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Piccolo dizionario psicologico. Q come qualità (della vita)

Torna la rubrica di Floriana Irtelli e Fabio Gabrielli

Che la pandemia abbia lasciato un segno aspro, duro, profondo, è cosa nota. Che ne faremo di questo segno, quale sarà il mondo a venire riposa sulle ginocchia di Giove.

E’ curioso notare come un’epoca caratterizzata dal presentismo estremo, abbarbicata all’urgenza dell’adesso, si scopra, improvvisamente, a immaginare scenari futuri, tra nostalgici sostenitori del ritorno alla purezza, apocalittici a oltranza, sostenitori, per fortuna, di una ragione ragionevole.

Per quanto riguarda i primi, il mito della purezza appartiene alle anime belle: il mondo non è mai totalmente puro o impuro, è una ibridazione sempre rinnovantesi, poiché ibridi sono gli umani.

 

Per i secondi, i rischi dell’apocalisse forzata sono essenzialmente due:

– La profezia che si autoavvera;

– Il permanere in uno stato perenne di tristezza, spalancando la strada al controllo sulle nostre vite.

Crediamo, allora, che assumere come misura esistenziale una ragione ragionevole sia la cosa più saggia: su questa si misura, per quanto possibile, la qualità della nostra vita.

Per ragione ragionevole, intendiamo una pratica qualitativa di vita che faccia della ponderatezza, del posizionamento meditato della parola, delle acquisizioni culturali più rigogliose, del socratico sfregamento di anime, della contaminazione e della disseminazione dei linguaggi, della bellezza, dell’orgoglio la cifra della propria esistenza.

L’uomo, infatti, è abitato da un conatus, una potenza ad esistere, una capacità di fare presa sulla realtà, nel segno dell’orgoglio vocazionale.

L’orgoglio, si badi, a differenza della superbia, non è un vizio, semmai una virtu’; in altri termini, il riconoscimento consapevole, misurato della propria vocazione, delle proprie capacità con cui dare un nome alle cose, della vitale energia con cui progettare e condividere, ideare e agire, immaginare e creare.

Ma non si dà idea o progetto che non sia abitato radicalmente da un pathos, da una passione, da un sentire che ne promuova entusiasmo e continuità di sforzi, attesa paziente e fortezza realizzativa.

In questo, l’arte gioca un ruolo decisivo, a maggior ragione in un tempo virologico come il nostro, sfibrato, provato, affannoso, in cui l’incertezza sembra dilatare l’ansia plasmandola come angoscia, la rabbia sembra implodere nella passività del risentimento, la sfiducia sembra declinare nella rassegnazione.

Nello specifico, promuovere l’arte, soprattutto tra bambini e adolescenti, significa promuovere le emozioni e, soprattutto, coltivare con cura quell’educazione ai sentimenti, senza la quale gli interrogativi di fondo della vita, della sua qualità, non fioriscono, le idee precipitano prima della loro resa operativa, la relazione si fa rapporto meccanico, senz’anima, di tutti i giorni.

L’arte, sostanzialmente, lavorando su emozioni e sentimenti, cioè sul corpo, ci mostra come la relazione, ogni relazione, nasca dal sentire, non dal concetto.

L’uomo, infatti, abita un mondo di corpi nel segno di una fisica degli incontri, per soggiornare o per congedarsi, che disegnano relazioni in cui il sentire l’altro si impone sempre come voce originaria rispetto al calcolo della conoscenza pura, formale.

L’arte invita a coltivare lo stupore – un sentire con curiosità e sgomento i limiti che connotano l’umano e, nel contempo, la creativa messa in scena per provare a superarli – che abita l’opera poetica, la dimensione artistica, lo sguardo filosofico, e che, nel contempo, innerva piani anatomici, dinamiche fisiologiche, processi adattivi, mutazioni e selezioni naturali. E’ la bellezza che accomuna l’arte e la scienza: è stato giustamente detto che “non esiste una matematica brutta”, che nel principio di bellezza consiste lo sforzo con cui gli scienziati esprimono matematicamente le leggi fondamentali della natura.

Dobbiamo specificare anche che viviamo, purtroppo, tempi di estrema trasparenza, in cui tutto è levigato, piano, lineare, senza ostacoli o resistenze, flessibile, adattabile, fruibile, controllabile.

Ma l’arte, se vuole davvero promuovere il bello, deve fare i conti con il negativo, con l’alterità mai pienamente dominabile, con tutto ciò che è oscuro, opaco, che provoca inquietudine, che scuote e tormenta: in questo consiste l’estetica della ferita. In definitiva, l’arte, producendo sommovimenti continui nei nostri strati geologici più intimi, ci mostra l’inesauribile novità della vita, il suo sconcertante mistero, la sua finissima qualità.

 

 

Prossima lettera R come Rabbia.

 

Piccola biblioteca dell’anima

 

Ivano Dionigi, Parole che allungano la vita. Pensieri per il nostro tempo, Raffaello Cortina, Milano 2021.

Restituire alle parole la complessità del mondo, attingendo ai classici, contestualizzandoli nel tempo presente, significa arginare in qualche modo l’’incertezza e la solitudine che ci abitano.

“Interrogare”, “Dialogo”, “ A chi assomigliare”, “ Osa sapere”, “ Il viaggio” sono, forse, le parti più riuscite di questo bel saggio.

Una lettura raccomandata in questo tempo più urlato o rassegnato che ponderato o aperto alle inesauste possibilità della vita.

 

Redazione

Redazione Ticino Notizie

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