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Perché in politica il dilettantismo è una cagata pazzesca

Una interessante riflessione su Linkiesta

Poco fa Matteo Spigolon, uno dei consulenti di comunicazione politica, ha postato un pezzo MOLTO INTERESSANTE, che vi riproponiamo integralmente.

Prima o poi, il buonsenso chiede il conto al velleitarismo e alla demagogia. Vivaddio, ci siamo già lasciati alle spalle le stagioni dei tecnici, che avrebbero dovuto insegnare ai politici come si governa e che oggi, dopo la breve parentesi del governo Monti, sono accompagnati dalla damnatio memoriae a causa della loro impolitiicità, più che della loro incompetenza. Ci siamo lasciati alla spalle – speriamo! – pure la fase dei partiti liquidi, leggeri e personali, e più in generale dall’idea che alla rappresentanza politica non servano presidio territoriale, struttura, apparato: il giorno che capiranno che serve pure un finanziamento pubblico, per sostenere tutto questo, sarà un gran giorno. Rimane il dilettantismo, insomma, come totem da abbattere, l’idea che al potere possano andarci i cittadini, farsi due mandati nelle istituzioni e poi lasciare spazio ad altri. Un’idiozia purissima, forse la peggiore di tutte, che ha fatto la fortuna del Movimento Cinque Stelle e che, se non si svegliano in tempo, rischia di decretarne la fine.

Il governo gialloverde, al netto di tutto il resto, è il più riuscito spot a favore del professionismo della politica, contro il dilettantismo dei cittadini: banalmente, perché è coalizione di un partito di professionisti (la Lega) conto un movimento di dilettanti (i Cinque Stelle). E in questa dialettica, com’era logico attendersi, del resto, i professionisti stanno asfaltando i dilettanti un po’ come accade nelle partite di precampionato quando una qualunque squadra di serie A se la gioca con la Selezione Dolomiti.

I sondaggi sono una pratica sintesi dell’analisi complessiva: da quando è nato il governo la Lega ha raddoppiato il suo consenso, dal 17% al 34%, mentre i Cinque Stelle hanno perso 5 punti percentuali, buona parte dei quali a discapito del loro ingombrante alleato. Il motivo? Semplice. L’agenda la dettano loro, i leghisti. E non solo perché hanno un leader abilissimo e molto esperto come Matteo Salvini, che quando Di Maio iniziava le elementari, nel 1993, era già consigliere comunale a Milano. Oltre a Salvini c’è molto di più. C’è una classe dirigente vera, che si è fatta le ossa sul territorio, che ha una rappresentanza d’interessi reale che la sostiene, che si può giovare – pur con tutte le difficoltà finanziarie della Lega – su un’organizzazione solida e ramificata, che nasce ispirandosi al vecchio Partito Comunista Italia. La Lega conosce la sua base, sa ascoltarla, sa usare i territori per sperimentare le sue politiche – Lodi è un esempio -, per selezionare la sua classe politica e metterla alla prova. E non è un caso, per nulla, che difficilmente un sindaco leghista si fa scalzare, una volta eletto, mentre Raggi e Appendino, le due dilettanti allo sbaraglio del Movimento, hanno Roma e Torino che le si sono letteralmente rivoltate contro.

Il governo gialloverde, al netto di tutto il resto, è il più riuscito spot a favore del professionismo della politica, contro il dilettantismo dei cittadini: banalmente, perché è coalizione di un partito di professionisti (la Lega) conto un movimento di dilettanti (i Cinque Stelle). E in questa dialettica, com’era logico attendersi, del resto, i professionisti stanno asfaltando i dilettanti

L’azione stessa di governo, peraltro, è figlia di questa clamorosa asimmetria tra il partito dei professionisti e il movimento dei dilettanti, che pure ha quasi il doppio dei parlamentari ed esprime il presidente del Consiglio. È evidente a chiunque, ad esempio, che l’agenda del governo sia saldamente in mano a Salvini & co, che nemmeno devono sforzarsi troppo per mantenere l’iniziativa. Caso ultimo, l’approvazione con fiducia del decreto sicurezza caro ai leghisti, che ha provocato una forte lacerazione nel Movimento, più profonda dei sei dissidenti che non l’hanno votato, e il rinvio sine die della riforma della prescrizione cara ai Cinque Stelle, ma invisa al centrodestra di cui la Lega fa parte.

Nemmeno deve ricorrere ai ricatti, Salvini, ma nei casi estremi non ha problemi a farlo. Se si andasse ad elezioni anticipate, tutta la prima fila del Movimento, da Di Maio a Fico, da Toninelli alla Grillo, non potrebbe ricandidarsi per via della regola dei due mandati che i Cinque Stelle si sono a suo tempo autoimposti, evidentemente pensando che mai sarebbero andati al governo, e mai gli si sarebbe ritorta contro. E invece, sorpresa, si ritrovano la data di scadenza appiccicata in fronte mentre trattano a muso duro con un alleato che non si è dato alcun vincolo, e che potrebbe far saltare il banco in qualsiasi momento. E con fronde interne che non nascono e proliferano proprio a causa della transitorietà della leadership. Tradotto: se il capo politico non può candidarsi domani, non conta nulla già oggi.

La diciamo meglio: se il Movimento Cinque Stelle vuole diventare grande deve snaturare se stesso, lasciando perdere le utopie e adattandosi darwinianamente al contesto in cui vive.Abbandonare con coraggio il limite ai due mandati, ad esempio, perché non ha senso privarsi di una intera classe politica dopo averla formata all’azione di governo. Strutturarsi come un partito vero, con dipartimenti ed esperti per acquisire conoscenza al proprio interno, senza dover delegare ai tecnici tutto ciò che richiede un minimo di competenza. Cessare di essere l’antimateria della politica e mettersi a fare politica vera, in altre parole, sangue e merda inclusi, senza alcuna reticenza e subalternità nei confronti di quel che pensa la gente e il popolo della rete. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti. E sarà sempre peggio.

Francesco Cancellato (www.linkiesta.it)

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Redazione

Redazione Ticino Notizie

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