Pensieri Talebani- Il mondo di dopo (e gli uomini sopra le rovine)

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“Alzai le spalle anche stavolta. Le alzavo sovente in quei giorni. Il finimondo sempre atteso era arrivato. Era chiaro che Torino tranquilla in distanza, la solitudine nei boschi, il frutteto non avevano più senso. Eppure tutto continuava. Sorgeva il mattino, calava la sera, maturava la frutta. M’aveva preso una speranza, una curiosità affannosa: sopravvivere al crollo, fare in tempo a conoscere il mondo di dopo.”

[La casa in collina, Cesare Pavese]

“Quos Deus perdere vult dementat prius”

 

Alziamo le spalle, alziamo le spalle e beviamo le voci.

Eppure, intorno a noi c’è un mondo che sta finendo, come il sole che tramontando manda gli ultimi rossastri bagliori, alla cui luce diventa difficile distinguere persino le forme più familiari, così l’Europa e l’Occidente tutto si dirigono, forse inconsciamente, verso la fine.

Dalle voci che circolano, sulla stampa, in televisione e nella rete, sembra che nessuno o quasi se ne sia accorto, sembra che quello che sarà il crollo di tutte le nostre certezze, del mondo che conosciamo non sia nemmeno un’ipotesi da ventilare, che non potrà mai verificarsi concretamente. La vita prosegue come se nulla stesse succedendo.

L’aumento delle bollette, il carovita, i lockdown, restrizioni, tutto questo ci scivola addosso, impermeabili, siamo finalmente diventati resilienti.

Si parla ogni giorno della minaccia nucleare, di possibilità di escalation militare, di carichi di armi inviati all’Ucraina di cui non si conosce il destinatario, come se non ci riguardassero, come se fosse l’epilogo della vita di qualcun altro.

La resilienza a cui dopo quasi tre anni di martellante propaganda hanno provato a educarci è forse proprio questo: indifferenza per la propria sorte, piegare docilmente il capo sotto i colpi di scure che ci vengono inflitti, senza discutere, senza più opporsi, adattarsi e sorridere ebeti di fronte a qualsivoglia destino, sia esso il lockdown, l’inverno senza riscaldamento, la guerra.

La vita continua, seguendo il tacito, infinito andar del tempo, e nemmeno coloro che ci governano sembrano essersi resi conto della delicatezza della situazione in cui si trovano. Sonnambuli, senza più servirsi della facoltà della ragione, senza essere in grado di vedere e affrontare concretamente la realtà, proseguono lungo il cammino che altri hanno deciso per loro, e per noi tutti.

Stiamo navigando nel buio, guidati da un timoniere miope verso acque sconosciute e ci troviamo a dover prendere nel tempo dell’incertezza le decisioni che segneranno il nostro futuro.

Quos Deus perdere vult dementat prius” dicevano gli antichi, (tradotto: “Dio toglie prima il senno a colui che vuole mandare in rovina”), la ragione, la razionalità, la capacità di dare un peso agli eventi è questa la grande mancanza dell’Europa. I grandi di Bruxelles, obnubilati dal senso di superiorità morale dell’Occidente nei confronti del resto del mondo, non sono in grado di prendere coscienza di un mondo in cui l’Europa non è che una misera espressione geografica, si aggirano peregrini tra le rovine dei fasti ormai passati, senza essere capaci di vederle per quello che sono: un tempo palazzi, ora un cumulo di pietre. La miopia dei leader europei e soprattutto la loro mancanza di razionalità nel prendere decisioni ci stanno ogni giorno portando più vicini all’abisso.

Non ragionano, bensì si affidano all’onda emotiva, piangono istericamente in parlamento quando interviene Zelensky in video conferenza, si stracciano le vesti e si cospargono il capo di cenere ogni volta che esce un nuovo servizio giornalistico sulle brutture della guerra in Ucraina, al grido di “Putin è un pazzo criminale”, quando mi chiedo cosa pensano di essere loro, scellerati, che con le loro folli decisioni ci stanno conducendo verso una preannunciata catastrofe sociale. Mi chiedo dove guardassero quando le popolazioni del Donbass venivano bombardate per otto anni, ma evidentemente erano troppo occupati a dare alla luce un’innovazione indispensabile come il caricatore unico per cellulari per accorgersene. Mi chiedo dopo quale fine analisi hanno deliberato un nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, visti gli effetti che hanno provocato i precedenti in Europa. Mi chiedo come proveranno a raccontarci che siamo ancora grandi e forti, che difendono la pace e la libertà se hanno rinunciato da subito all’idea di mediare, ma si sono arroccati come bambini capricciosi sulle loro posizioni rifiutandosi di ragionare.

I frutti dell’operato dell’UE di questi ultimi anni sono disastrosi: aumento di povertà e disoccupazione, fabbriche chiuse e imprese consegnate nelle avide mani di potenze straniere.

Se questa è la UE oggi non c’è neppure bisogno delle parole sarcastiche di Medvedev sul fatto che l’Unione Europea tra qualche decennio non esisterà più.

Siamo un continente condannato a morte, senza più alcuna rilevanza politica, economica e sociale senza più nulla da difendere se non l’interesse altrui.

Quali sono i valori occidentali di cui tanto si sente parlare in televisione e sui giornali, se non siamo più in grado nemmeno di metterci seduti a un tavolo e discutere?

Non credo ci si sbagli nell’ affermare che l’essenza della cultura europea sia, per usare un termine greco, il lόgos, inteso come ragione, capacità di ragionare e inteso anche come parola ragionata, la capacità di dialogare. Ora, rifiutarsi di negoziare, di mediare e di parlare con la Russia, al punto che avere buoni rapporti con Putin è diventato un crimine e un pericolo per le istituzioni, significa rinnegare l’essenza e i valori più profondi su cui si regge la nostra civiltà. Una classe politica che non è disposta o non è capace di dialogare è il vero pericolo per le istituzioni perché se veramente dovessimo difendere i valori e la civiltà occidentale ci saremmo già seduti al tavolo dei negoziati a marzo.

Nei giorni appena trascorsi si è ricordato l’anniversario della caduta del muro di Berlino e i ferventi sostenitori del supporto militare all’Ucraina dovrebbero essere consapevoli che il nuovo muro che divide nettamente l’Europa dalla Russia lo stanno costruendo loro mattone dopo mattone.

Di fronte alla drammatica incertezza in cui ci troviamo si fa strada un’affannosa curiosità, cercare di sopravvivere al crollo, conoscere il mondo di dopo.

Bianca Marzocchi

da www.iltalebano.com

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