutte e, reciprocamente, la consumano, la feriscono, la guariscono, la curano; ne segnano le rughe che compiutamente determinano la nostra presunta saggezza e, tra le righe del giorno vai cercando il perché del tuo passato.

    Guardo, osservo mettendomi di tre quarti, scivolo con gli occhi sul pelo del bordo, mi pare che la posizione sia perfetta, credo che tra un mesetto dovrei riuscire di vedere qualcosa spuntare, domani e domenica non ci sono, vado al Caselle, è prevista anche neve quindi devo premunirmi, perché se non riuscissimo a scendere per il lunedì il vassoio rischia di asciugarsi troppo.

    Ventotto gennaio

    Un leggero vento accompagna i miei pensieri, ora la mente è fuori dal “vassoio”, come pure il corpo. Guido, leggero, con il fianco destro protetto dall’altra mia pelle, autonoma certo ma che oramai mi appartiene come io appartengo a lei, anche se, anche se quella gelosia di fondo di esserne sganciato a volte mi pervade. Guido, sento la strada da sotto il volante che manovra la direzione, attenua, a volte l’andatura, sterzo, frenata, ingrano la marcia con la destrezza del pilota esperto, il fianco è tranquilla, sicura del suo secondo io. Nel tragitto un po’ di chiacchiera smorza i nostri pensieri e le nostre preoccupazioni. Passeranno, se ne andranno come le ore del giorno … Decidiamo di fermarci al Supermarket, al Basko di cui non capisco il nome. Arrivati, scelgo il carrello, le provviste serviranno, lassù la tormenta potrebbe arrivare e noi la soli, ahh come mi piacerebbe che restassimo soli, lassù io e la Li. Sosta quasi forzata per un incontro, prima della salita verso i boschi, una donna –strano ehh- mi aspetta, giovane e di giovane aspetto, esattamente  come me la sono immaginata l’altro ieri; è affaire di cultura, di mostre di eventi culturali, della mia rassegna, niente sesso (il tarlo dei maschi), credo, per ora.

    Wondrous Country Road In Fog HD Desktop Background
    Wondrous Country Road In Fog HD Desktop Background

    La strada è la in fondo al paese, nel ritaglio medievale di quel che rimane dell’antico maniero, che in parte ancora io e non solo io riconosco, non solo per le pietre sapientemente collocate e disposte; la via dunque è stretta ma piacevole, lei mi aspetta sotto i portici, me l’ero immaginata diversa, è un pezzo di donna, mi sembra importante d’aspetto. Esce anche il compagno suo da fianco e ci incamminiamo verso casa, la loro casa. Un saluto e un sorriso, quel che in fondo basta alla gente.

    Un nugolo di bambini vocianti ci accoglie all’uscio, eh si devo confessarlo, talvolta quando sono leggermente eccessivi mi disturbano, ma subito mi riprendo alla vista di quel bel caschetto biondo che spalancando la bocca per sorridere mi mostra le sue belle gengive pronte ad accogliere le future morse che l’accompagneranno per la vita.

    Dunque spiego le ragioni delle miei composizioni, lungi da me dal chiamarle OPERE, racconto che nascono così dal luogo per raccontare il luogo, anzi per stimolare la fantasia (e in effetti ne avrò prova dopo qualche settimana con ragazzi che, per età, sarebbero, forse, rimasti più volentieri a parlare di gnocca o di cazzate, piuttosto che starmi ad ascoltare sul pezzo; chiacchiere e parole per accendere la creatività che risiede in ognuno di noi). Programmiamo per Pasqua, mi sembra una buona data, così anche Nibbiano avrà la sua rassegna e io ne sono già felice.

     

    Articolo precedente“Gender: cos’è, cosa non è”: in programma un nuovo dibattito a Magenta
    Articolo successivoDa Malpensa a Magenta a Vigevano: forse ci siamo