Radici in crescita, romanzo breve di Ivan D’Agostini- 12 febbraio

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    Dodicifebbraio

     

    Giorno di festa giorno di riposo, gli steli crescono anche nella penombra della sera forzata. Pennello in mano, secchio di vernice, colore, una punta di giallo che, come il sole, rende tutto più chiaro e via, con il mal di schiena per via della posizione, ma mi accorgo con piacere, che loro, i giovincelli[1], sono alla fine più stanchi di me. Ehh si ci aveva ragione il buon Grittini bergamasco badilografo[2], che mi aveva insegnato, stando nella sua vecchia baracca di cantiere, oltre al buon piatto di maccheroni gustati nella fondina, forse non perfettamente linda, anche come “impugnare” il badile.

    Me lo ricordo come se fosse proprio ora, quell’uomo grande, con una pancia ingombrante, che faceva da spalla al manico dell’avambraccio che accoglieva la sella di legno del braccio del badile, con movimento deciso, senza scatti nervosi, quelli che sarebbero diventati il mio qualche anno dopo, e affondava deciso la lama d’acciaio nella scodella là in basso, verso il “bitume”.

    Il bitume, strana mescola che mi avrebbe preso le narici a tal punto da costringermi, piacevolmente, ad abbracciare, qualche anno dopo, il mestiere che mi fa divertire da qualche decennio.

    Il Grittini … eccome me lo ricordo; con quel baffettino sottile alla D’Apporto – il Carlo – , quel sorriso tra i denti separati, quelli davanti per intenderci[3], e poi quella stanza dove il maccherone sapeva di un unto buono, i piatti adagiati su quel tavolaccio fatto di assi da ponte, grosse e levigate dalle mescole dei cibi consumati dai muratori, noi seduti sulle panche costruite da improvvisati falegnami con le fodere[4] strappate ai casseri dei vani cantinati, e quei buffi quei cappelli di carta costruiti con la carta del sacco di cemento, copricapi che solo lui sapeva confezionare con tanta maestria.

     

    Tanto ho imparato in quelle ore e in quel posto dove il Grittini cercava di abitare; lontano dalla casa vera, da una moglie da amare e da figli da accudire. Mi parlava molto il Grittini; stava lui e stavo io volentieri a sentirlo, forse per via della lontananza della sua famiglia, perché una volta non c’erano così tanti treni e l’auto era un lusso per pochissimi, e così si stava fuori di casa, anche se la casa era a pochi chilometri.

    badile

    Come scordarsi quei pomeriggi, sul tardi dell’inverno che si faceva freddo freddo e il Grittini che radunava noi ragazzi li nella baracca; ci faceva il sugo col pomidoro e i maccheroni che erano buoni, caspita se erano buoni. E fu proprio allora che imparai come manovrare quell’asta dal becco forzuto (il badile!), tanto che imparai come la fatica si scioglie nella capacità del fare; che se allora non l’avesse avuta il Grittini, la capacità intendo dire, di fatica ne sarebbe morto. E diceva: “Così cari fanciulli dovete fare” mostrandoci un arte che sarebbe stata utile anni dopo.

    [1] Ho aiutato due giovani fanciulli (la mia bimba e il suo ragazzo)  a dipingere  la “cantina”  (una loro definizione), una soffitta in realtà, un posto che si preannuncia terribile dal punto di vista meteorologico: gelata di inverno, torrida d’estate. Spiego loro come si fa per non f are fatica, data la posizione non certamente più consona – piegati sulle gambe e schiena curva a braccia alzate-.

    [2] Una personale definizione del mestiere di chi manovra il badile, la pala. Il Grittini, un vecchio muratore che conobbi all’età di circa otto anni, aveva una tale maestria nel manovrare l’attrezzo, che adoperava senza sforzo alcuno; con precisone, dove necessaria, e forza in altri casi.

    [3] Dove passa l’aria, il respiro e il desiderio di vivere e di sorridere.

    [4] Le fodere sono assi di legno che si usano, nel cantiere edilie, per realizzare le casseforme –stampi- dove colare, in gergo gettare, il calcestruzzo. Le misure son in genere standardizzate tutte di 2,5 cm di spessore per una larghezza di circa 10/12 cm e di circa 4 metri di lunghezza.

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